lunedì 12 ottobre 2020

Un posto per te e uno per me - I Just Wasn't Made for These Times

 


“Sii uno che apre le porte a coloro che vengono dopo di te, e non cercare di rendere l’universo un vicolo cieco.” 

Continuo a cercare un posto in cui stare dove potermi esprimere.

Forse l'ho trovato, forse no. Penso che i giorni dei forse, vedrò e saprò stiano per terminare. E non sarà mai troppo presto. Scrivo questo per me perché io mi appartengo e mi voglio bene, malgrado tutto.  Come quei dischi che nessuno ascolta, quei film che non piacciono nemmeno a chi li ha ideati. E' come un sogno che non riesci a decifrare, ma la cosa più importante è continuare a sognare, a vivere, nel ricordo dei momenti belli, se davvero ce ne sono stati. Se davvero pensi che possano tornare, torneranno. C'è stato un momento in cui non poteva durare e hai provato a viverlo al meglio. Fai mille cose, ma sono solo le tue paranoie a buttarti giù dalle scale, come se non ci fosse nessun modo di fermarsi. Ma è lo stesso la mattina, quando sei sveglio. Troppo tardi! E' partita la scarica di batteria e sei già giù in strada come quando avevi 16 anni e te ne fregavi di tutto, nei tuoi pensieri e dentro quei vaporosi sogni di rock and roll. 

Per me è stato un Walkman Sony comprato in un centro commerciale a darmi libertà. Decisi che da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata in meglio e fu proprio così! Perché avevo letto Jack Kerouac e stavo ascoltando Bob Dylan. Non capivo bene le parole, ma lo stato d'animo mi era chiaro: era un inno alla libertà e al potere del cambiamento e dell'autodeterminazione.

Sono sopravvissuto alla mia mente disturbata e ho cercato un posto nel mondo e un punto di contatto e di equilibrio, dove far sgorgare i miei folli pensieri e le vie visioni disturbate. Ho spinto a tavoletta quello che potevo, come potevo. Come una pietra scalciata, che rotola, come me stesso che scivola giù per queste maledette scale. Fa male solo quando atterri sul duro marmo di una realtà opprimente, ma quanto ci si sente liberi, quando si spicca il volo o si perde l'equilibrio? Provare e provocare vertigini:  cosa c'è di meglio? Erano vertigini o vergini? Perché, fa forse differenza? Senti un pianoforte in lontananza e pensi di poterti unire in una Jam Session di Rancore e malcelata Autostima. Sei troppo giovane per bere e fumare, ma i tempi sembrano essere cambiato e poi nessuno ci fa caso, adesso. Non è forse questo lo scopo di essere giovane e di vivere fino in fondo una serata, un periodo in cui tutto quello che ti accade è nuovo, tutto merita di essere vissuto. Tu hai deciso di viverlo con un notes e una penna sempre pronta ad annotare tutto ciò che accade. Non è il momento dei grandi mutamenti e senza rendertene conto ti troverai da solo, ancora una volta sulla strada, pieno di voglia di vivere e di bruciare, un'altra inutile estate. A rigore, non esiste la storia; solo la biografia. La vita non è fatta per ricordare una stagione come l'estate, altrimenti non ci avrebbero fatto vivere un periodo così lungo in ciabatte e costume, non credi? Per me tutto ciò che c'è di vero è in strada. Il resto è solo letteratura, di qualità, sia chiaro, ma pur sempre artificio. Mi ero assunto l'impegno di raccontare e di vivere il quotidiano. Pensavo per i posteri, ma alla fine l'ho fatto esclusivamente per me stesso. Ciò che importa è la vita, non l'aver vissuto. C'era questa musicassetta dove mi avevano copiato un po' di cose: come il primo disco di Bruce Springsteen e alcuni dei più importanti successi di Bob Dylan. Ora, io non sapevo nulla di questo Dylan, se non che fosse un gran fico e che scriveva versi degni dei sonetti di Shakespeare. Sì, non sapevo molto del mondo e tutto quello che avevo appreso era per merito dei libri. I libri erano i miei amici e la mia dimensione esistenziale. Pensa che scemo! Così pieno di sogni di poesia e di marachelle mai confessate. Non ero per forza di cose un monello, ma nemmeno un ragazzino ubbidiente. Cercavo di pensare con la mia testa, anche se non avevo molte cose su cui riflettere, se non sul perché i miei capelli fossero così vaporosi, dopo averli lavati. Iniziavo a conoscere il mio corpo, ma ero più attratto da ciò che mi passava per la mente e dal mio mondo interiore, quasi visionario. Penso che le visioni per chi vive in provincia siano il vero antidoto per non impazzire e per resistere in circolazione, in una valle di lacrime.

Oh, non chiedere “Cosa?” Andiamo a fare la nostra visita, dice T.S. Eliot in quella poesia, e chi sono io per pensarla diversamente da lui. Non ho mai avuto nulla da obiettare al mondo. E' stato il mondo a obiettare tante cose di me, ma per questo aspetto, non gli serbo certo rancore. Del resto nessuno è mai pronto a ricevere qualcosa senza averlo chiesto. Io sono fatto così. Do sempre la risposta giusta, al momento giusto, anche se nessuno me lo chiede. Più che un dramma, una tragedia, ma non c'è da pensarci troppo. Basta premere Play e ascoltare un altro pezzo, il tempo del rimpianto e della rinuncia, prima o poi verranno anche per me e per te, ma non è oggi e di questo non possiamo far altro che gioirne. Ho sentito dire: -Sono le persone critiche che guidano il miglioramento. Sono le persone critiche i veri ottimisti.

Continuo a cercare un posto in cui stare e ascoltare un po' di buona musica, da Brian Wilson a Bob Dylan, passando per ogni cosa mi capiti a tiro e riesca a destare la mia attenzione e il mio interesse. Sapete dirmi se qualcuno oggi riesce a far diversamente? Per me è impossibile. Per me l'arte è la sola cosa per cui vale la pena vivere, in questo buco di posto, in una sterminata valle di lacrime che è la mia anima lacerata, ma non certo rassegnata, né vinta! Un posto buono per te e per me, amico mio. I Just Wasn't Made for These Times.

