martedì 3 dicembre 2019

Considerazioni finali su Western Stars

Considerazioni sul "progetto Western Stars" (dopo aver visto il film)

"Camilla Lopez se n'è andata, il deserto l'ha inghiottita. Può essere che qualcuno l'abbia tirata su e l'abbia portata in Messico. Può darsi che sia tornata a Los Angeles e sia morta in una stanza polverosa. Quello che so io è che è sparita, che il cane è sparito, e nulla ne è rimasto a parte la sua storia che vi voglio raccontare." 
(John Fante, Ask the dust)

Sapete cosa non mi convince del Bruce Springsteen attuale? Intendo quello che va dall'autobiografia passando per Broadway fino a Western Stars. Il fatto che stia lavorando con ostinazione a demolire quel personaggio, che egli stesso aveva contribuito a creare. Senza che nessuno glielo abbia chiesto, in fondo... La differenza con Bob Dylan o con altri autori come Neil Young, Van Morrison e Tom Waits, consiste proprio in questo aspetto: nessun grande autore ha impiegato oltre 15 anni per creare un personaggio per poi adoperarsi nella sua stessa demolizione. Specialmente Bob Dylan, il cui confronto appare inevitabile, ha sempre creato dischi e situazioni a tempo determinato. Anche il tanto vituperato periodo gospel, non durerà più di due anni e qualche mese, per fare un esempio... Springsteen è andato avanti per la sua strada, per lunghissimo tempo. Ma adesso vorrebbe tirare le fila, per riconsiderare la sua stessa mitologia. Ed è proprio questo il limite e l'inevitabile errore, a nostro avviso.

Alla gente, ai fan di Bruce Springsteen interessa davvero poco, contano le storie, i personaggi, la mitologia. Almeno da Born in the Usa in poi, visto che già aveva messo da parte il poeta della strada raccontato nei primi episodi giovanili, quelli musicalmente più audaci come The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle e lo stesso Born to run. In passato aveva aggiornato e condotto i suoi protagonisti verso altre piste, a una dimensione più matura. Ora però c'è solo l'uomo, spogliato da ogni fardello, con tutte le rughe e le cicatrici, ben in evidenza. Ogni fardello che lui stesso e solo lui, si era caricato sulle spalle. Springsteen ha saputo creare un personaggio in un momento di grande disillusione e nichilismo, ecco perché ha funzionato, ecco a che cosa è servito. 

Il viaggio prosegue, verso le stelle dell'ovest, probabilmente, come diceva un comico italiano, ad ovest di Paperino. Sembra un personaggio creato dalla penna fertile e ferita di John Fante, questo nuovo Bruce Springsteen, più Townes Van Zandt che Glen Campbell. Proprio ora, mentre sugli schermi abbiamo visto The Irishman, con gli amici De Niro, Scorsese e Pacino, impegnati nell'arduo confronto con la terza età. Soprattutto avevamo visto, qualche settimana prima, Once Upon a Time in... Hollywood di Quentin Tarantino, regista italo-americano a cui certe tracce di Western Stars sembrano in parte ispirate, almeno a livello di atmosfera, visto che i temi ricordano alcune cose "minori" del cineasta di Knoxville, anche lui stregato dalla figura dei cowboy e dei B-movies anni sessanta e settanta di Sergio... Corbucci. 

Analisi del disco Western Stars (dopo la visione del film omonimo) 

Con canzoni del "calibro" di The Wayfarer, Sundown, Stones, There Goes My Miracle e la stucchevole nenia ispirata alla filastrocca Frère Jacques, qui chiamata con il suggestivo titolo autografo di Moonlight Motel, Western Stars (il film) si candida seriamente come uno dei peggiori progetti artistici di Bruce Sprigsteen in assoluto (gli altri due erano stati Human Touch e Working on a Dream) dopo aver già infilato in sequenza Chapter & Verse e Springsteen on Broadway. E' un vero peccato perché con maggior cura e qualche ripensamento del caso, poteva essere davvero un buon disco, dato che nella sua prima parte, cioè dall'apertura di Hitch Hikin’ che si rifà a Fiore di maggio di Fabio Concato, proseguendo per Sleepy Joe's Café (una rielaborazione in salsa guacamole profumosa di tex-mex di un suo scarto anni settanta, quella Seaside Bar Song) e soprattutto con la title track, brano depresso andante, a livello testuale, che però si avvale di un'orchestrazione davvero efficace, perché utilizza elementi tipici del canone morriconiano, rielaborato qui da professionisti come Jon Brion. Il problema è un altro: non si vede e non si sente il tocco del suo autore, in quasi nessuna traccia del disco, fatte eccezioni per le splendide Tucson Train, summa del Bruce Springsteen Sound e ancora di più dei due capolavori del disco: Drive Fast (The Stuntman) e soprattutto Chasin'Wild Horses, che rappresenta l'ossatura e il cuore di questo progetto. Il disco poteva anche chiudersi dopo la breve, ma pregevole Somewhere North of Nashville. Giudizio rimandato a data da destinarsi, cioè a quando Bruce Springsteen si dedicerà a produrre un disco in compagnia di Steven Van Zandt e soci. 

Oggi Bruce Springsteen pur diventando anche lui uguale a tutti gli altri, in quel mondo di Vecchi Giganti che stanno crollando a pezzi, pezzo per pezzo, resiste. Sopravvive a se stesso, al suo Mito, alla sua Storia. Ma a che prezzo e soprattutto, che senso ha, ora, tutto ciò?

"C'è un posto su un tratto di strada dove nessuno viaggia e nessuno va e l’impiegato dice che uno di questi giorni qui intorno due giovani probabilmente potrebbero scomparire.Tra il fruscio delle lenzuola, una sonnolenta stanza d'angolo nell'odore di muffa di fiori appassiti e ore di pomeriggio pigro al Moonlight Motel."

(Bruce Springsteen, Moonlight Motel)


giovedì 26 settembre 2019

Rhinestone Cowboy di Glen Campbell - Traduzione del testo


Parole e musica di Larry Weiss


Ho camminato così a lungo per queste strade cantando 
la stessa vecchia canzone di sempre
E ho conosciuto ogni crepa in questi marciapiedi sporchi di Broadway
Dove la confusione era il nome del gioco
E bravi ragazzi vengono lavati via come la neve e la pioggia
C'è stato un carico di compromettere
Sulla strada per il mio orizzonte
Ma sarò dove le luci sono brillanti su di me
Come un cowboy agghindato di strass
Cavalcando fuori su un cavallo in un rodeo a stelle e strisce
Come un cowboy agghindato di strass

Ho avuto cartoline e lettere da persone che non conosco
senza contare le telefonate ricevute dagli estranei
Beh, non mi dispiace davvero la pioggia, ora
E un sorriso può nascondere tutto il dolore
Ma ti senti giù quando sei in sella e il treno che sta prendendo il lungo cammino
E io sogno delle cose che farò

Con un gettone della metropolitana e un dollaro nascosto dentro la mia scarpa
C'è stato un carico di compromettere
Sulla strada per il mio orizzonte
Ma sarò dove le luci sono brillanti su di me
Come un cowboy agghindato di strass
Cavalcando fuori su un cavallo in un rodeo a stelle e strisce
Come un cowboy agghindato di strass


sabato 21 settembre 2019

Buon compleanno, Springsteen



Esiste una particolare fotografia di Springsteen, che risale al 1973, capace di scatenare una vera e propria ondata di ricordi e che esprime appieno tutto il fascino da lui esercitato. E' apparsa diverse volte su Rolling Stone, una addirittura come paginone centrale, per un lungo articolo retrospettivo sulle origini del Nostro Uomo. La foto, scattata da David Gahr, mostra uno Springsteen snello su un marciapiede di Long Branch. Tutta la foto trasuda carisma, se letta con occhio retrospettivo, malgrado mostri decadenza e una mancanza totale di quello che oggi amiamo definire decoro urbano. Sopra ogni cosa si staglia però questo magnifico 24enne, in una tipica posa da gaglioffo del luogo. Flashforward. Stessa storia, stesso posto, stesso lungomare. E' il 2007, Springsteen è reduce da due dischi impegnativi, per diverse ragioni: da un lato aveva affrontato di petto (rischiando anche qualche scivolone) la brutale realtà con The Rising, dall'altro aveva sapientemente optato per il confino desertico di un'America sospesa tra una nuova e tecnologica Waterloo e una speranza di umanità e di nuovo Cristianesimo con Devils and Dust

Magic rappresenta di fatto la sua prima libera uscita dai tempi di Lucky Town e del più pomposo e fiacco Human Touch. Qui non c'è quasi spazio per la rabbia, non in questo momento. E' piuttosto il bilancio di un uomo e di un autore alle soglie dei sessant'anni ciò che emerge tra i solchi di Magic, disco che possiede sì un tocco di malinconia, ma nella sostanza fanno la differenza le storie e i personaggi di sempre, quelli dello Springsteen classico, che abbiamo tanto amato, per citare la pellicola di Ettore Scola, del 1974, anno fatidico specialmente per il Nostro.

