domenica 17 gennaio 2021

Marano Street Blues (Un racconto jazz)

Marano Street Blues 

È mezzanotte. Sabato sera e sono da solo ad ascoltare The Gerry Mulligan Quartet mentre sorseggio un bicchiere di cognac Martell. Cerco di darmi un tono da scrittore colto e raffinato. Metto una vestaglia, ma mi provoca l'orticaria e sento un forte odore di naftalina nell’aria, che si spande e copre l'incenso al sandalo e il buon sapore del cognac. Mi viene da smadonnare, ma per fortuna il baritono di Mulligan mi copre bene e tutto quello che i miei vicini sentono e vedono non è altro che un ridicolo individuo old fashion, mentre si annoia dandosi un tono.

Del resto il mestiere di scrivere è proprio questo: osservare, provare, ascoltare. Il piano segue la sezione ritmica e io mi sono già spogliato e cambiato, perché inizia a far freddo anche in questa tana, che ho allestito come se fossi un orsetto lavatore pronto per il letargo. Al posto del barattolo di miele verso tre dita di cognac e sono pronto a fare serata. Ho voglia di pescare nel mio carnet, anche perché nel guardaroba c'è solo una giacca di velluto a costine con le toppe, che risale al periodo in cui frequentavo i concerti jazz qui in zona. Bei tempi, eh! Ma chi se li ricorda? Io mi ricordo forse le canzoni. Ricordo qualche pezzo sparso, accenno di serata e il momento migliore, quando si spengono le luci e i musicisti salgono sul palco. Il resto è pura magia. Il jazz non è solo arte di improvvisazione, è uno stile di vita basato sul disagio, il rancore e l'inadempienza. Vi sembra facile, vi sembra comodo, accomodatevi voi su un palco spoglio e senza pubblico. Fatevi tagliare voi i capelli da un rigattiere recalcitrante, che di malavoglia esegue le vostre indicazioni. Il jazz è una sedia di legno scomoda, che cigola nel momento del bisogno, nel momento meno opportuno. È un disco di Cecil Taylor, che non riesci a trovare la sera in cui finalmente hai deciso di invitare quella rossa mozzafiato. Lei naturalmente si presenta con un vestito da schianto e l'ultimo problema di cui ti dovresti preoccupare ora è che scopra che come cuoco non sei granché. Per il vino hai chiesto al tuo amico fanatico e non hai badato a spese. Questo ti fa onore, specialmente in tempi di crisi come questi, pensi tra te e te. Ti salverà la scelta del disco, ti salverà l’Eterno Quartetto, perché si sa, niente è più seducente e ospitale di uno strumento a fiato. Lo sanno tutti, anche quelli che non vogliono darsi un tono da scrittore finto parigino in una mansarda a Marano Marchesato.

E tu ci sei stato un po' di tempo, quindi lo sai bene. Del resto l'atmosfera possono farla anche un piccolo faretto, una lampada e una candela profumata, di quelle che costano poco. Perché sì, sarai anche un vero appassionato di jazz, di vino e di formaggio, ma resti un tipo un po’ taccagno. Gli amici non a caso ti avevano soprannominato “Camillu u coccotrillu” e non è certo perché hai il braccio anatomicamente breve. Anche se ti piace pensarlo, non è così. Ti ricordi quel concerto di Wayne Shorter, che bell'atmosfera e che sound! C'era un po' di gente che conoscevi e poi sei andato via insieme agli altri, verso casa di quella vostra amica, di cui ti sfugge il nome. Ora però ti sei distratto, hai divagato e non riesci più a ritrovare il filo del discorso. Pensi che potresti aver fatto una figura miserabile. Per fortuna non dovrà vederti in vestaglia e non saprà mai se sei bravo a letto oppure no. Non adesso, questa è una serata esplorativa dove siete solo due giocatori di poker che si studiano. Potresti tirar fuori quel divertente aneddoto su Paolo Conte, conosciuto a Firenze in una calda estate di 18 anni fa, oppure di quella sera in cui l'autista di Tony Bennett ti stava per stirare, perché eri troppo ubriaco e non conoscevi bene i vicoli di Perugia. Cavolo, quelle scalinate sembravano infinite e lei era davvero carina con quel vestito! E aveva ragione, ne valeva la pena, nonostante fosse tardi. Il Sullivan’s: un pub piuttosto tipico, ma dentro c’era davvero un pezzo di Gotha della scena jazz, tanto che a un certo punto ti saresti aspettato che qualcuno dicesse: -Sì, ma tu che cavolo c’entri qui? Un impostore! Tanto per cambiare, tanto per confermare la regola del calabrotto in trasferta. Ma ti diceva bene, al solito. E al solito i pazzi si annusano, si riconoscono e fanno lega. C’era ‘sto tipo di Roma sulla cinquantina, che non apprezzava granché quella specie di Jam Session. Ahò, ma questo sta’ a fa’ scale?! Disse a un certo punto rivolgendosi a te. Diglielo un po’, ma che stai a fa’! Sta a fa’ ‘e scale! Anvedi! Bel siparietto, ma di quei tempi era la norma. Come quando a Roccella beccavi John De Leo dei Quintorigo e invece di fargli i complimenti per la carriera e per la performance, lo rimproveri dicendogli che il monologo cyberpunk non ti era piaciuto per niente. Bei tempi, eh! Non liberi e fieri come i primi novanta, ma nemmeno austeri e sciapi come ora… ma stiamo divagando!

