giovedì 11 giugno 2020

Last Train to Scalea


Last Train to Scalea

Che cosa puoi scorgere lungo la strada?

Dipende dal tipo di strada, forse. Potrebbe essere un percorso seppur tortuoso, ricco di salite e di paturnie, che ti conduce a casa. In quella casa troverai qualcosa di buono, non per forza un piatto caldo, non per forza una birra fresca. In quella casa vedo due gambe accavallate bene, capo chino su un libro. Qualcuno ti ha versato un cicchetto, ma forse no. Qualcuno sta rollando uno spinello. Parti con questo joint, non ha importanza se non è rollata alla perfezione. Nessuna cosa è perfetta, se la guardi sotto la lente severa del giudizio. Nemmeno un bel disco di Van Morrison. Per chi, come te, è arrivato tardi, tutto questo adesso non avrà importanza. Il treno era veloce e viaggiava spedito, lungo la strada. In quell'astuccio uno strumento a fiato, un'ancia sensuale direbbe il Poeta. Qui non ci sono più poeti: tutti sostituiti da Dj. Poco male, se passeranno la nostra musica, quella che ci riempie il cuore. In quella casa, oltre al calore e alle gambe perfettamente accavallate, c'era Musica, il mensile di informazione e critica musicale. Davvero una marea di dischi, vinili, cd, cassette, libri sparsi su un grande lettone. C'era sempre qualcosa di buono da bere e da fumare e dato che la sera prima eri stato piuttosto bravo, avevi trovato anche qualcosa da mangiare, un tortino di patate e carciofi con tanto formaggio e un bicchiere di whisky torbato, come piaceva a te. Bastarà riavvolgere il nastro e il tuo spacciatore di sogni preferito sarà un vecchio DJ che inneggia ai vecchi classici: Louis Armstrong, Ray Charles, Mose Allison, James Brown, Muddy Waters e Chet Baker. Aggiungici un sax: una sezione fiati poderosa e calda con un Hammond B3 che spinge e piange, in lontananza. L'orchestrina jazz suona solo per te, per voi. Voglio ascoltare ancora questa canzone per te. 


        Che cosa c'è di meglio di una primavera perniciosa che sta sbocciando, quando lo stereo pulsa un nuovo disco di Van Morrison? Non è bello tornare a casa quando sai che ci sarà una persona a te cara, che starà correggendo i compiti in classe. E tu, sollevandone uno dal tavolo dirai quasi sicuramente che con quello studente svogliato è stata troppo severa, perché lei è sempre troppo severa, anche quando si tratta di affari da materasso. All work and no play. Talk is Cheap, leggi i giornali, e cosa dicono? Cazzate! Dicono anche che Van Morrison ha pubblicato il solito disco, a metà tra ballate e R&B. Lascialo in pace, non ha voglia ora di perdere tempo in chiacchiere, arriva la ballata calda ed è il momento di ricominciare a sorridere, a vivere, lungo la strada che ti riporta a casa. Avrai in tasca una vecchia armonica che hai preso da qualche rigattiere. Niente di costoso, è solo per farti compagnia, mentre il treno rapido ti sta portando a casa dalla tua compagna speciale. Quella crema di marocchino che ti ha lasciato Michele farà il resto, creerà atmosfera, perché ci sono canzoni che sembrano iniziare già a metà, un po' come la vostra storia, un po' come ogni storia che si rispetti. Lasciali iniziare, lascia che tutto proceda, anche perché quando il cuore batte, quando la sezione ritmica spinge e fluisce, pulsando, il resto è davvero superfluo. Conta relativamente poco. E' come quel bicchiere di whisky: solo per rompere il ghiaccio, per creare atmosfera, per avere un clima maggiormente disteso. The Beauty of the Days Gone By. E' sempre stato così, dalla notte dei tempi. Non conta quanto possa durare questo disco: prima o poi finirà anche il soul, prima o poi questo vecchio blues arriverà a destinazione, come il veloce treno su cui stai viaggiando, se nello zaino c'è il nuovo disco di Van Morrison, il tuo primo cd acquistato al Tempio della musica. The road leads back to you, to you, my beautiful Georgia, Georgia, no peace I find... è un mese di maggio caldo, intenso, come questo soul, come una sezione fiati che suona con passione e autentico trasporto. Per un attimo hai pensato a Sam Cooke, per un momento ti è sembrato di ritrovare quel sound così intenso e familiare. Portalo a casa con te, come quando hai trovato quel cucciolo e speravi potesse dare serenità ai tuoi giorni cupi, ma così non è stato. E' stata invece la musica a darti il coraggio di andare avanti, ancora una volta, quando ti sei affacciato lungo la strada, prima di una ripida salita, che se la guardi da un'altra prospettiva non era altro che una buona discesa. Ogni cosa va vista in prospettiva.