Nel 2007 Springsteen ricerca quella magia che gli consenta di evocare uno stile mitico di romantica resistenza e verismo pugnace, che ha gettato ponti e dato speranze a milioni di persone, (oggi diremmo utenti), capaci di ridere, piangere, emozionarsi e sognare, con le sue canzoni migliori. Perché ci vuole fede e un po' di magia nella notte, aveva detto proprio in una delle sue canzoni simbolo, Thunder Road. Molte cose sono cambiate attorno, ma i cambiamenti più difficili per il musicista di Freehold, sono ancora di là da venire...

Per questo motivo diventa oggi curioso osservare queste due immagini: lo Springsteen giovane e spavaldo, e quello maturo, ma non ancora battuto. Mi sembra un modo inusuale questo, per celebrare i suoi primi 70 anni di vita. Perché in Magic convivono con coerenza, (in alcuni casi), lo Springsteen di ieri e quello di oggi. E' una fotografia molto ben a fuoco, che mostra un autore maturo, con una Band, che pur perdendo colpi, qua e là, non rinuncia a guardare il passato, nel segno del Thomas Wolfe di Look Homeward, Angel, tra rintocchi di piano di Bittan, (che evocano Jungleland), ruggiti di sax di Clemons e rullate imperiose di Weinberg. I'll Work for Your Love: l'ultimo vero inno rock scritto da Bruce Springsteen per la Band e con la E Street Band? E chi può dirlo? Ci sarà ancora bella musica, più avanti Further On (Up The Road), ma il racconto e l'immagine diventerà frammentario, un po' forzato e non sempre così semplice da seguire. Eppure la grande Bellezza delle cose migliori realizzate da Springsteen si trova qui: nell'attacco di armonica di The River, nelle invitanti introduzioni di Born to run (disco) nell'energia delle chitarre ferite e ululanti di Darkness on the edge of Town

E il resto? Il resto è mestiere, quell' ottima capacità di restare a galla, da abile barcaiolo ed eccelso uomo di musica (per la Musica), quale Bruce Springsteen è in fondo sempre stato. Un professionista che lungo una carriera esemplare ha saputo mostrare più facce, senza restare mai impigliato nella tristezza, senza deludere (quasi mai) un pubblico attento e puntuale, che lo ha seguito, anche quando non c'era poi molto da capire (o da seguire).

Working on a dream or We Are Alive and Meet me in a land of hope and dreams! Buon compleanno Mr. Springsteen: Hey mister deejay won't you hear my last prayer. Hey ho rock 'n roll deliver me from nowhere!

Dario Greco




mercoledì 18 settembre 2019

Western Stars: di stelle solitarie e cavalli selvaggi


«Questo lavoro è un ritorno alle mie registrazioni da solista con le canzoni ispirate a dei personaggi e con arrangiamenti orchestrali cinematici, è come uno scrigno ricco di gioielli». 

(Bruce Springsteen) 

Su Western Stars ho evitato di esprimere un giudizio a caldo, perché io il caldo non lo sopporto, e faccio errori che si possono facilmente evitare. Ammetto che sto crescendo, nel bene e nel male. Come ha detto il Nostro, Growin' Up. Mi sono avvicinato a Western Stars con molto scetticismo e qualche pregiudizio, lo ammetto. Un po' perché non è da Springsteen tenere un disco a decantare per tutto questo tempo, un po' perché non avevo capito fino in fondo le sue ultime uscite (High Hopes, il cd di Springsteen on Broadway, American Beauty, Chapter & Verse). Poi però è successo qualcosa in me, e così il disco l'ho apprezzato e spero anche compreso in un contesto analitico, di maturità. E' un disco che richiede tempo, perché salvo qualche traccia, non colpisce nell'immediato, o perlomeno non aveva colpito me, al primo ascolto.

Ho letto su ilsussidiario.net che in versione "naked" questo lavoro poteva essere migliore. Perdonatemi, ma non ho tutta questa sensibilità musicale e nemmeno così tanta fantasia da immaginarlo diverso da come è stato pubblicato, c'è da dire che sono anche un sostenitore del fatto che Nebraska, come album poteva funzionare anche in versione full band (escludendo forse il sax di Clemons e certi arpeggi peculiari nello stile pianistico di Bittan). Quindi diciamo pure che sono la tipica voce fuori dal coro, all'interno della comunità springsteeniana.

Quest'estate ho riascoltato Darkness on the edge of Town, c'ho pescato qualcosa di nuovo, di differente. E' stato come rivedere un vecchio amico dei tempi del liceo, (alla Glory Days, per intenderci!) uno di quelli veri, vivi, che riescono ancora a darti qualcosa, a emozionarti, anche se hanno perso qualche capello di troppo, come me del resto. Ho poi salutato con giubilo ed entusiasmo la pubblicazione ufficiale di Passaic 9/19/78’, l’album live del concerto al Capitol Theatre in New Jersey nel 1978, ma successivamente sono tornato un'altra volta su Western Stars, complice anche il bel film Blinded by the light. Della pellicola di Gurinder Chadha ho molto apprezzato sia lo sforzo, sia l'impegno della regista, nel raccontare una vicenda per lei certamente non affine. La cineasta britannica si è calata in un contesto per lei forse alieno (il film è totalmente privo del background rock, a mio avviso necessario per affrontare un'icona musicale come quella di Springsteen).

Passando a Western Stars ho trovato questo disco un lavoro serio, maturo, con almeno 5-6 brani di spessore e al contempo accattivante. . Il disco sembra sia ispirato alle atmosfere di Jimmy Webb e Glen Campbell, due nomi che francamente non mi è capitato di incrociare, nella mio viaggio sulle strade del rock statunitense, forse perché appunto, non sono autori e interpreti di questo vasto panorama sonoro. Ma qui in effetti di rock classico, c'è ben poco, escludendo la voce matura e sicura di Bruce Springsteen. Un disco pieno zeppo di cowboy alla deriva e bar per cuori solitari, autostrade che non portano a nulla e uno stuntman che sbarca il lunario in qualche B Movie con la clavicola rotta ed una placca di metallo nell'anca, (un po' Tarantiniana?) città vuote e isolamento umano, voglia di comunità e spazi desertici. Stereotipi? Forse sì, ma c'è dell'altro.

In Western Stars c'è soprattutto una certa maestria che si sente subito forte, una coesione tra musicisti e arrangiatori di altissimo livello, piuttosto inedita nella produzione springsteeniana. C'è Jon Brion, compositore e polistrumentista legato al cinema (chiodo fisso di Western Stars) e in particolare alle pellicole di Paul Thomas Anderson e di Charlie Kaufman. Il mio brano preferito è attualmente Chasin' Wild Horses, settima traccia del disco. Per me la migliore cartolina possibile dello Springsteen anni '10. Meritano una citazione a mio avviso anche Somewhere North of Nashville, Hitch Hikin’,Western Stars, Moonlight Motel e Tucson Train.

Marco Denti, in una recensione tutt'altro che morbida scrive:

"Western Stars è frequentato da gente che non torna a casa, che è molto distante da se stessa e che, in definitiva, si è arresa. Un’umanità che avrebbe richiesto uno sfondo più accurato e un ritratto meno romantico; un disco di una malinconia indicibile perché è fin troppo evidente che inquadra con un’istantanea uno Springsteen che ha ancora qualcosa da dire, non sa bene come farlo, ma lo deve fare. E lo dovrà fare."

Il mio vecchio diceva sempre che un cavallo si doma all'unico scopo di cavalcarlo. Quindi se hai un cavallo da domare tanto vale sellarlo, montarci su e partire. Non esistono cavalli cattivi.

Alla fine resta forse l'amaro in bocca, non per il lavoro in sé, ma per il fatto che ci vorrà ancora tempo per un nuovo disco rock di Springsteen. Ripeto, apprezzo e non poco la versione cantautorale, che da Nebraska a Tunnel of love, e più avanti da The Ghost of Tom Joad, fino a Devils and Dust, si fa largo, nello storytelling di questo superbo Autore e musicista rock. Resta il fatto che, come afferma lui stesso nell'autobiografia, Born to run, al capitolo 64, intitolato proprio Bringing It All Back Home (come il disco di Bob Dylan) dopo aver assistito a un live di Van Morrison, Joni Mitchell e dello stesso Dylan, arriva a questa conclusione: "Anch'io so farlo. Anch'io so regalare questa felicità, questi sorrisi. Tornato a casa, chiamai la E Street Band... 

Ecco allora, Bruce, chiamala 'sta Band! Torna in strada, ma soprattutto torna a incidere il tuo buon vecchio rock, quello di Darkness, The River, Born in the Usa, Lucky Town e The Rising. Dove, tra i solchi, potrai comunque inserire le tue migliori composizioni in stile Western Stars, come hai sempre fatto, del resto. Già in The Wild, troviamo brani più intimisti come Wild Billy's Circus Story, in Born to Run, con Meeting across the river, e così via, senza continuare una lista che potrebbe diventare infinita, la E Street Band, se stimolata, è ancora capace di creare la giusta atmosfera, il feeling necessario per un disco rock, ma al contempo intimo e struggente. Evitando ciò che Mauro Zambellini definisce "una palpabile sensazione di imborghesimento pop." Il problema però è nelle orecchie di chi ascolta, con la mente offuscata dal sound epico di The River, Darkness o Born to run, senza ammettere a se stessi, che tutto cambia e che non ci si può tuffare più di una volta nelle stesse acque. Perché mai Springsteen dovrebbe (e potrebbe) farlo?