“Confida in te stesso: ogni cuore vibra a una tale corda di ferro. Accetta il posto che il divino provvedere ha trovato per te, la società dei tuoi contemporanei, la connessione degli eventi. Gli uomini grandi sempre fecero così, e affidarono sé stessi fanciullescamente al genio della loro età, testimoniando la loro percezione che l'assolutamente affidabile aveva preso posto nei loro cuori, operando attraverso le loro mani, prendendo possesso di tutto il loro essere.”

(Ralph Waldo Emerson)

lunedì 5 ottobre 2020

Standing in the doorway / Long distance call

 


" Sto nel fragore 

di un lido tormentato dalla risacca,

stringo in una mano

granelli di sabbia dorata.

Soltanto pochi! E pur come scivolano via,

per le mie dita, e ricadono sul mare!

Ed io piango - io piango!

O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?

O Dio! Mai potrò salvarne

almeno uno, dall'onda spietata?

Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo

non è che un sogno dentro un sogno? " 

[Edgar Allan Poe] 

STANDING IN THE DOORWAY

 Infrango almeno una delle regole fondamentali per scrivere questo breve componimento. Il primo sostiene che non è un bene scrivere con la pancia piena, eppure raramente come durante questa estate sento di avere fame. Fame di vita, fame di bramosie e di sensazioni forti. Per voi forse la musica deve pestare forte, deve avere una sezione ritmica possente. Ma io non sono mai stato troppo fissato con l'energia. Per me la sezione ritmica è come un'erezione. Più è dura, più dura poco. Preferisco una cosa morbida e calda, sentire qualcosa capace di fluire. Un fiume, una cascata. La vita ti sorprende, la vita non ti da quasi mai pace. Arriva mentre sei distratto, come il grande amore. Devi fare davvero in fretta, altrimenti ti scappa via come un pesce in un torrente. Ti svegli un mattino ed è ancora estate, ma se chiudi troppo gli occhi e pensi intensamente, ti ritrovi a contemplare foglie che cadono lungo il viale. Ci sono colori che non puoi dimenticare, ma soprattutto ci sono notti che non dovrebbero mai finire. Io e te ci siamo incontrati in uno di quei momenti in cui tutto correva veloce, anche la velocità stessa non aveva tempo da perdere! Abbiamo fatto il possibile per conoscerci e per disegnare una mappa erogena, ma non si vive solo di sesso e un giorno ci siamo svegliati in un letto sfatto, e io non ricordavo dov'ero e con chi, ma tu probabilmente eri già svanita in quell'istante. Non è durato troppo il mio momento magico e non era nemmeno estate forse, ma dentro mi sentivo come se qualcosa potesse esplodere da un momento all'altro. Non era certo il cuore perché quelli come me non provano quel genere di sensazioni. Siamo animali a sangue freddo, camuffati da mammiferi, ma tra noi possiamo anche annusarci e riconoscere i nostri meriti, le nostre colpe. Io ho sicuramente più colpe di te, perché potevo essere più sincero, prima di tutto verso me stesso. Non puoi cambiare troppi gusti al tuo gelato, non nel corso di una lunga e torrida estate. Le estati al sud durano molto più di quanto possiate immaginare. Se ci siete stati saprete a cosa mi riferisco, ma se non avete mai viaggiato lungo la costa tirrenica, bene io non so proprio cosa farci, perché è lungo quel mito che io ho vissuto questa banale storia. Il guaio è che ottieni consapevolezza solo quando tutto svanisce, quando è troppo tardi per rimediare, tardi per rincorrere un sogno, che si trasforma in qualcosa che non sei più in grado di riconoscere. Ricordo quando stavo nel giardino e osservato i gatti giocare e contendersi una coda di lucertola. La macchina morbida


"Dicono che la Speranza sia felicità,

ma il vero Amore deve amare il passato,

e il Ricordo risveglia i pensieri felici che primi sorgono e ultimi svaniscono.

[...]

È triste! È tutto un’illusione:

il futuro ci inganna da lontano,

non siamo più quel che ricordiamo,

né osiamo pensare a ciò che siamo."

 (Lord Byron)

LONG DISTANCE CALL

 La gente parla del domani come se avesse chiaro davanti a sé tutto ciò che capiterà, come se la strada che stanno percorrendo fosse un cammino unico e irripetibile. Sappiamo che non funziona così, che le cose sono cambiate, almeno tra di noi. E' vero, potrei trovare una via d'uscita, in un istante in cui tutto mi pare girare per il verso giusto. Mi sento di volare alto, ma è solo l'illusione di un momento, perché poi guardo il vuoto, sotto di me, tutto attorno e mi sembra di cadere, senza paracadute. Ci deve essere qualcosa che possa rendermi libero e fiero, quantomeno audace. Spezzare le catene dell'afflizione e della pietà. Cercare una luce in fondo al tunnel o fregandomene degli altri: puntare per una volta i piedi, come quegli automobilisti perduti nella notte, per la notte, che sanno fare a meno degli abbaglianti. Io pensavo di non averne bisogno. Mi ero convinto di essere forte, di sentire meglio e di vedere tutto, capendo le cose al volo. In realtà crescendo ho scoperto un senso di vuoto che trascende la gioia, qui, ai margini della libertà. E' una cosa che nessuno dice, che difficilmente troverai come messaggio sui Baci Perugina, ma la libertà esige un pedaggio salato e non sempre riusciamo a fermarci al bancomat della vita, per prelevare il giusto compenso. Non eravamo informati, (figuriamoci informatici!) non avevamo fatto caso a quanto il mondo fosse diverso e cambiato rispetto a come ricordavamo. Ora c'è un prezzo da pagare, per questo spiraglio di luce e speranza. Sei davvero disposto a saldare il conto? Ci sono andato molte volte, sotto credito, e non è precisamente una bella sensazione. A volte penso di voler mollare gli ormeggi per salpare via. Ma io non ho una barca, non so farle nemmeno di carta, figurati una di quelle vere. Ricordo un momento in cui avevo preso confidenza con l'alzare i tacchi e cambiare aria, quando mi saltava la mosca al naso... senza rendermi conto che quella mosca ero proprio io a cercarla, in questo mare di merda, navigando a vista, senza bussola e senza provviste. Il segreto è essere sempre pronti al peggio, uscire come se non dovessi più tornare a casa. Essere equipaggiati e contare sulle proprie risorse, che se ci fai caso, non sono affatto poche. Quando hai vent'anni senti che la vita ti scorre tra le gambe e che il cuore potrebbe battere per sempre, ma che se non ti dai una calmata non arriverai nemmeno a domani. 