La tua anima era libera, il tuo cuore sveglio. L'aria di montagna era fresca e chiara. Il sole era alto dietro la collina, ed era così bello essere vivi. Quella mattina in primavera volevi suonare quella canzone per lei, volevi sollevarle il morale e nella tua anima volevi sentire
la bellezza dei tempi passati. Cose piccole e insignificanti, direbbe qualcuno, cose che un piccolo poeta di periferia può percepire, ascoltando con il giusto sentimento, lungo la strada.

Porta questo desiderio fino alla tua anima,
Per contemplare il vero io,
E mantienimi giovane il più possibile mentre sto invecchiando.

(Scritto riascoltando Down the Road di Van Morrison)


domenica 7 giugno 2020

Riascoltando A period of Transition




Riascoltando A period of Transition (quarant’anni dopo)

Ci sono dischi che vengono collocati per questioni di convenzione e di fretta in modo approssimativo. Le motivazioni sono spesso molteplici e intrinseche, dettate da tempi, modi e concetti sbagliati o anacronistici. Tra questi lavori, sovente vi finiscono anche prodotti di buona levatura, come nel caso di questo A period of Transition di Van Morrison. Disco che ha un solo peccato originale: arrivare dopo una sequenza di titoli capolavoro che rispondono al nome di Astral Weeks, Moondance, Saint Dominic’s Preview, Veedon Fleece e del live It’s too late to stop now. La critica e il pubblico non diedero la giusta attenzione a un lavoro dove il sound, gli strumenti e il mood macinano bene sin dai primi accenni di You Gotta Make It Through the World. Dichiarazione di intenti che si traduce in un approccio estremamente black in stile Motown. In cabina di regia, oltre che alle tastiere, siede assieme allo stesso Van Morrison, quel grande talento che è stato Dr. John. L’apporto del pianista di New Orleans è più che evidente in tutte i solchi di questo lavoro, ma la cosa più incredibile e impressionante è la mimetica adottata dalla scrittura di Van Morrison. L’irlandese mai come in questo caso, si appropria dei suoni pulsanti del funk, del soul e del jazz, che erano stati la cifra stilistica di enorme impatto e successo commerciale di lavori come Talking Book, What’s Going On e Super Fly. Il lavoro di dinamiche basato sulla regola di vuoti e pieni, rende il suono di A period of transition unico nel canone morrisoniano. Dr. John definirà il disco come a real spiritual sound. C’è qualcosa di estremamente profondo e concettuale in queste incisioni. Un robusto e grasso R&B che deve qualcosa al discorso inaugurato poco tempo prima dal Billy Preston di The Kids & Me. Un suono ricco, che trasuda voglia di muovere le gambe, come era d’uso all’epoca. Sarebbe interessante poter accedere a un archivio video e fotografico dell’epoca. Il look di molti session man e musicisti, ci dirette sicuramente qualcosa di valido e interessante, sull’atmosfera che determinava le incisioni di questi lavori. Mi spiego meglio: A period of transition non è Gumbo e non è certo un successo come Song in the Key of Life, ma è un atto dovuto e programmatico, visto che i suoni sono cupi, tutti basate su doppie e triple tastiere e suoni graffianti ma compatti. Eppure con poca fantasia provate a immaginare You Gotta Make It Through the World inserita