Buon lavoro, Bruce, a presto, qui nelle retrovie della civiltà qualcuno invoca e rivuole il Capo!

"Da qualche parte nella notte vuota i rintocchi di una campana risuonarono e si spensero lontano dove campane non ce n'erano. Sulla superficie ricurva della terra buia e senza luce che sosteneva le loro figure e le innalzava contro il cielo stellato, i due giovani sembravano cavalcare non sotto ma in mezzo alle stelle, temerari e circospetti al contempo come ladri appena entrati in quel buio elettrico, come ladruncoli in un frutteto lucente, scarsamente protetti contro il freddo e i diecimila mondi da scegliere che avevano davanti a sé." 

(Cormac McCarthy, "All the pretty horses")

Album consigliati se ti è piaciuto Western Stars:

Neil Young "Prairie Wind" (2005) 

Tom Petty "Highway Companion" (2006)

Mark Knopfler, Emmylou Harris "All the Roadrunning" (2006)    

Bob Dylan "Together Through Life" (2009)


Dario Greco


martedì 10 settembre 2019

Attraversiamo questa dura terra


Mi misi addosso la vestaglia la mattina. Guardai l'anello del fornello diventare rosso. Rimasi ipnotizzato dalla tazza del caffè. Mi misi gli stivali e feci il letto. La zanzariera sbatte fuori dai cardini e mi tiene sveglio tutta la notte. Come guardo fuori dalla finestra la sola cosa che vedo è un lampo secco sulla linea dell'orizzonte, solo un lampo secco e tu nella mia mente.

(Dry Lightning, Bruce Springsteen)

L'acqua è ancora tiepida, perché è sgusciata sfavillando sulle sabbie gialle nel sole, prima di giungere alla stretta pozza. Su una riva del fiume i pendii dorati del contrafforte salgono dolcemente ai monti Gabilan forti e rocciosi; ma a valle l'acqua e orlata di piante: salici verdi e novelli ad ogni primavera, ingombre le forche dei rami bassi dal tritume della piena invernale, e sicomori dalle candide e screziate braccia penzolanti e dalle fronde arcuate sulla corrente. Sulla riva sabbiosa sotto gli alberi giacciono le foglie disseccate in strato così alto, che la lucertola fa un grande trapestio correndovi in mezzo. I conigli escono dalla macchia a sedersi sulla sabbia nella sera, e le radure acquitrinose sono disseminate delle tracce notturne dei tassi, delle larghe zampate dei cani dei ranches e delle orme a cuneo dei daini che vengono a bere all'ombra.

Io e mia sorella siamo arrivati da Germantown e abbiamo dormito sulla roccia della montagna. Siamo stati soffiati in giro da una città all'altra, cercando un posto dove fermarsi, dove il sole squarcia le nuvole e per cadere come un cerchio di fuoco giù su questa dura terra. Ora perfino la pioggia non cade più e forse non tornerà mai più e l’unico suono di notte è il vento che sbatte la porta della veranda sul retro; ti scuote come vuole per poi sbatterti giù, muovendo e innalzando la sabbia, lasciando distesi a faccia in giù tutti quegli spaventapasseri a faccia in giù nello sporco di questa dura terra. Qui ho visto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all'ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso.Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa.

Adesso i nostri zoccoli calpestano e sbattono la sabbia cavalchiamo tra i mulinelli creati dal vento cercando un tesoro perduto, seguendo la strada a sud del Rio Grande, stiamo attraversando quel fiume, al chiaro di luna su fino alle pianure di questa dura terra. I miei occhi scorgono un tornado in lontananza, vedi antiche ombre, sono immagini del passato che ti perseguitano, ma il passato non è sepolto, il passato non esiste, così come la coltivazione di pomodori di Juan non è solo una coltivazione, ma il desiderio di emergere da questa valle di lacrime che è tenuta in piedi soltanto da birre rancide e sudore, e da trecce lunghe e scure, come la ragazza che ti sorride quando ti fermi per fare il pieno di carburante. Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederle ridere e giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava fra l'erba, sotto l'albero in fiore. Sfilavano la bandiera e colpivano la palla. Poi rimettevano a posto la bandiera, andavano sul terrapieno, prima tirava uno, poi l'altro. Procedevano ancora, ed io ancora a seguirli, lungo lo steccato. Luster si allontanava dall'albero in fiore, avanzavano lungo lo steccato, si fermavano, ci fermavamo anche noi, mi mettevo a guardare fra i rampicanti, mentre Luster frugava nell'erba. «Attento, caddie». Si allontanarono, attraversando il prato. Aggrappato ai pali dello steccato, li guardavo che si allontanavano, coi piedi ben piantati per terra ma senza affogare nel fango, in questa palude di fuoco, in questo orizzonte senza linea. Questo non è più il paese dei rancheri di una volta, ma non sembra più un paese per troppe cose, e allora correremo anche questo rischio, fosse per noi non ci sarebbe futuro e non ci sarebbe domani, ma senza dubbio ci sarebbe giustizia, ora e qui.

Occhi di fuoco: budella che non reggono e tutto il calore che il mondo può sopportare in una notte che non cede il passo alla luce. L'ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell'orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L'uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un'illusione dei filosofi e degli stolti. Tutti quanti desiderano il loro auspicato pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri, ma sono solo, profondamente. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di questa dura dura terra. È solamente nella nostra testa? Ma veramente? Adesso i nostri zoccoli calpestano e sbattono la sabbia mentre noi cavalchiamo tra i mulinelli creati dal vento cercando un tesoro perduto, seguendo la strada a sud del Rio Grande, stiamo attraversando quel fiume, al chiaro di luna su fino alle pianure di questa dura terra. Caro Frank non abbiamo tempo per preparare per bene le nostre valige, incontriamoci stanotte giù alla Liberty Hall. Ti chiedo solo un bacio da te fratello mio e poi viaggeremo fino a quando ce la faremo. Dormiremo nei campi, vicino ai fiumi e la mattina decideremo il da farsi, tieni duro, resta affamato e resta vivo, se puoi e incontrami in un sogno dove noi attraversiamo questa dura dura terra. E’ notte adesso. Il caldo sembra non concedere alcuna tregua. Nemmeno la polvere. Caldo e polvere si appiccicano ai corpi. Le pelli sudano terra. Mulinelli di tafani e zanzare fluttuano ossessivi nell'aria immobile e infernale. Caldo e polvere non concedono alcuna tregua a questa notte statica. Tre lupi ululano su un monte. Urlano il disprezzo di questa dura terra. Una terra desolata dove i raggi del sole tracciano linee di demarcazione, tra la vita e la morte, tra ciò che fluisce e ciò che ristagna fino a svanire. Tre lupi ululano nella notte. Caldo e polvere non concedono alcuna tregua, al giorno come all'oscurità. Serpenti a sonagli si contorcono sulla ghiaia ardente e appena accennata dei sentieri. Le bestie cercano rifugio dove possono, tra le gole rocciose, tra le insenature del canyon per sfuggire al calore del sole, che continua anche con il buio. In lontananza il fiume e il suo placido muggito benefico, vitale. E ancora il caldo, il maledetto caldo, che sottomette e ghermisce ogni cosa, che non concede tregue né fa prigionieri né li libera, perché soltanto il vento dell’Ovest potrebbe. Quel vento che ormai ha dimenticato di soffiare mentre attraversiamo questa dura terra.




venerdì 6 settembre 2019

The Ties That Bind – Emissari e affluenti in The River



Un saggio breve su Bruce Springsteen

Di Dario Greco

"Quando ho composto The River ho cercato di accettare il fatto che il mondo è un paradosso e nient'altro. E l'unica cosa che puoi fare davanti a un paradosso è vivertelo. Nell'album io dico semplicemente che non capisco tutte queste cose, non vedo come stanno insieme." 

(Bruce Springsteen) 

“Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume l'attraversa. Il fiume fu scavato dal grande fluire del mondo, e scorre tra le rocce dall'inizio dei tempi. Sopra le rocce sostano gocce di pioggia senza tempo. Sotto le rocce sostano le parole, e alcune delle parole sono le loro. Sono tormentato dal fiume.”