A new day at Midnight, come dice David Gray.

lunedì 14 settembre 2020

Looking For The Veedon Fleece


  Looking For The Veedon Fleece 

(Ascoltando Van Morrison)

 

Tell me of Poe 
Oscar Wilde and Thoreau 
Let your midnight and your daytime turn into love of life 
It's a very fine line 
But you've got the mind child 
To carry on

Non mi pare di aver chiesto molto dalla vita. Quanto meno ultimamente. Ho chiesto solo un sorso di cognac e forse la compagnia di un'anima gentile, in una fresca sera di giugno o settembre. Ce ne sono state già un paio. Certo, non di recente. Ultimamente ho cercato di tirare dritto. Di portare la croce, tenendo il più possibile il becco chiuso. Ma non è facile: non è mai facile la tenerezza. Non è mai gratis guardare negli occhi qualcuno che tu possa chiamare semplicemente amico. La vita non è facile e non è nemmeno complicata. Siamo noi che ci sabotiamo il percorso, perché anche quando le storie finiscono per i motivi giusti, si sta lo stesso male. Scegliamo le scorciatoie, che però ci condurranno naturalmente fuori strada. Avevamo speso tanto per un treno di gomme. Meglio utilizzarle, meglio sfruttare, in qualche modo, in ogni modo. Un po' come quando osservi un granchio o insegni a un bambino a osservare la propria ombra, a come possa crescere, fino a diventare un gigante di illusione, che poi sparisce, come un gatto nero dentro una stanza buia. Ma qui non ci sono stanze e non ci sei più tu. C'è solo lo schermo freddo di un telefono. Afferra il piacere, lenisci il dolore. Non c'è quasi più umanità, né calore, almeno per me, almeno per il momento. Servirà forse a qualcosa invocare un gioco pulito, come ideale o aspettativa di questa età, di quest’epoca di consapevolezza. Qualcuno ha cantato o scritto canzoni di innocenza e di esperienza. Non certo io, non certo ora. Io ero più impressionato da una sezione ritmica, dalle fughe di un pianoforte a coda, da una chitarra acustica che dipingeva scene rurali di una vita passata. Le ombre si fanno sempre più sottili prima che il giorno ceda il passo alla rassegnazione. In quegli occhi però c'è solo gioia e voglia di rompere ancora il guscio di qualche nocciola raccolta per ricercare la pace e l’armonia perduta. Vengono da un posto magico, dove fino al tuo arrivo nessuno aveva mai suonato a tutto volume una canzone di Van Morrison. Perché ci sono periodi in cui non c'è bisogno di alcuno stereo per ascoltare un disco. Ci sono curve che conosci a memoria e che sapresti impostare e disegnare senza nemmeno bisogno di guardare la strada. Senti ancora il motore diesel della sua auto che ruggisce e danza in questa notte di malinconica lirica disperazione. Certo, ti avrebbe stupito che un tipo scapestrato come me, uno con le lenzuola stropicciate e le magliette scolorite ascoltasse principalmente jazz o cantautori del passato. Dovevi però capire, già dalla raccolta di libri, che non ero quello giusto per te. Che non sarebbe mai potuta durata. Mi hai chiesto come facessi a conoscere tutti quegli aneddoti sulla vita di Edgar Allan Poe, ma non ebbi il coraggio di dirti tutta la verità, nient'altro che la verità. Avrei dovuto raccontare meglio chi sono e soprattutto chi ero stato. Di quelle estati trascorse a osservare mentre gli altri cercavano di divertirsi, mentre io non facevo altro che leggere Poe, accrescendo il mio livello di consapevolezza e di sensibilità. Poi come se non bastasse poggiai tutto sopra una colonna sonora newyorkese da pretenzioso e arruffato hipster. Ma i tempi non erano ancora maturi e nessuno aveva voglia di ascoltare il mio punto di vista. Certo, non è cambiato molto durante questo tempo, ma sono cambiato io e ho capito che tutto fluisce come questo ruscello dove ancora mi ostino a bere e che mi disseta come solo la verità sa fare. C'è ancora spazio per il sentimento? C'è ancora posto per la tenerezza?