in una soundtrack di un film di Quentin Tarantino con Samuel Jackson che fa uno sproloquio sull’apporto dei turnisti alla realizzazione di un capolavoro di casa Motown. Il lavoro effettuato dai fiati è saporoso di Stax e dona un colore caldo e d’impatto. La migliore definizione per questo disco è univoca: spirituale. E’ chiaro che Dr. John e Van Morrison stavano cercando di ritrovare le origini in un tipo di musica che conoscevano bene e che volevano in qualche modo omaggiare. Un disco come A period of Transition oggi verrebbe certamente salutato dalla critica come un mezzo capolavoro, di genere, con un po’ di mestiere, ma meritevole di essere ascoltato, suonato a tutto volume e sudato. La potenza del tiro di It Fills You Up esplode ancora una volta ed è merito, oltre che della sezione ritmica, in grande spolvero, dei fiati, dell’armonica e dei cori. Qui la linea di basso trasuda potenza e la batteria disegna un cerchio di fuoco dentro cui muoversi in scioltezza. Eppure è solo un preludio, buono per gli spettacoli live, visto che il bello deve ancora venire: The Eternal Kansas City, pezzo unico nel canone morrisoniano, è la vera gemma di questo disco. Basterebbe questo brano per chiudere ogni discorso e decretare che questo disco è da rivalutare a pieni voti. Non un capolavoro, ma nemmeno quel lavoro di solo mestiere e di pochezza di idee, di cui si era scritto con sciatteria al momento della sua uscita nel 1977. Uno degli artefici di questo suono è sicuramente il batterista Ollie E. Brown, che già suonato nei dischi di Billy Preston e soprattutto di Sly and the Family Stone. Van Morrison a suo solito infila una sfilza di nomi celebri nei suoi testi, da Charlie Parker a Count Basie, da Lester Young a Jimmy Witherspoon. Oggi viene semplice accostare questo splendido brano al film (quasi omonimo) di Robert Altman del 1996 interpretato da Jennifer Jason Leight e Harry Belafonte. Sorpresa, sorpresa! Alla chitarra c’è anche un altro musicista Motown: Marlo Henderson, che ha suonato, tra gli altri con Ray Charles, Buddy Miles e Stevie Wonder. Ad aggiungere valore fusion ci pensa poi il basso di Reggie Mc Bride, session man utilizzato ancora una volta da Stevie Wonder, ma anche da Herbie Hancock, Al Jarreau, John Lee Hooker e B.B. King. Van Morrison è ispirato e spiritato come non mai, mentre intona il gioioso volo dei pellicani in Flamingos Fly. Il disco si avvia alla sua conclusione con due brani di ottima fattura come Heavy Connection e Cold Wind in August. Disco breve e anomalo, nel canone morrisoniano, che rende meglio nelle vesti di autore cantautore, ma che qui si diverte e fa divertire con questo miscuglio di black music uscito però per una label come Warner Bros. Ultima nota sull’arrangiamento dei fiati romantici di Heavy Connection. Anche il fraseggio del Nostro è qualcosa di epico, un brano decisamente evocativo che profuma di anni settanta fino al midollo.

     Ad avercene oggi di dischi come questo A period of Transition.



venerdì 5 giugno 2020

Ricordando Dr. John: l’ultimo sacerdote di New Orleans





Ricordando Dr. John: l’ultimo sacerdote di New Orleans



New Orleans è una sirena, tentatrice, un posto da favola, un'illusione.

(A Love Song for Bobby Long)