Queste parole appartengono al personaggio interpretato da Craig Sheffer nel film di Robert Redford, In mezzo scorre il fiume, incantevole pellicola del 1992 tratta dal romanzo autobiografico di Norman Maclean, pubblicato nel 1976. E’ stata una lunga attesa, per i fan duri e puri di Bruce Springsteen; finalmente però oggi, venerdì 4 dicembre 2015 è giunto il giorno di The Ties That Bind – The River Collection. Si tratta di una di quelle date storiche, visto che il materiale raccolto in questo monumentale box composto da 4 CD e 3 DVD: il motivo è piuttosto semplice, questo box fa nuova luce, in termini retrospettivi su uno dei periodi migliori per la produzione discografica del Boss. Il cofanetto comprende infatti il doppio album The River originale, ma soprattutto la prima release ufficiale di The River: Single Album, il disco mai uscito e già pronto nel 1979, così com'era stato pensato in quel particolare frangente. Le cose poi, come tutti sanno, andarono diversamente. Ancora più interessante però è scoprire il materiale inedito raccolto nel quarto cd, che si intitola The River: Outtakes, e che include ben 22 canzoni inedite. Si tratta di brani che i fan più esigenti conoscono già per via dei molti bootleg in studio e live pubblicati nel corso di questi 35 anni. Ci sono anche tre DVD composti da un doppio con il concerto di Temple, Arizona del 1980, considerato da molti come uno dei migliori live mai eseguiti da Bruce Springsteen. A chiudere la parte audio-video c’è il bel documentario realizzato da Thom Zimmy, che include un’intima e solipsista intervista in cui Springsteen esegue alcuni dei brani del disco The River, intervallati da riflessioni, retroscena e qualche rara immagine del periodo a cui fa riferimento. Archiviato il lato audio e video, il box non finisce qui visto che è corredato da un pregevole libro illustrato che contiene 200 foto rare e bellissime con un saggio scritto da Mikal Gilmore oltre al “quaderno” con i testi autografi di The River.

Il documentario realizzato ancora una volta da Thom Zimmy, The ties that bind, è un reperto davvero struggente dove uno Springsteen in versione rigattiere, dalla sua rimessa del New Jersey canta, spiega e ricorda uno dei periodi più importanti della sua carriera da musicista. Era un giovane artista ambizioso di 31 anni, quello che si apprestava a lanciare il suo secondo più grande successo dopo Born To Run. Ed era un artista maturo, che in cabina di regia discuteva con i suoi più stretti collaboratori, tra cui lo stesso Van Zandt e il manager Jon Landau, su come poteva essere questo disco. Il disco divenne The River, uno dei doppi più celebrati della storia del rock. Un disco esemplare che può comodamente racchiudere e riassumere la carriera e la vicenda umana di quello che all’epoca era definito l’eroe del blue-collar rock. Uno dei capitoli più intensi e vibranti di quello che Leonardo Colombati definisce il Grande Romanzo Americano Rock.

- Analizzando The River -

Tuttavia se si vuole analizzare e conoscere al meglio i segreti di un disco epocale ed epico come The River, bisogna fare un passo indietro e tornare a riascoltare un disco e un bootleg: il disco è naturalmente Darkness on the edge of Town, mentre il bootleg, conosciuto con diversi titoli, reca l’immagine dello stesso lavoro in studio del 1978 con la dicitura The Definitive Remastered Darkness Outtakes. Escludendo i primi due dischi, Greetings e The Wild, pubblicati a stretta distanza, ma registrati in due anni diversi, visto che il primo era fermo ai box dall’anno precedente, il distacco temporale che intercorre tra The River e Darkness, di due anni e quattro mesi, nasconde un legame profondo e netto tra questi due dischi in studio. Questo legame assume connotati precisi che si possono meglio capire e rintracciare ascoltando e sezionando un lavoro come The Ties That Bind: The River Collection. Le canzoni già pronte ma poi scartate per Darkness, rispondono al nome di Sherry Darling, Drive All Night, Point Blank, Independence Day, Ramrod, due delle quali sono le assi portanti per il secondo disco di The River. Secondo alcune leggende, proprio Darkness poteva essere il primo disco doppio della produzione springsteeniana; oggi naturalmente sappiamo come andarono le cose, ma soprattutto possiamo finalmente ascoltare almeno uno dei lost album di Bruce Springsteen: The Ties That Bind (The River: Single Album). Un lavoro che serve, in un’ottica retrospettiva, a farci capire perché a volte Springsteen ha necessitato di tempi lunghi di gestazione, prima di pubblicare un disco. Non che si tratti di un disco brutto o sciatto, ma sicuramente è un lavoro un po’ debole e sottotono, soprattutto se paragonato al precedente, Darkness o al successivo Nebraska. Non avrebbe sfigurato, visto che il materiale è comunque di qualità, ma nel tempo sarebbe stato ricordato di certo come un episodio minore, nella produzione artistica in studio del Nostro.

Sappiamo bene che le cose andarono in maniera diversa. Mi preme fare luce su un aspetto poco noto al grande pubblico e a certa critica: il suono, l’anima e le motivazioni di The River. Molto si è detto e scritto a favore di questo lavoro, tuttavia il più delle volte vige un clima di incertezza nel considerare e giudicare questo disco. Si è spesso parlato di un sound fresco e paragonabile a quello di uno spettacolo dal vivo. Molto giusto, sicuramente vero, ma per ottenere in studio questo effetto, il lavoro effettuato sulle dinamiche delle ritmiche e in particolare di batteria, basso e chitarre, per chi abbia un minimo di dimestichezza con la produzione e la registrazione, è tutt'altro che semplice, naturale e spontaneo, come metodo di lavorazione. A ben sentire c’era molta più immediatezza e spontaneità nei suoni proprio in Darkness, grazie al lavoro basato sull'essenziale portato a termine da Springsteen, Van Zandt e soci. Che cosa viene fuori e perché questo lavoro è stato così celebrato e viene ancora ricordato a distanza di quasi 40 anni? Per la prima volta l’autore pubblica una raccolta di brani smaccatamente rock and roll: basta dare un’occhiata alla track list, senza considerare le molte outtakes, che oggi possiamo recuperare attraverso Tracks, The Essential, ma soprattutto nel cd dedicato al materiale inedito di The River, presente in questo cofanetto (pubblicato nel 2015). Alcuni brani sono davvero incredibili, altri verranno poi smembrati per dare nuova linfa ad altri, ma in generale si può notare come il livello sia piuttosto alto e avrebbe meritato maggior fortuna, come nel caso di brani come Be True, Roulette o Loose Ends. Stiamo parlando però di Bruce Springsteen, un musicista che più volte ha escluso (o avrebbe voluto farlo) canzoni di impatto e di sicuro successo, aspetto che andrò a trattare più avanti (Further on Up the road). Bisogna forse seguire la corrente, per apprezzare e meglio comprendere questo ricco e lussureggiante fiume, eppure è innegabile come dopo Tracks e soprattutto dopo la Reunion Tour del 1999, il Nostro abbia deciso di offrire una seconda occasione a brani minori o meno considerati, secondo gli standard dell’epoca in cui erano stati composti. Non solo, dato che scopriamo come canzoni di The River abbiano più versioni alternative. Pensiamo ad esempio ai casi esemplari di Stolen Car o di You can look (but you better not touch) dove rispondere con sicurezza a quale sia la versione migliore sembra una variante del tormentone infantile: a chi vuoi più bene, a mamma o a papà? Personalmente, ma ci sono tanti altri fan a darmi conforto, non ho mai compreso l’esclusione di pezzi come Loose Ends, Roulette, Be True o Restless Nights, dove la musica scorre davvero come quel fiume che Springsteen cerca di evocare, costi che quel che costi (The Price You Pay). Le scelte in studio di un autore, determinano spesso la sua carriera e il suo destino. Da questa raccolta viene fuori un sorprendente e inedito ritratto alternativo di un giovane e ambizioso artista trentenne. Un artista già maturo e piuttosto consapevole, che sa ciò come vuole, ma soprattutto come ottenerlo, produrlo e suonarlo. Il disco diventerà The River, uno dei doppi più celebrati della storia del rock. Bisogna però riflettere, a livello retrospettivo ( e a noi oggi questa cosa è concessa!) su  come sarebbe cambiata la carriera di Springsteen, se avesse inciso e pubblicato brani di successo come Fire e Because the night, oppure se avesse scartato o pubblicato in altra forma, le sue hit: Hungry Heart, Cover Me, Dancing in the dark e Born in the Usa. Probabilmente staremmo parlando ora di un altro artista, con un impatto mediatico e un successo commerciale e popolare sicuramente inferiori. Difficile fare la storia con i se e con i ma, ma aspettando la pubblicazione del prossimo box antologico, che presumibilmente dovrebbe riguardare le sessions di Born in the Usa, possiamo tornare a riascoltare e a rivivere appieno le atmosfere whitmaniane di The River. Uno dei più grandi best seller della vicenda umana e artistica di Bruce Springsteen. Come disse Steve Van Zandt, chitarrista della E Street Band:- Qualsiasi musicista farebbe carte false per scrivere il materiale che Springsteen elimina e cestina dai suoi dischi. Questo a giudicare dai titoli, è più che veritiero e non si tratta di semplice agiografia. Il materiale inedito di Springsteen, è una delle cose più sensazionali per quanto riguarda il rock classico di matrice statunitense; sulla scorta del suo timbro vocale, dev’essere confluita in lui la spinta ancestrale di un’eredità americana a cui non ha opposto resistenze. Le correnti intrecciate del suo fiume, emissari e affluenti, appaiono ora chiare e distinte, ora sovrapposte e fangose, come si conviene a un ricercatore accanito delle radici musicale di un Paese vasto e contraddittorio, nel senso buono del termine, come gli Stati Uniti d’America. Non vi sono certo dubbi, alla luce di una carriera così longeva e ricca di successi, che la canzone in cui sboccia con maggiore vigore lo Springsteen adulto, come voce e come autore, sia proprio The River. Ed è quasi come se in questa occasione l’autore abbia consapevolezza di aver scritto un classico capace di sovvertire e mutare per sempre la sua carriera di songwriter. Non è certo casuale se The River, nel corso degli anni, abbia assunto una tessitura più complessa, come le tante diramazioni di un possente fiume in piena, sarebbe il caso di dire. Non che l’autore non avesse già scritto brani strutturati in maniera narrativa, ma qui si avverte con maggior vigore e impatto la capacità di condensare un’ampia sequenza, degna di un romanzo.