Forever fair 
And I'm touching your hair 
I wish we could be dreamers 
In this dream, oh 
Let it dream

Non importa più per me. Non ho più voglia di lottare per imporre il mio pensiero su niente e nessuno. Inseguo solo il fallimento perché comprendo che chi cade e si rialza ha realizzato qualcosa che vale la pena dire, il lascito per chi vorrà ascoltare. E' una lezione che ho appreso dai tanti compagni di viaggio immaginari. Come questo gatto che si aggrappa alla zanzariera perché vuole qualcosa da mangiare. E io mi sento proprio come il mio gatto, ho bisogno di attenzioni, ma non c'è nessuno qui adesso. E' rimasto un po' di tempo per ridere e per un ultimo ballo, ma non sappiamo quale sarà perché l'orchestrina che abbiamo ingaggiato ci è stata consigliata da una persona annoiata e irascibile. Uno di quei tipi conosciuti per caso, durante una serata senza senso, dove tutti sembrano volti amici, ma nessuno lo è veramente. Eppure il primo pezzo gira bene, anche se non è affatto originale. Ma se dovessi proprio essere sincero, non direi mai che nessun pensiero o frase da me enunciata sia mai stata così significativa. Il nastro stava girando, sopra di noi e c'era un vento dolce e caldo, che ci cullava, come sopra una piccola barca, in un vasto mare. Non dirò un lago, perché mi ha sempre trasmesso inquietudine, il lago, come concetto. Mi ricordo quando facevo campeggio e non riuscivo a dormire. Perché in tenda c'eri tu e io volevo solo dirti tutto ciò che provavo, ma finivo sempre e solo col parlare di musica, di libri o di qualche stupido film che puntualmente non avevi ancora visto. Mi guardavi e sorridevi, ma non sapevi sorridere di me. Nemmeno io avevo capito che la vita vale la pena di essere vissuta solo se si ha senso dell'umorismo. C'ho messo tanto a capire cose semplici ed elementari e a disimparare le cose difficili. Quelle che però ti fanno apprezzare e comprendere il quadro d'insieme. Affermare di essere vivi e di bruciare un altro pezzo d'estate, ancora una martellata su quel tronco e poi come in un battito d'ali o di ciglia, anche questa estate cederà il passo all'autunno. E ascolteremo ancora Veedon Fleece, avvolti da una calda sciarpa, mentre tu preparerai per me una tisana e io invece desidererò solo rileggere un libro di Paul Auster, bere quel benedetto bicchiere di cognac per poi perdermi nei tuoi occhi, nel nostro abbraccio, mortalmente vero, ma anche tristemente passato. Nella ripetizione della nostra vita pare ci sia il vero senso delle cose. Ci spero davvero, ma non so se è davvero giusto, ora. 

 Fair play to you…


venerdì 10 luglio 2020

A New Day at Midnight (Celtic Tiger Years)




A New Day at Midnight (Celtic Tiger Years)  



Temporary address: Washington Street West, Cork (Ireland)


Pt 1 - One Bourbon, One Scotch, One Beer

Mi addormentai da Costigans, davanti una pinta di Heineken e una porzione piccola di patate condite con aceto di vino. Erano le 20 PM. Ero stanco di quella vita, anche se devo confessare che iniziava un po’ a piacermi. Avevo trovato una mia dimensione, almeno nel contesto lavorativo: tutto ciò che facevo, cinque giorni la settimana, dalle 7.30 alle 17.15. Il resto del tempo lo impegnavo, come in quel momento, tra pub, locali tipici e negozi di cianfrusaglie. Se c'è una cosa che sento cambiata, adesso, nel corso di questi anni, è la mancanza di posti realmente personali. Io a Cork ne avevo trovato alcuni davvero interessanti. Di fronte al pub di Costigans, c'era questo robivecchi: sia chiaro, mai una volta che vi trovassi qualcosa di decente. Mi piaceva il posto. Ci andavo almeno 1-2 volte a settimana, ogni volta che potevo. Lo gestiva un tipo che era un mix tra Dave Van Ronk e John Martyn. Per John Martyn non intendo il giovane cantautore riccioluto e con quell’aria un po’ da antico filosofo greco, bensì l’aspetto che il cantautore scozzese aveva assunto durante gli ultimi anni di vita. Non ho mai saputo il nome di quel robivecchi. Mi piace pensare si chiamasse Sean, Mhichíl o Angus. Sapevo in compenso il nome del suo gatto. Era un British Shorthair flemmatico e pacioso, che si aggirava con aria regale tra le scartoffie e le cianfrusaglie di quel burbero ma affascinante rigattiere. Mr. Gallagher, era il suo nome, e giuro di averlo visto diventare più grigio, settimana dopo settimana. Lì trascorrevo un po' di tempo in serenità, cercando non so bene cosa, comprando alla fine oggetti, di cui ero già pentivo dell’acquisto appena fatto qualche passo, fuori dalla porta del negozio. Forse la magia del posto rendeva quegli oggetti più affascinanti, sarà stato il British Shorthair, il fastidio per il suo pelo un po’ malconcio, quella confusione che mi inibiva e mi piaceva al contempo, ma faceva parte del mio rituale. Ero alla scoperta di un posto nuovo che esercitava su di me grande fascino. Mistero. La Rebel City aveva da poco accolto uno scapestrato come me, in rotta per un futuro altro, lontano da casa e dagli affetti, che a dirla tutta in quel momento non mi mancavano affatto. Voltato l'angolo mi ritrovavo come d'incanto sulla via di casa, verso il 101 di Miller's Court, giù su Grand Parade. Ora, su Grand Parade c'erano due cose che potevano attirarmi: i locali di street food e il Virgin Store. Io optavo quasi sempre per il Virgin Store, perché dentro avevo trovato cd incredibili.  Mi irretivano, forse sussurrandomi una nenia in gaelico o forse era merito di quel profumo di cose nuove, colorate e belle, che solo i negozi di musica possiedono. Sì, so bene che non tutti subiscono il fascino del feticcio musicale, ma rassegnatevi, io faccio parte di questa categoria. Ormai arrivati a questo punto del percorso, dovreste già averlo capito, da un pezzo. C'erano vecchi classici che mi aspettavano, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Nina Simone e quel vecchio birbante di Willie Nelson. Dischi che conoscevo bene e avevo imparato ad amare negli anni giovani e selvaggi dell'adolescenza. Lungo la strada, per una sorta di pseudo maturità, inevitabilmente mi ero perso qualcosa. Ci sono artisti che ti stanno chiamando, proprio ora, mentre mi stai leggendo, stanno chiamando te, ma anche me. Uno di loro è David Gray.