Chi mi conosce sa bene che sono sempre stato una frana in termini di coerenza. Nemmeno con la logica ho mai avuto rapporti idilliaci. Mi piace invece la musica, o meglio mi piacciono alcuni generi di musica. Quando parliamo di un artista come Malcolm John Rebennack, Jr. non possiamo fare a meno di pensare a una città, anzi a quella città che forse, meglio di tutte, ha saputo dare un contributo significativo alla musica del Secolo Scorso. Sto parlando di New Orleans. Motivo per cui sono pienamente consapevole che mi sto per ficcare in un bel cul de sac! Un calderone voodoo, dove possono emergere, senza soluzione di continuità, elementi di blues, funk, jazz, rock, rhythm and blues e così via… Voi avete mezza giornata da dedicarci? Io francamente no!
Conosciuto come Dr. John, il buon Mac Rebennack ha coltivato, parallelamente alla sua attività artistica, una carriera parallela come side-man, produttore e Gran Maestro di cerimonie. Vai a capire bene di che tipo. Mojo bag? Più che probabile. Qualcuno in Italia ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo, in uno dei suoi tour europei. Tra questi c'è il sottoscritto, che per questioni di credibilità e di sincerità ammette che era presente un po' per caso. Umbria Jazz, luglio 2004 e palco condiviso con la leggenda del blues B.B. King. Sempre a volerla dire tutta, quella sera fui conquistato dall'esibizione Hoodoo del Nostro Dr. John. Scattò la scintilla, come era giusto che sia. Scintilla che non si è mai estinta in sedici anni, sedici bandiere. In the right place e non solo. Perché Dr. John è stato artista promiscuo e molto collaborativo. Ha condiviso il palco con artisti del calibro di Van Morrison, Bob Dylan, The Band, The Rolling Stones, Eric Clapton, Bruce Springsteen e per quanto riguarda le nuove leve Beth Orton e Dan Auerbach. Proprio il leader di The Black Keyes gli produsse, otto anni fa, quel clamoroso best-seller che è Locked Down. Disco dove possiamo trovare alcuni nuovi classici come Getaway, Revolution, Kingdom of Izzness e la struggente ballata My Children, My Angels. Impossibile citare, in un solo articolo, gli episodi maggiori della vicenda artistica di Dr. John. Personalità e personaggio, ma prima di tutto Uomo di musica e di buona medicina.
Parlare di lui vuol dire evocare lo Spirito di una Nazione, oggi ferita e con il cuore affranto più che mai. Non si tratta di politica, visto che Dr. John è sempre stato attivo sul fronte sociale, ma ha saputo rimanere nel territorio di maggiore competenza e sensibilità, il territorio che si chiama musica. Such a Night, come recita uno dei suoi classici degli anni settanta. The Night Tripper. Possiamo ricordare Mac Rebennack tramite qualche breve ma significativa comparsata al cinema. Merito della sensibilità di autori come Landis, che di musica sa giusto qualcosina, o come il talentuoso e imprevedibile Linklater. Nel suo pregevole e poco conosciuto qui da noi "Dazed and Confused" del 1993 mette a segno un paio di colpi, con una soundtrack killer, valorizzando oltre al classico di Dr. John Right Place, Wrong Time, anche la celebre Hurricane di Bob Dylan, ma solo per citare due dei tanti brani presenti in scaletta.

    L'estate di New Orleans annega in una quiete densa e umida. Dr. John ha saputo coltivare in oltre 50 anni di carriera discografica le sue amicizie. Lo ricordo ad esempio in veste di produttore e musicista nel disco di Van Morrison, A period of transition del 1977. It Fills You Up, The Eternal Kansas City, Heavy Connection e Cold Wind in August, sono le canzoni a cui sono maggiormente legato. Sottolineo in particolare il sound ricco e variegato e l’incisione memorabile di The Eternal Kansas City, brano che spicca per qualità e inventiva in questo disco funky fine anni settanta. Lo scorso anno, mentre stavo attraversando un periodo davvero di transizione ho appreso su Facebook che Dr. John aveva messo le ali e salutato le sue mortali spoglie. Non ho provato dispiacere né dolore di alcun tipo, perché un musicista di questo livello non può davvero sparire completamente dalla circolazione. Almeno fino a che non siamo noi a consentirlo. E noi, per Dio e per Diana non lo consentiremo mai. Perché come afferma il buon Nick Hornby, in un contesto differente, ma nel momento giusto, noi non supereremo mai questa fase! Attraversiamo questa notte come se fosse un gran Carnevale, ma il Gris-Gris, il Mardi Gras e il pianoforte saltellante, pulsante e caldo di Dr. John risuonano in questa battaglia senza fine che qualche sguaiato ha chiamato vita!

Gli dei tenevano d'occhio New Orleans. O così sembrava. In che altro modo questa storica città costruita sotto il livello del mare, questo splendido gioiello incastonato in una palude, era sopravvissuta? Sopravvivenza. Della specie. Dei più forti. Dell'io. Una reazione istintiva a combattere per la vita. A rimandare colpo su colpo.

(Erica Spindler)