Scriveva Dave Marsh nel suo pregevole Born to run: 

In quell'eccezionale racconto di Thomas Wolfe, You Can't Go Home Again, troviamo l'epitaffio di questa storia. Come in The River, queste righe potrebbero essere una storia o una preghiera per il futuro. Ci sono possibilità che siano entrambe:

  «Poiché egli ha imparato alcune delle cose che ogni uomo deve scoprire da solo, e le ha apprese nel modo in cui si devono apprendere - attraverso l'errore e la sofferenza, la fantasia e l'illusione, l'ipocrisia e la sua dannata scempiaggine, e attraverso l'ingiustizia, l'idiozia, l'egoismo, l'ambizione, la speranza, la fede e l'incertezza... Ogni cosa dì quelle che aveva imparato era così semplice che, una volta capita, si meravigliò di non averla sempre saputa. Tutte insieme, quelle cose erano una specie di filo conduttore che lo portava indietro attraverso il suo passato avanti verso il suo futuro. E pensò che adesso avrebbe potuto forse dirigere la sua vita verso una conoscenza profonda, perché sentiva un nuovo orientamento dentro di sé.» 

 “Prima che questi campi fossero arati, i nostri fiumi scorrevano gonfi fino all'orlo; la melodia delle acque riempiva i boschi freschi e senza confini; e i torrenti scorrevano e i rivi giocavano, e nell'ombra zampillavano le sorgenti.” 

 (William Cullen Bryant)



giovedì 29 agosto 2019

Bruce Springsteen Definitive Collection in edicola



L'uscita in edicola della raccolta Definitive Collection (Tv Sorrisi e Canzoni e Corriere della sera) è una nuova occasione per ammirare da vicino la discografia completa del più grande rocker americano vivente. E' una lunga e imperiosa cavalcata musicale lunga 39 anni. Peccato solo per il fatto che l'ordine scelto sia casuale-sincronico e non cronologico. Una pecca che certo ai grandi fan non è sfuggita, dato che nel caso della discografia springsteeniana, questo è un fattore da non sottovalutare, come del resto non lo è per altre icone del firmamento come Bob Dylan, Neil Young, Van Morrison o Tom Waits. Il quadro storico e l'evoluzione musicale, di musicisti e arrangiamenti che si susseguono è parte integrante dell'opera springsteeniana, a nostro avviso.

Passiamo avanti. La prima uscita è stata, in questa settimana, Born in the Usa.

Capitolo e capolavoro che non ha bisogno di presentazione. Sette hits, successo clamoroso e capovolgimento verticistico per la carriera del cantautore di Freehold. Niente, in tutti i sensi, sarà più lo stesso. Steve Van Zandt ha lasciato la band; vi tornerà nel '99 per il Reunion Tour. Nella band fa il suo ingresso la signorina Patti Scialfa. Il sound post-the river diventa muscolare e anaerobico, così come le ritmiche si fanno ancora più imperiose e marziali. Non lasciando quasi nessuno spazio all'ascoltatore. Sono ritmi che ti afferrano e ti portano a ballare o a battere le mani, inconsapevolmente.

La title track, Cover Me, I'm going down, Non Surrender, sono solo alcuni titoli che danno la dimensione e il climax del disco. Ci sono poi pezzi pregiati come I'm on fire, Bobby Jean, Downbound Train e la conclusiva e "malinconica" My hometown.

Gli eroi celebrati del disco sono senza dubbio Max Weinberg ai "tamburi" e Roy Bittan al piano e al synth. C'è spazio per i ruggiti di sax di Clarence Clemons, che però si fanno sempre più brevi, rispetto a quello che aveva suonato su dischi come The River, Born to run e The Wild, The Innocent. Bruce Springsteen è il portatore sano del mainstream rock più schietto ed autentico in una decade, gli ottanta, in cui tutto è diventato finto e sintetico, specialmente in ambito pop.

La musica, proprio come l'America è cambiata. E per i personaggi springsteeniani è tempo di bruciare i propri sogni lungo highway infestate da tormenti esistenziali e "depressioni" reaganiane. Bruce si fa così cantore dei reduci del vietnam, dei sopravvissuti alle proprio destino nefasto, di innamorati provati da lavori massacranti e vite segnate. Testi duri come sassi, ma musiche gioiose e furenti per danzarci sopra, come nel caso dell'ambigua ed ipnotica Dancing in the dark, che ad una melodia e ad un arrangiamento orecchiabile e godibile contrappone un testo adulto, virile e sofferto.

La prossima uscita è The River il 28 agosto.

... E il viaggio continua. In edicola!

[Pubblicato il 25 agosto 2012 su grecodario.blogspot.com]





venerdì 23 agosto 2019

Springsteen torna al rock autentico con Wrecking Ball


"Parlavano tutti insieme, con voci insistenti e impazienti, contraddittorie, trasformando una cosa irreale in una possibilità, poi in una probabilità, poi in un fatto incontrovertibile, come fa la gente quando i suoi desideri diventano parole." 

(William Faulkner)

Bruce Springsteen è un musicista epocale. Nel corso di una lunga e proficua attività discografica, è riuscito a proporre, nel tempo, lavori esaltanti o dignitosi, ma cosa più importante, è riuscito a dare autenticità alla sua musica. Con Wrecking Ball il Boss scrive il suo personale "The Sound and the Fury".

Cantore della heartland music, eroe della working class bianca, nella sua lunga carriera è riuscito più volte a rigenerarsi, spesso disorientando il suo pubblico, a volte anche in modo estremo e brutale. A volte solo nelle intenzioni. L’onestà del rocker del New Jersey ha da sempre caratterizzato il suo humus culturale e musicale.

"Fate rumore! Aprite le orecchie e aprite il cuore. Non prendetevi troppo seriamente e prendetevi seriamente come si prende seriamente la morte. Non preoccupatevi. Abbiate confidenza in voi, ma anche il dubbio. Vi terrà svegli e aperti. Siate capaci di mantenere due ideali contraddittori allo stesso tempo dentro al vostro cuore e alla vostra testa. Se non vi farà impazzire, vi renderà più forti. E rimanete forti, affamati e vivi." 

Un songbook sconfinato e potente che ha attinto meglio di chiunque altro, fatta eccezione per Bob Dylan, dalla tradizione musicale statunitense dello scorso secolo.

Una tradizione fatta di gospel, dixieland jazz, country, soul, e ovviamente rock’n’ roll. Negli ultimi tempi Springsteen ha riscoperto sonorità ancestrali della tradizione musicale irlandese (è nel suo DNA) con fanfare da parata bandistica e “jig” (giga). E’ una miscela esplosiva di pop, folk, hip-hop e loop. In Wrecking Ball trovano spazio molte influenze e stili, così come il suono di una chitarra elettrica lancinante e furente, quella di Tom Morello, che, per certi versi, ci riporta al Fuoco Sacro di Darkness on the edge of town, per chi ama questo tipo di suggestioni soniche.

Commuove il ricordo su Land of hope and dreams, dove tra cori angelici e ruggiti di sax dirompenti, celebriamo l’ascesa del Minister of Soul Clarence Clemons.

Wrecking ball, title track, è un’altra canzone epica e per certi versi suona come l'Elvis dei primi anni settanta, con i fiati potenti, un imperioso violino, e quel tipico incedere che, ancora una volta, ci riporta alla mente il sound dello Springsteen dei bei tempi che furono.

Eppure Springsteen, ne siamo coscienti, non ha mai raccontato la cronaca, ma sempre dipinto il Mito. Questo diavolo del New Jersey non vive però in un passato sepolto, e qui ce lo conferma ancora una volta, soprattutto grazie al prodigioso arrangiamento realizzato per il brano Rocky Ground, dove esplora territori a lui poco consoni, tra campionamenti in stile Robbie Robertson nativo americano, loop, e addirittura una citazione presa in prestito dal Libro dei Salmi.