"Accendi un sogno e lascialo bruciare in te."
(William Shakespeare)


Pt 2 – I nostri miti morti ormai, la scoperta di David Gray

Ricordo il giorno in cui feci la scoperta di David Gray. Fu la copertina di A New Day at Midnight a trasmettermi quella tipica sensazione che ti fa dire che quel determinato disco fa proprio al caso tuo. E’ una chimica, irrazionale. Non c’è bisogno di ascoltare, non c’è bisogno di pensare. Senti già che si tratta di qualcosa di nuovo e attuale, un po’ diverso, ma al contempo in linea con i tuoi ascolti, con quelle visioni del mondo, musicale e non. I fiati con cui si apriva Freedom, la quarta traccia di questo ispirato lavoro, mi convinsero che forse avevo trovato una nuova voce da ascoltare. La colonna sonora di quei giorni e di quel periodo di lavoro a Cork, se proprio dovessi scegliere, è racchiuso in questo disco, in queste atmosfere un po’ sognati e un po’ da abbiocco. Come quando a metà notte mi svegliavo di soprassalto e indossando la nuova felpa acquistata da Dunnes Stores, mi recavano in un emporio notturno per comprare un’aranciata. In realtà furono le luci e i colori di quel Virgin Store, la cordialità delle commesse, che vedendo questo strano buffo tipo, fare espressioni di stupore, manco fosse un bambino in un negozio di caramelle, non trattenevano un sorriso di ragazze di campagna. Una cosa che mi faceva sentire non troppo lontano da casa. L’esatto opposto di quel No Direction home di dylaniana memoria. Del resto con la pop music, passati i 25 anni, è come entrare nel paese dei balocchi. Tutto è lecito, a patto che avvenga durante il tempo libero, perché poi bisogna tornare alla catena di montaggio e lì non si scherza affatto. Imparai le leggi di comunicazione e marketing, imparai che certe volte, quando c’è il Red o Black friday, ti davano pizza e bibite gratis, ma solo per incentivarti a lavorare, per produrre di più. A me non importava. Sapevo che Cork mi avrebbe regalato ancora qualche momento di libertà, lontano dalla collina di Hollyhill. Perché, non a caso, avevo già adocchiato White Ladder, ancora una volta di David Gray. Ero curioso di scoprire se fosse un album migliore o pari ad A New Day At Midnight. Mi piaceva la scrittura, mi piaceva la sua capacità di creare piccole-e-grandi melodie, con quei tipici arrangiamenti ticchettanti, quasi stile Tunnel of love di Bruce Springsteen, quasi familiari, lì sulla consueta Long Way Home. Eppure in quel momento non ero certo ansioso di percorrere. Mi stavo tirando di filato un bel flash da film inglese anni ottanta e novanta, tra Stephen Frears e il Ken Loach meno cupo. E c'erano ancora diversi giri da fare, pinte di birra da bere, persone curiose e pittoresche da incontrare e forse conoscere meglio, con cui confrontarsi. C’erano altri italiani come me, e poi francesi, tedeschi, scandinavi: i più matti di tutti. Quelli che sul posto di lavoro stavano in pantofole e babbucce. Ecco quello mi faceva sentire straniero, lontano, decisamente alieno. Per trovare una mia nicchia dovetti gigioneggiare, facendo sfoggio del mio solito stile lirico, da poeta beat, o meglio beota, da due soldi. Non era importante, perché c'erano poi quelle belle ragazze di Cork. Scapigliate, alla mano. Troppo diverse da quelle che avevo lasciato a casa. E dire che ero partito, probabilmente durante uno dei migliori periodi, da quel punto di vista. Oh, uno mica può vivere solo di mare, sole, corsette, pranzi frugali, poesia e musica. O forse sì? Io avevo voglia di vedere altro, di vivermi quella parentesi irlandese, tra allibratori, baristi vicini all'IRA, tipi loschi come quel Rory: autentico ribelle della contea di Cork, che mi portò nello storico fish and chips dove il proprietario teneva esposto il disco d'oro di Boy degli U2. C'erano locali dove la sera si tenevano jam sessions, a cui qualche volta, così per non annoiarmi troppo, partecipai. Lo confesso: avevo questo mito musicale, venendo da un periodo in cui la musica rappresentava tutto o comunque la parte più importante, della mia esperienza artistica e umana. E c'era il fiume Lee, dove si raccontava, tra leggenda, sogno e realtà, come durante le lunghe sere d'inverno qualcuno avesse scorso addirittura una foca. Questo esemplare di pinnipede viveva nel letto del fiume, sulla sponda a fianco alla fabbrica che produceva birra Beamish.
Anche se, a dir il vero, una sera di febbraio, prima della tempesta che chiuse l'Aeroporto per 4 giorni e quattro notti, ci vidi solo un uomo ubriaco. Era caduto nel fiume e ora i pompieri lo stavano traendo in salvo. Una sera poi finii in un club strano, dove c'era una particolare musica minimale. L'atmosfera era piuttosto calda, gioviale, forse anche troppo per i miei abituali gusti. Era un locale gay, noto praticamente a tutti, tranne me. Bevvi qualcosa ridendo di me stesso, di quei giorni strani, in una mansarda, davvero molto vicina rispetto al centro di Cork. Cork, città che si era mostrata davvero dolce, ma forse ero io parecchio impavido e spavaldo, così sfrontato da eludere ogni questione di etichetta e comportamento sociale. La mia casa era lontana, nel cuore e soprattutto nella mente, nelle gambe allora agili, di chi ha tanta sete di conoscenza, di vita, quasi come un cacciatore solitario, in cerca di emozioni forti. Del resto avevo preso l'uscio per salire su quell'aereo, con una valigia e poco più. Zero certezze, solo pochi libri, qualche cd non so se è cosa da tutti. Non tocca certo a me dirlo, né tantomeno giudicare, forse non dovrei farlo nemmeno con me stesso. Questo all'epoca non lo sapevo, infarcito com'ero di romanzi di formazione e avventura. Mi sembrava l'unica cosa corretta da fare, tra sogni di musica, poesie studiate ma non capite. Era quella voglia di bruciare, di spaccare perfettamente in due quell'ultima parte di giovinezza, il nodo gordiano prima che tutto divenisse così scontato o sciapo, quando ancora, il dolore e il piacere, erano qualcosa in più che una possibilità. C'era da accendere una candela profumata alla vaniglia, mettendo sul lettore cd Real Love di David Gray. Era ciò che facevo, anche se mi ero portato un cospicuo numero di compact, che di tanto in tanto ascoltavo, anche per non spezzare completamente il legame, tra il me che era voluto partire e quello che si era trovato bene nella Rebel City. Per un po', è stata questa la mia vita, fatta di pub, di amicizie occasionali, forse di un amore sprecato, in una notte smeraldo.