Wrecking Ball ci restituisce quindi un Bruce Springsteen ispirato, vitale e autentico. Non sarà quindi difficile, in questa occasione, pizzicarlo lungo strade e autostrade già battute dai veri maestri: Bob Dylan, Johnny Cash ed Elvis Presley.

Comunicativo come solo il vero rock di un’epoca passata fu, ma contaminato e impuro come i tempi attuali richiedono. Un manifesto di poesia e di nuovo umanesimo. Perché Springsteen, ancora una volta, ribadisce che egli è nato per sopravvivere!


"Quando nel '64 presi in mano la mia prima vera chitarra, c'erano in giro poche chitarre (non credo che ne avessero costruite abbastanza) e poche band: avevamo alle spalle solo dieci anni di storia del rock, un'inezia, come dal 2002 a oggi. Gli stili si confondevano e sovrapponevano, non c'era l'abbondanza che troviamo oggi nelle vie di Austin. Voi avete i vostri eroi, io ho i miei. Ricordate che in decenni di musica, l'unico elemento di coerenza rimane il potere della creatività, la purezza dell'espressione: vale per il punk e per la dance, gli strumenti che utilizziamo non sono rilevanti. Viviamo in un mondo post-autentico, dove ciò che conta alla fine della giornata è ciò che resta quando spegni la luce per andare a dormire". 


"Il tempo non è poi questo gran male, dopotutto. Basta usarlo bene, e si può tirare qualsiasi cosa, come un elastico, finché da una parte o dall'altra si spacca, e eccoti lì, con tutta la tragedia e la disperazione ridotta a due nodini fra pollice e indice delle due mani."
(William Faulkner)


Dario Greco


(Pubblicato il 28 marzo 2012 sul blog www.peprovoca.it )




Springsteen in Ohio suona a sostegno di Obama

[Scritto nel 2012]

Nel corso della sua lunga carriera musicale, Bruce Springsteen ha più volte mutato pelle, vestendo talvolta i panni del rocker, altre invece quello del menestrello cavallerescamente impegnato e radicale. Questa sua etica, talvolta l’ha portato a schierarsi apertamente su temi caldi, quali l’impegno sociale, la lotta contro l’Aids e le campagne di beneficenza per associazioni e compagnie umanitarie come No Nukes, Vietnam Veterans of America, Amnesty International, e Usa for Africa, solo per citarne alcune.

Qualcosa però nella sua sensibilità è cambiata dopo l’11 settembre, e lui Poeta della Strada e Americano Vero, dopo aver più volte schivato o declinato l’impegno politico straight si è visto costretto a uno schieramento più esplicito già durante la campagna elettorale di John Kerry del 2004, dove, a fianco di altri illustri colleghi quali R.E.M, Pearl Jam e Ben Harper intraprese un tour denominato “Vote for a change“.

Nel 2008 poi l’allora candidato alla presidenza Barack Obama scelse la canzone The Rising come colonna sonora per i suoi comizi, dove lo stesso Springsteen scese nuovamente in campo in prima persona, suonando in acustico a Cleveland (Ohio) il 2 novembre 2008, durante uno degli ultimi discorsi del futuro 44esimo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Bruce Springsteen, per chi non lo conoscesse bene, è uno dei più importanti cantori della Heartland Rock, eroe della working class bianca. Nella sua lunga carriera è riuscito più volte a rigenerarsi, spesso disorientando il suo pubblico, a volte anche in modo anche estremo e brutale, e a volte solo nelle intenzioni. L’onestà di questo eccezionale rocker del New Jersey ha da sempre caratterizzato il suo humus culturale oltre che un background musicale ampio.

Durante questa incerta campagna elettorale il presidente uscente, Barack Obama, aveva chiesto aiuto al suo amico Bruce Springsteen, il quale in un primo momento sembrava volesse declinare l’invito; aspetto che secondo alcuni detrattori sembrava motivato da un crescente scetticismo verso il primo mandato del Presidente in carica.

Eppure ieri al Cuyahoga County Community College Western Campus, in Ohio, uno degli Stati-chiave per la corsa alle elezioni presidenziali, Bruce Springsteen veniva  introdotto da Bill Clinton (che in questa campagna elettorale pare stia giocando un ruolo “centrale”) .

“Ci sono troppi cittadini americani che rischiano di finire ai margini. Obama è l’uomo giusto per ridare a queste persone un’opportunità.” (ha affermato il cantautore)

Dopodiché imbracciata la sua chitarra acustica ha intonato uno dei suoi cavalli da battaglia: No Surrender.

“Abbiamo fatto una promessa abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta/ Nessuna ritirata, nessuna resa/ Come soldati in una notte d’inverno con un giuramento da rispettare/ Nessuna ritirata, nessuna resa.”

Un artista sensibile e dotato come Bruce Springsteen, ha sempre dato un’impronta etica ed impegnata al suo lavoro, fin da quel lontano 1978, le sue liriche furono intrise da un notevole impegno sociale, fatto piuttosto insolito per un giovane musicista, allora ventisettenne, che trattava già temi come il lavoro, la ricerca della felicità, un posto nel mondo da coltivare e da mantenere. Nei suoi versi e nelle sue canzoni si sente la Voce del Poeta, per citare il grande Federico Garcia Lorca, senza dimenticare la vicinanza di Springsteen con le liriche di autori come Walt Whitman, Alfred Tennyson, Thomas Wolfe, Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson, così come la vera voce dell' Uomo della strada, che torna puntale, nella sua poetica, attraverso l'utilizzo colloquiale di domande semplici e sincere, di un Verismo capace di far presa perfino su Ronald Reagan, il primo a strumentalizzare il suo messaggio durante la campagna elettorale del 1980. All'epoca però, e per evidenti motivi, Bruce Springsteen si dissociò dal quel tentativo di essere tirano in ballo, anche perché, lo disse apertamente in seguito, si identificava con valori e posizioni del tutto differenti rispetto a quelle dello schieramento repubblicano. Insomma: era un altro artista e quello era un altro politico.

Tornando invece a una dimensione presente, la scaletta del mini-show di ieri è stata composta oltre che della già citata No Surrender, dai seguenti brani:

The Promised Land, Youngstown, (che cita  lo stato dell’Ohio)  We take care of our own, (il nuovo inno rock del 2012), This land is your land di Woody Ghutrie, e a concludere l’epica Thunder Road.

Del resto già da qualche anno alcuni rumors lo vorrebbero come possibile candidato alla carica di Governatore dello Stato del New Jersey. Per il momento il cantautore americano ha annunciato nuove date per il tour 2013 Wrecking Ball, un disco che era intriso di impegno sociale, malinconia, rabbia e speranza. Basti pensare a canzoni come This depression, Jack of all trades e Land of hope and dreams.

“Il baro tira i dadi, il lavoratore paga le bollette. C’è ancora ricchezza e agio sulla collina dei banchieri. Sulla collina dei banchieri la festa va forte. Quaggiù in basso siamo ammanettati e trascinati” (Shackled and drawn)

Bruce Springsteen aveva detto che questa volta, a differenza del 2008, non si sarebbe schierato ma il testa a testa nei sondaggi tra Obama e Romney lo ha convinto a spendersi di nuovo per il suo amico Barack!

Il carisma di questo eroe proletario non tramonterà mai, Obama o non Obama. Ciò che conta è la musica, e la sua musica può ancora cambiare il mondo. E Springsteen, lo sappiamo bene, non ha mai raccontato la cronaca, ma sempre dipinto il Mito.


Dario Greco


(Articolo originariamente scritto per il sito noigiovani.it in data 19/10/2012)

mercoledì 14 agosto 2019

Born to run – Tutte le strade di Bruce Springsteen




È il 25 agosto 1975, Bruce Springsteen ha quasi 26 anni. Born to run, il suo terzo album, celebra la vita on the road, attraverso la voce e le speranze di due ragazzi in fuga, verso un altrove che li condurrà a vivere una vita migliore. Ogni artista ha il suo feticcio, ma per certi artisti il feticcio è una vera e propria ossessione. Una missione da compiere e da portare a termine. A qualsiasi costo. Da costa a costa. LaCoste permettendo. E mi perdonino, se possono, tutti gli skin che leggeranno questo pezzo. C’è una promessa che va mantenuta, c’è un patto, spesso celebrato lungo il famoso crocevia del tempo e dello spazio. Nel caso di Bruce Springsteen ci sono solo due cose che contano davvero: la musica e la strada. Della musica di questo celebrato artista si è detto tante volte, forse troppe. E troppe celebrazioni alle volte fanno solo ubriacare. Ma nel rock si è visto anche di peggio. Chiedere ad Elvis per credere. Provare per credere. Prove it all night.

Qui ci interessa però descrivere il rapporto tra Bruce Springsteen e la strada.

Come per altri celebri artisti, penso a Jack London, Bob Dylan o Jack Kerouac, la strada ha rappresentato tutto ciò che era davvero importante. E reale. Con Springsteen l’importanza di descrivere qualcosa di reale è fondamentale, quando non essenziale. In molti casi il successo di un artista di questo genere è legato doppiamente al suo rapporto con la vita di strada, alle avventure sognate, sublimate o vissute dal vero, il più delle volte seguendo un percorso improvvisato, non definito. Il rapporto tra Bruce Springsteen e la strada è lungo e duraturo. Già nel suo primo disco la celebrazione del vivere alla macchia, on the road, sarà uno dei suoi marchi di fabbrica. E’ così che costruirà e plasmerà la sua epica, una mitologia fatta di ruote e di sudore, di giacche di pelle rubate a Marlon Brando, di corse nel cuore della notte che sanno di ribellione con un causa, apparente e non.
David Bowie, musicista inglese che già all’epoca godeva di una certa credibilità artistica, se ne innamorò, di questa estetica ruspante e verace, e riproponendo due brani di Springsteen nel suo repertorio, il più fortunato, It’s hard to be a saint in the city è uno spaccato urbano iperrealista, non privo di umorismo e di episodi surreali e intriganti. La strada, in tutti i suoi aspetti è al centro di buona parte della discografia springsteeniana. Già nei titoli viene messa in primo piano: Jungleland, Street of fire, Racing in the street, Out in the street, Thunder Road, Backstreets, Incident on 57th Street, fino ad arrivare a Street of Philadelfia. Si tratta della stessa strada raccontata da Martin Scorsese che in Mean Streets e in Taxi Driver è davvero vicina come scrittura e punto di vista a quella poetica spingsteeniana, che nella mitologia del rock ha sempre avuto un posto di rilievo al pari degli Stones, di Dylan e di Tom Waits. Anche il regista Walter Hill, un autore duro e da uno stile secco e iperrealista, lo cita ben due volte, e arriva a usare un suo titolo per quello che sarà uno dei suoi film meno riusciti: Streets of fire.  Sean Penn al suo esordio dietro la macchina da presa guarderà a Springsteen come modello per raccontare una storia di sangue, di fratelli e di strade violente nel suo The Indian Runner.

La corsa pazza di Springsteen pare interrompersi dopo l’ubriacatura amorosa di Tunnel of love, del 1987, dove uno dei suoi protagonisti nella struggente e notturna Cautius Man, arriva a dire: Una notte Billy si svegliò dopo un terribile sogno chiamando sua moglie per nome lei giaceva respirando al suo fianco in un sonno sereno, mille miglia lontana lui si vestì al chiaro di luna e si incamminò veloce giù verso l’autostrada quando vi giunse non trovò nient’altro che la strada. Il tema della strada torna però nel successo e steinbeckiano The Ghost of Tom Joad, quasi un seguito ideale di quel capolavoro e ancora cinematografico che era stato Nebraska, tra Malick e Ford, tra l’esistenzialismo e il nichilismo, ad un passo dall’isolamento e dalla depressione. Saranno davvero tante le strade battute dalla sua chitarra e dalla sua penna, sempre puntuale nel saper cogliere alcuni degli aspetti più importanti e veri di questo mito americano.

Appassionato di auto, motociclista, e animo zingaro, Bruce Springsteen ha davvero incarnato, in modo del tutto personale, l’eroe da lui stesso celebrato e cantato più volte. Per chi ha amato dischi come Born to run, che oggi compie 40 anni, e Darkness on the edge of town, non sarà difficile ricordare il significato univoco di strada per Springsteen: tutto inizia e si conclude con un colpo di acceleratore, con un cambio di marce, e con una corsa folle lungo il sogno americano (che non c’è). Sotto questo punto di vista una delle canzoni più rappresentative è certamente Racing in the street, uno degli episodi maggiori di Darkness on the edge of Town. Il brano è ispirato alla pellicola del 1971, Two-Lane Blacktop, diretta da Monte Hellman e interpretata da James Taylor e Warren Oates, racconta di un pilota e del suo amico meccanico, i quali girovagano per le strade del sudovest americano a bordo di una Chevrolet 150 truccata. Emblematico è l’incipit di Racing in the street, che parte proprio con la descrizione di un’auto truccata e messa a punto da due amici, che di giorno sbarcano il lunario come meglio possono, ma di notte corrono per vivere o vivono per correre. “Racing In The Street”, uno dei vertici assoluti di Bruce Springsteen, un inno sommesso che travalica il semplice significato di “canzone” per farsi epico romanzo formativo prima del Watergate e del buio alle porte. Musicalmente è un brano arrangiato alla perfezione, con un inizio scarno ed essenziale, che cresce nella seconda parte, grazie anche alla coda strumentale dove, chitarra, piano e organo si intrecciano, dando proprio l’idea di un viaggio in auto, a marce basse. Quello che rimane però sono i due protagonisti di questa ballata prevalentemente pianistica. Springsteen è sempre stato molto abile nell’indossare i panni di persone autentiche, dell’uomo di strada, del reduce del Vietnam, o dell’eroe della classe operaia, il Working Class Hero, cantato dal suo idolo Lennon. 

Ribelli, attaccabrighe o semplicemente viaggiatori, uomini di passaggio che devono risolvere qualche malaffare ad Atlantic City, o in un meeting nei pressi di un fiume. Non ha importanza di quale sia la location o lo scopo: ci sarà sempre una strada, un volante, un passaggio e un passeggero. Si tratta appunto della neo mitologia americana, di cui Springsteen è stato per almeno 10 anni uno dei massimi esponenti. Non è un caso che ancora oggi, a distanza di 30 anni, quando si pensa ad una certa atmosfera notturna, di gare clandestine e di frizioni bruciate, si pensa subito alla sua poetica stradaiola e suburbana.

Giacomo Leopardi nelle note del Zibaldone anticipa la poetica springsteeniana di Born To Run, quando scrive: “La velocità è piacevolissima, per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea d’infinito. Sublima l’anima, la fortifica.” Non molto distante, questo pensiero dall’inno di fuga di Born to run, dove il protagonista invita la sua ragazza a tagliare con il passato per camminare nella luce. Bruce Springsteen ha vissuto quelle strade, ha cantato quel tipo di racconto scarno ed epico nello stesso tempo. I suoi protagonisti sono cresciuti, invecchiati, qualche volta anche morti, sul sedile di una Chevi. Hanno provato a camminare come gli eroi che volevano diventare. La realtà però è fatta di altre cose. Springsteen questo lo sapeva, e per questi motivi ha preferito creare dopo tanto viaggiare una casa dentro cui far riposare questo animo inquieto e battagliero. I suoi eroi però vivranno per sempre, e saranno sempre lì, pronti quando la notte li chiamerà a raccolta, in un’ultima adunata, come in una celebre scena di un film di Walter Hill, guerrieri, giovani ribelli, ragazzi di città e di periferia che preferiscono essere protagonisti delle loro vite. Che preferiscono non accettare passivamente quello che la vita vuole e pretende da loro.

Siamo nelle terre che Jack London chiamava Vagabonlandia e che Springsteen contribuisce a ridefinire, portando il suo contributo a quel Grande Romanzo Americano, dei Dos Passos, Faulkner e Steinbeck. Con una prosa lucida, stringata e talvolta epica, Springsteen vive e racconta la strada, con i suoi personaggi a metà tra l’eroismo da fumetto e lo spaccato urbano di una città multiforme e multietnica. In questa miscela convivono le tante facce dell’America e del suo sogno irrealizzabile. Ci sono dentro operai, reduci, orfani e poeti, c’è dentro uno spaccato di vita che grida giustizia e pietà. Sono ruote che vengono scambiate per ali, come dice in Thunder Road, canzone di speranza e di redenzione. E’ una città di perdenti e noi ce ne stiamo scappando per vincere. Al di là dei molti proclami però, i personaggi di Springsteen vivono e incarnano la strada, il viaggio con consapevolezza. 

C’è un prezzo da pagare e a volte il biglietto è davvero troppo caro. Ci sono lungo la strada immigrati che cercano un modo migliore per vivere, uomini a piedi lungo i binari, ragazzi che sognano una vita migliore guardando dentro uno specchietto retrovisore. C’è la strada nel suo significato simbolico e allegorico e c’è quasi sempre una speranza, di raggiungere prima o poi una terra promessa.
C’è un protagonista, a volte solitario, a volte accompagnato da un partner, in una scorribanda notturna. E’ una notte che brucia di vita e di passione

Viviamo per desiderare, e cosi farò anch’io, e balzerò giù da questa montagna sapendo tutto alla perfezione o non sapendo tutto alla perfezione pieno di splendida ignoranza in cerca di una scintilla altrove.
(Jack Kerouac, Angeli di desolazione)

Dario Greco

N.B.

Questo testo è stato scritto nell'agosto del 2015, in occasione del quarantennale del disco di Bruce Springsteen Born to run e pubblicato in origine sul sito To Be POP dello scrittore e giornalista calabrese, Stefano Cuzzocrea. Scomparso prematuramente nella primavera del 2015. 

Il cuore oscuro del sogno americano in Springsteen


"Il mio cuore ha mille anni. Non sono come gli altri. Morirei, nei loro prati da picnic, soffocato dalle loro bandiere, indebolito dalle loro canzoni; non amato dai loro soldati. Trafitto dal loro umorismo, assassinato dalle loro preoccupazioni. Non sono come gli altri. Io sto bruciando all'inferno. L'inferno di me stesso." 