"Turbinando nel cerchio che si allarga
Il falcone non può sentire il falconiere
Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo
La marea insanguinata s’innalza e dovunque
La cerimonia dell’innocenza è annegata.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
Sono pieni di intensità appassionata.
Certo è imminente una rivelazione
Certo è imminente la seconda venuta
La seconda venuta! Difficile pronunciare queste parole
Un ampio squarcio fuor dallo Spiritus Mundi
Tormenta questa visione."

(William Butler Yeats)

giovedì 11 giugno 2020

Last Train to Scalea


Last Train to Scalea

Che cosa puoi scorgere lungo la strada?

Dipende dal tipo di strada, forse. Potrebbe essere un percorso seppur tortuoso, ricco di salite e di paturnie, che ti conduce a casa. In quella casa troverai qualcosa di buono, non per forza un piatto caldo, non per forza una birra fresca. In quella casa vedo due gambe accavallate bene, capo chino su un libro. Qualcuno ti ha versato un cicchetto, ma forse no. Qualcuno sta rollando uno spinello. Parti con questo joint, non ha importanza se non è rollata alla perfezione. Nessuna cosa è perfetta, se la guardi sotto la lente severa del giudizio. Nemmeno un bel disco di Van Morrison. Per chi, come te, è arrivato tardi, tutto questo adesso non avrà importanza. Il treno era veloce e viaggiava spedito, lungo la strada. In quell'astuccio uno strumento a fiato, un'ancia sensuale direbbe il Poeta. Qui non ci sono più poeti: tutti sostituiti da Dj. Poco male, se passeranno la nostra musica, quella che ci riempie il cuore. In quella casa, oltre al calore e alle gambe perfettamente accavallate, c'era Musica, il mensile di informazione e critica musicale. Davvero una marea di dischi, vinili, cd, cassette, libri sparsi su un grande lettone. C'era sempre qualcosa di buono da bere e da fumare e dato che la sera prima eri stato piuttosto bravo, avevi trovato anche qualcosa da mangiare, un tortino di patate e carciofi con tanto formaggio e un bicchiere di whisky torbato, come piaceva a te. Bastarà riavvolgere il nastro e il tuo spacciatore di sogni preferito sarà un vecchio DJ che inneggia ai vecchi classici: Louis Armstrong, Ray Charles, Mose Allison, James Brown, Muddy Waters e Chet Baker. Aggiungici un sax: una sezione fiati poderosa e calda con un Hammond B3 che spinge e piange, in lontananza. L'orchestrina jazz suona solo per te, per voi. Voglio ascoltare ancora questa canzone per te. 


        Che cosa c'è di meglio di una primavera perniciosa che sta sbocciando, quando lo stereo pulsa un nuovo disco di Van Morrison? Non è bello tornare a casa quando sai che ci sarà una persona a te cara, che starà correggendo i compiti in classe. E tu, sollevandone uno dal tavolo dirai quasi sicuramente che con quello studente svogliato è stata troppo severa, perché lei è sempre troppo severa, anche quando si tratta di affari da materasso. All work and no play. Talk is Cheap, leggi i giornali, e cosa dicono? Cazzate! Dicono anche che Van Morrison ha pubblicato il solito disco, a metà tra ballate e R&B. Lascialo in pace, non ha voglia ora di perdere tempo in chiacchiere, arriva la ballata calda ed è il momento di ricominciare a sorridere, a vivere, lungo la strada che ti riporta a casa. Avrai in tasca una vecchia armonica che hai preso da qualche rigattiere. Niente di costoso, è solo per farti compagnia, mentre il treno rapido ti sta portando a casa dalla tua compagna speciale. Quella crema di marocchino che ti ha lasciato Michele farà il resto, creerà atmosfera, perché ci sono canzoni che sembrano iniziare già a metà, un po' come la vostra storia, un po' come ogni storia che si rispetti. Lasciali iniziare, lascia che tutto proceda, anche perché quando il cuore batte, quando la sezione ritmica spinge e fluisce, pulsando, il resto è davvero superfluo. Conta relativamente poco. E' come quel bicchiere di whisky: solo per rompere il ghiaccio, per creare atmosfera, per avere un clima maggiormente disteso. The Beauty of the Days Gone By. E' sempre stato così, dalla notte dei tempi. Non conta quanto possa durare questo disco: prima o poi finirà anche il soul, prima o poi questo vecchio blues arriverà a destinazione, come il veloce treno su cui stai viaggiando, se nello zaino c'è il nuovo disco di Van Morrison, il tuo primo cd acquistato al Tempio della musica. The road leads back to you, to you, my beautiful Georgia, Georgia, no peace I find... è un mese di maggio caldo, intenso, come questo soul, come una sezione fiati che suona con passione e autentico trasporto. Per un attimo hai pensato a Sam Cooke, per un momento ti è sembrato di ritrovare quel sound così intenso e familiare. Portalo a casa con te, come quando hai trovato quel cucciolo e speravi potesse dare serenità ai tuoi giorni cupi, ma così non è stato. E' stata invece la musica a darti il coraggio di andare avanti, ancora una volta, quando ti sei affacciato lungo la strada, prima di una ripida salita, che se la guardi da un'altra prospettiva non era altro che una buona discesa. Ogni cosa va vista in prospettiva.