(Charles Bukowski) 

Quando il cantautore statunitense Bruce Springsteen diede alle stampe quello che, in chiave retrospettiva, molti individuano come uno dei suoi capolavori di tutti i tempi, la scena musicale americana e inglese, era stata scossa da una nuova ondata denominata punk-rock, che sulla carta avrebbe spazzato via tutto quello che imperava ancora nella seconda parte degli anni settanta. Oggi pensare a Darkness on the edge of Town, ci fa pensare a un giovane autore, all'epoca 29enne, che si era da poco messo alle spalle un momento davvero delicato della propria carriera e della sua stessa vicenda umana. Quella con il produttore e amico, Mike Appel, fu la prima dolorosa separazione tra il musicista di Freehold e uno dei suoi più preziosi collaboratori, che lo ha seguito già dal 1972, quando non era ancora né la promessa, nè tantomeno il futuro del rock and roll. Certo, da lì a qualche tempo, lo avrebbe abbandonato anche l'altro grande amico, Steve Van Zandt, salvo poi fare ritorno per la Reunion Tour del 1999, ma questa è un'altra storia, e ci sarebbe voluto comunque tempo perché la cosa accadesse.

  Nel 1978 Springsteen torna ad affacciarsi sul mercato discografico, (dal vivo era rimasto in attività per buona parte del 1976), trovando molte novità, in termini di suoni, di dinamiche e del contesto con cui aveva dato alle stampe il suo best seller, Born to run.

Darkness on the edge of Town, ha un approccio più fresco e genuino, sotto molti aspetti, musicalmente parlando. Sono passati almeno tre anni e mezzo, da quando aveva scritto il brano Born to run, cosa che si sente, nel confronto, soprattutto per l'approccio verista e di un crudo realismo quasi da film noir anni quaranta. Non a caso, Jon Landau, dirà che stavano cercando di realizzare qualcosa di conciso e forte, come un caffè nero bollente. Non sappiamo se il processo realizzativo e di registrazione sia andato come da programma. Possiamo però affermare che questo lavoro risulta unico nella carriera discografica, non solo del suo autore, ma in generale del rock cantautorale statunitense. Due anni prima, Bob Seger aveva dato alle stampe quel grande affresco della notte americana che risponde al nome di Night Moves, Bob Dylan era letteralmente tornato "out in the street" da quando Bruce Springsteen aveva pubblicato Born to run, Tom Petty aveva esordito con American Girl, nel 1976. A rendere la scena musicale viva e in fermento ci avevano pensato però band e artisti come The Clash, Patti Smith e i New York Dolls. L'approccio spartano ed essenziale dei nuovi arrangiamenti della E Street Band, aveva assorbito gli umori e le energie vitali di questo vento di cambiamento, cavalcando l'onda lunga delle novità musicali. Il tutto verrà confermato, per chi avesse ancora qualche dubbio, dalla richiesta di Joey Ramone, che due anni dopo chiederà allo stesso Springsteen di scrivere per loro una canzone. Quella canzone troverà poi spazio in The River, diventando di fatto il singolo di maggior successo del suo autore, almeno fino a Dancing in the Dark, del 1984.

Come suona Darkness on the edge of Town e cosa lo distingue da Born to run e da The River. 

 In Darkness, come raramente è accaduto negli altri dischi del suo autore, troviamo un elemento predominante, forse due. Chitarra elettrica e voce. Non che il resto degli strumenti non abbia il suo bel da fare, ma c'è un utilizzo minimale di tutta la band, a eccezione dell'organo di Danny Federici, che qui assume un ruolo da antagonista, rispetto alle scudisciate delle Fender di Bruce e Steve. Ci sono anche spiragli per il piano di Roy Bittan, mentre gli interventi al sassofono di Clarence Clemons, diventano più asciutti e stringati, ma non per questo meno evocativi e potenti. Un grande lavoro lo realizza anche la sezione ritmica, con il drumming a dir poco imperioso di Max Weinberg, il quale si ripeterà per Nostra fortuna, nei successivi lavori elettrici: The River e Born in the Usa. Quello che però colpisce maggiormente di questo disco sono i toni cupi, quasi furenti, disperati. Il tono della voce di Springsteen, pare provenire da un baratro: dove sta tentando con le ultime energie di salvare la sua anima, di trovare redenzione, ancora una volta. Si è detto che è un disco molto cupo, quasi senza speranza, un po' nichilista. Naturalmente i testi non brillano certo di luce propria, e il suo autore lo dice abbastanza chiaramente nel manifesto programmatico di Candy's room. Una canzone che Bruce dedica a una specie di escort, ma lo fa senza alcuna retorica o pietismo di sorta.

 "Lei mi dice: tesoro se vuoi diventare un duro hai molto da imparare, chiudi gli occhi lasciali sciogliere, lasciali infuocarsi, lasciali bruciare Perché nell’oscurità ci saranno mondi nascosti che scintillano Quando stringo forte Candy lei mi regala quei mondi nascosti." 

Ciò che sorprende di questo lavoro è che, rispetto a un normale disco rock degli anni settanta, qui non troviamo pause, passi falsi o riempitivi. Pensiamo ad esempio a brani minori, musicalmente, come Factory, che oggi vengono studiati e analizzati, per il minimalismo e la capacità di sintesi con cui Springsteen ha saputo catturare l'anima del lavoro in fabbrica. Un punto di vista davvero inquietante per un musicista di 29 anni che non aveva mai svolto questo tipo di mestiere, dote rara che il Nostro ha saputo coltivare negli anni, si pensi ad esempio a lavori come The Ghost of Tom Joad e a Devils and dust, dove l'autore trova la voce di personaggi ai margini della società, più che dell'oscurità.

Il cuore di Darkness on the edge of Town si trova però nelle sue ballate, soprattutto nella title track, che racconta una storia già iniziata, su un uomo che sale in collina per tentare di vedere meglio e fare il punto della sua situazione, costantemente a un passo dal baratro e dal crollo emotivo ed esistenziale. Qualcuno ha parlato dell'atmosfera imperante in tutto il disco di una comunità sotto assedio, di personaggi quasi braccati, a metà tra un western urbano e contemporaneo e un horror metafisico stile "30 giorni di buio". Non è certo casuale se un autore come Stephen King, citerà in maniera diretta il disco, in uno dei suoi lavori più riusciti e meno legati al genere horror, come Stagioni diverse, quando afferma che ci sono certe ombre che sono sempre da qualche parte dietro i nostri occhi. 

Delusione, rancore, eppure la resa non conosce dimora in queste liriche, nonostante il cuore, in certi frangenti venga stretto forte in una morsa d'acciaio, o se preferite nella Vergine di Norimberga. E' questo che colpisce del disco, dove anche in brani più apparentemente gioiosi come Badlands, si parla della fatica di vivere, miscelata con la sensazione che non è peccato provare la sensazione di gioia e di felicità immotivata. Tra gli elementi predominanti spicca inoltre il fuoco di Street of fire, tanto da far ipotizzare come a una possibile tetralogia composta da Born to run, vento (e quindi aria), The river, per forza di cose, acqua, Nebraska, terra e Darkness, appunto, fuoco. Si tratta certamente di teorie astruse, ma che potrebbero trovare anche spazio per un'analisi approfondita, sui significati dei testi e delle musiche.

Oggi si torna giustamente a parlare dell'importanza di Springsteen, visto che è imminente l'uscita del film Blinded by the light, ma bisogna ricordare come all'epoca, quasi nessuno avesse dato grande importanza alle liriche, parando perlopiù di testi un po' depressi e cupi. Come dice Friedrich Nietzsche: Chi soffre è una preda di tutti: di fronte a un sofferente, tutti si sentono saggi. Se ascoltato con grande attenzione, nonostante l’energia rock, questo testo è capace di scatenare pensieri e riflessioni sulla condizione umana, che possono certamente avere grande significato per chi si trova nel cuore della tormenta, come accade ad esempio al protagonista di The Promised Land:

 “Ho sempre cercato di fare del mio meglio per vivere in modo giusto Mi alzo tutte le mattine e vado a lavorare tutti i giorni Ma gli occhi si accecano e il sangue scorre freddo A volte mi sento così male che voglio esplodere Esplodere e devastare questa intera città Prendere un coltello e tagliarmi questo dolore dal cuore Trovare qualcuno che muoia dalla voglia di iniziare qualcosa.” 

 In verità Bruce Springsteen, stava cercando di essere ancora una volta vero, dando un taglio quasi da film western alle sue storie, con le auto a sostituire i cavalli, alla ricerca di una notte americana dove trovare redenzione, dove lenire il dolore.

"Sto guidando verso Kingsley, penso che mi prenderò qualcosa da bere Alzo il volume della radio, così non devo pensare, schiaccio l’acceleratore a tavoletta, alla ricerca di un momento in cui il mondo mi possa sembrare giusto. E mi infilo a tutta birra nelle viscere, di qualcosa nella notte."


Dario Greco