La tua anima era libera, il tuo cuore sveglio. L'aria di montagna era fresca e chiara. Il sole era alto dietro la collina, ed era così bello essere vivi. Quella mattina in primavera volevi suonare quella canzone per lei, volevi sollevarle il morale e nella tua anima volevi sentire
la bellezza dei tempi passati. Cose piccole e insignificanti, direbbe qualcuno, cose che un piccolo poeta di periferia può percepire, ascoltando con il giusto sentimento, lungo la strada.

Porta questo desiderio fino alla tua anima,
Per contemplare il vero io,
E mantienimi giovane il più possibile mentre sto invecchiando.

(Scritto riascoltando Down the Road di Van Morrison)


domenica 7 giugno 2020

Riascoltando A period of Transition




Riascoltando A period of Transition (quarant’anni dopo)

Ci sono dischi che vengono collocati per questioni di convenzione e di fretta in modo approssimativo. Le motivazioni sono spesso molteplici e intrinseche, dettate da tempi, modi e concetti sbagliati o anacronistici. Tra questi lavori, sovente vi finiscono anche prodotti di buona levatura, come nel caso di questo A period of Transition di Van Morrison. Disco che ha un solo peccato originale: arrivare dopo una sequenza di titoli capolavoro che rispondono al nome di Astral Weeks, Moondance, Saint Dominic’s Preview, Veedon Fleece e del live It’s too late to stop now. La critica e il pubblico non diedero la giusta attenzione a un lavoro dove il sound, gli strumenti e il mood macinano bene sin dai primi accenni di You Gotta Make It Through the World. Dichiarazione di intenti che si traduce in un approccio estremamente black in stile Motown. In cabina di regia, oltre che alle tastiere, siede assieme allo stesso Van Morrison, quel grande talento che è stato Dr. John. L’apporto del pianista di New Orleans è più che evidente in tutte i solchi di questo lavoro, ma la cosa più incredibile e impressionante è la mimetica adottata dalla scrittura di Van Morrison. L’irlandese mai come in questo caso, si appropria dei suoni pulsanti del funk, del soul e del jazz, che erano stati la cifra stilistica di enorme impatto e successo commerciale di lavori come Talking Book, What’s Going On e Super Fly. Il lavoro di dinamiche basato sulla regola di vuoti e pieni, rende il suono di A period of transition unico nel canone morrisoniano. Dr. John definirà il disco come a real spiritual sound. C’è qualcosa di estremamente profondo e concettuale in queste incisioni. Un robusto e grasso R&B che deve qualcosa al discorso inaugurato poco tempo prima dal Billy Preston di The Kids & Me. Un suono ricco, che trasuda voglia di muovere le gambe, come era d’uso all’epoca. Sarebbe interessante poter accedere a un archivio video e fotografico dell’epoca. Il look di molti session man e musicisti, ci dirette sicuramente qualcosa di valido e interessante, sull’atmosfera che determinava le incisioni di questi lavori. Mi spiego meglio: A period of transition non è Gumbo e non è certo un successo come Song in the Key of Life, ma è un atto dovuto e programmatico, visto che i suoni sono cupi, tutti basate su doppie e triple tastiere e suoni graffianti ma compatti. Eppure con poca fantasia provate a immaginare You Gotta Make It Through the World inserita in una soundtrack di un film di Quentin Tarantino con Samuel Jackson che fa uno sproloquio sull’apporto dei turnisti alla realizzazione di un capolavoro di casa Motown. Il lavoro effettuato dai fiati è saporoso di Stax e dona un colore caldo e d’impatto. La migliore definizione per questo disco è univoca: spirituale. E’ chiaro che Dr. John e Van Morrison stavano cercando di ritrovare le origini in un tipo di musica che conoscevano bene e che volevano in qualche modo omaggiare. Un disco come A period of Transition oggi verrebbe certamente salutato dalla critica come un mezzo capolavoro, di genere, con un po’ di mestiere, ma meritevole di essere ascoltato, suonato a tutto volume e sudato. La potenza del tiro di It Fills You Up esplode ancora una volta ed è merito, oltre che della sezione ritmica, in grande spolvero, dei fiati, dell’armonica e dei cori. Qui la linea di basso trasuda potenza e la batteria disegna un cerchio di fuoco dentro cui muoversi in scioltezza. Eppure è solo un preludio, buono per gli spettacoli live, visto che il bello deve ancora venire: The Eternal Kansas City, pezzo unico nel canone morrisoniano, è la vera gemma di questo disco. Basterebbe questo brano per chiudere ogni discorso e decretare che questo disco è da rivalutare a pieni voti. Non un capolavoro, ma nemmeno quel lavoro di solo mestiere e di pochezza di idee, di cui si era scritto con sciatteria al momento della sua uscita nel 1977. Uno degli artefici di questo suono è sicuramente il batterista Ollie E. Brown, che già suonato nei dischi di Billy Preston e soprattutto di Sly and the Family Stone. Van Morrison a suo solito infila una sfilza di nomi celebri nei suoi testi, da Charlie Parker a Count Basie, da Lester Young a Jimmy Witherspoon. Oggi viene semplice accostare questo splendido brano al film (quasi omonimo) di Robert Altman del 1996 interpretato da Jennifer Jason Leight e Harry Belafonte. Sorpresa, sorpresa! Alla chitarra c’è anche un altro musicista Motown: Marlo Henderson, che ha suonato, tra gli altri con Ray Charles, Buddy Miles e Stevie Wonder. Ad aggiungere valore fusion ci pensa poi il basso di Reggie Mc Bride, session man utilizzato ancora una volta da Stevie Wonder, ma anche da Herbie Hancock, Al Jarreau, John Lee Hooker e B.B. King. Van Morrison è ispirato e spiritato come non mai, mentre intona il gioioso volo dei pellicani in Flamingos Fly. Il disco si avvia alla sua conclusione con due brani di ottima fattura come Heavy Connection e Cold Wind in August. Disco breve e anomalo, nel canone morrisoniano, che rende meglio nelle vesti di autore cantautore, ma che qui si diverte e fa divertire con questo miscuglio di black music uscito però per una label come Warner Bros. Ultima nota sull’arrangiamento dei fiati romantici di Heavy Connection. Anche il fraseggio del Nostro è qualcosa di epico, un brano decisamente evocativo che profuma di anni settanta fino al midollo.

     Ad avercene oggi di dischi come questo A period of Transition.



venerdì 5 giugno 2020

Ricordando Dr. John: l’ultimo sacerdote di New Orleans





Ricordando Dr. John: l’ultimo sacerdote di New Orleans



New Orleans è una sirena, tentatrice, un posto da favola, un'illusione.

(A Love Song for Bobby Long)

Chi mi conosce sa bene che sono sempre stato una frana in termini di coerenza. Nemmeno con la logica ho mai avuto rapporti idilliaci. Mi piace invece la musica, o meglio mi piacciono alcuni generi di musica. Quando parliamo di un artista come Malcolm John Rebennack, Jr. non possiamo fare a meno di pensare a una città, anzi a quella città che forse, meglio di tutte, ha saputo dare un contributo significativo alla musica del Secolo Scorso. Sto parlando di New Orleans. Motivo per cui sono pienamente consapevole che mi sto per ficcare in un bel cul de sac! Un calderone voodoo, dove possono emergere, senza soluzione di continuità, elementi di blues, funk, jazz, rock, rhythm and blues e così via… Voi avete mezza giornata da dedicarci? Io francamente no!
Conosciuto come Dr. John, il buon Mac Rebennack ha coltivato, parallelamente alla sua attività artistica, una carriera parallela come side-man, produttore e Gran Maestro di cerimonie. Vai a capire bene di che tipo. Mojo bag? Più che probabile. Qualcuno in Italia ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo, in uno dei suoi tour europei. Tra questi c'è il sottoscritto, che per questioni di credibilità e di sincerità ammette che era presente un po' per caso. Umbria Jazz, luglio 2004 e palco condiviso con la leggenda del blues B.B. King. Sempre a volerla dire tutta, quella sera fui conquistato dall'esibizione Hoodoo del Nostro Dr. John. Scattò la scintilla, come era giusto che sia. Scintilla che non si è mai estinta in sedici anni, sedici bandiere. In the right place e non solo. Perché Dr. John è stato artista promiscuo e molto collaborativo. Ha condiviso il palco con artisti del calibro di Van Morrison, Bob Dylan, The Band, The Rolling Stones, Eric Clapton, Bruce Springsteen e per quanto riguarda le nuove leve Beth Orton e Dan Auerbach. Proprio il leader di The Black Keyes gli produsse, otto anni fa, quel clamoroso best-seller che è Locked Down. Disco dove possiamo trovare alcuni nuovi classici come Getaway, Revolution, Kingdom of Izzness e la struggente ballata My Children, My Angels. Impossibile citare, in un solo articolo, gli episodi maggiori della vicenda artistica di Dr. John. Personalità e personaggio, ma prima di tutto Uomo di musica e di buona medicina.
Parlare di lui vuol dire evocare lo Spirito di una Nazione, oggi ferita e con il cuore affranto più che mai. Non si tratta di politica, visto che Dr. John è sempre stato attivo sul fronte sociale, ma ha saputo rimanere nel territorio di maggiore competenza e sensibilità, il territorio che si chiama musica. Such a Night, come recita uno dei suoi classici degli anni settanta. The Night Tripper. Possiamo ricordare Mac Rebennack tramite qualche breve ma significativa comparsata al cinema. Merito della sensibilità di autori come Landis, che di musica sa giusto qualcosina, o come il talentuoso e imprevedibile Linklater. Nel suo pregevole e poco conosciuto qui da noi "Dazed and Confused" del 1993 mette a segno un paio di colpi, con una soundtrack killer, valorizzando oltre al classico di Dr. John Right Place, Wrong Time, anche la celebre Hurricane di Bob Dylan, ma solo per citare due dei tanti brani presenti in scaletta.

    L'estate di New Orleans annega in una quiete densa e umida. Dr. John ha saputo coltivare in oltre 50 anni di carriera discografica le sue amicizie. Lo ricordo ad esempio in veste di produttore e musicista nel disco di Van Morrison, A period of transition del 1977. It Fills You Up, The Eternal Kansas City, Heavy Connection e Cold Wind in August, sono le canzoni a cui sono maggiormente legato. Sottolineo in particolare il sound ricco e variegato e l’incisione memorabile di The Eternal Kansas City, brano che spicca per qualità e inventiva in questo disco funky fine anni settanta. Lo scorso anno, mentre stavo attraversando un periodo davvero di transizione ho appreso su Facebook che Dr. John aveva messo le ali e salutato le sue mortali spoglie. Non ho provato dispiacere né dolore di alcun tipo, perché un musicista di questo livello non può davvero sparire completamente dalla circolazione. Almeno fino a che non siamo noi a consentirlo. E noi, per Dio e per Diana non lo consentiremo mai. Perché come afferma il buon Nick Hornby, in un contesto differente, ma nel momento giusto, noi non supereremo mai questa fase! Attraversiamo questa notte come se fosse un gran Carnevale, ma il Gris-Gris, il Mardi Gras e il pianoforte saltellante, pulsante e caldo di Dr. John risuonano in questa battaglia senza fine che qualche sguaiato ha chiamato vita!

Gli dei tenevano d'occhio New Orleans. O così sembrava. In che altro modo questa storica città costruita sotto il livello del mare, questo splendido gioiello incastonato in una palude, era sopravvissuta? Sopravvivenza. Della specie. Dei più forti. Dell'io. Una reazione istintiva a combattere per la vita. A rimandare colpo su colpo.

(Erica Spindler)