Eppure stavolta ti dice bene, non è affatto una persona antipatica, si sta rivelando una bella conversazione finora, se solo fossi meno impacciato, meno distratto: se solo non fossi tu! Non devi bruciarti tutte le carte ora, tieniteli per il prossimo appuntamento i racconti di Umbria Jazz, di quando il servizio d'ordine ti stava cacciando in malo modo al concerto di Van Morrison, di quella ragazza siciliana, conosciuta per caso alla stazione Santa Maria Novella. Piano Train: avete parlato di passione, del fatto che Nighthawks At The Diner di Tom Waits avesse influito sulla vostra strana adolescenza in un buco di provincia nelle notti d’inverno, sognando di essere protagonisti silenti di una tela di Edward Hopper, persi nel proprio blues. Davvero buffo come si possano aprire parentesi, che ricordano da vicino un romanzo tardivo di Calvino. Il Paese però era ancora selvaggio, un po’ ruggente, certamente magniloquente, ma c’era ancora quella voglia di conoscersi, di svelarsi, a poco a poco, in certi ambiti, per i veri patiti e malati… di blues, di jazz e cantautori americani. I believe in you. La passione musicale sboccia all’improvviso e all’improvviso ti ritrovi invischiato in un altro stile di vita, manco fosse la New York cantata nei poemi beat. Certo, se poi ascolti Tom Waits, la confusione e l’equivoco potrebbe crearsi. Ma che male c’è? On A Foggy Night!

Sembra passato un secolo, ma in effetti è da un po' che non ascoltavi Gerry Mulligan e vedi che bello: l'atmosfera, il cognac e un incenso al sandalo possono scaldare questa tana da orsetto lavatore, che vuole darsi un tono da viveur poeta maledetto e appassionato di jazz. Che poi qualcuno sarebbe così gentile da spiegarmi perché tutti questi luoghi comuni sul jazz, sulle ragazze rosse dai capelli ricci, con le borse di cuoio vintage? Perché io onestamente non l'ho mai capito. Ma tanto ormai sembra di vivere in un film di Paolo Sorrentino venuto male. Eppure basterebbe un po' di immaginazione, per ritornare a quell'istante in cui ti sei avvicinato alla musica di John Coltrane, Duke Ellington e Charles Mingus. Ed eri ancora un metallaro che andava in giro col giubbotto nero di pelle, il codino e un paio di stivali alla Clint Eastwood. Il jazz però, nonostante quest’aura mitica, è una musica schiva e raramente inospitale.

I know, Don't Know How, vero Mr. Mulligan?

Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due. Il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo. I sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga. E la canzone andava avanti sempre più affondata nell'aria. (Paolo Conte)

Dario “Orsacchiotto” Greco

domenica 10 gennaio 2021

Lezioni spirituali per giovani rocker

Lezioni spirituali per giovani rocker

Domani potrete completare la distruzione del vostro mondo. Domani potrete cantare in paradiso sopra le rovine fumanti delle vostre città terrene. Stasera però vorrei pensare a un uomo, a un individuo solitario, a un uomo senza nome né paese, un uomo che io rispetto perché non ha assolutamente niente in comune con voi: me stesso. Stasera mediterò su ciò che io sono, su quello che sono stato per la maggior parte del tempo. Torno indietro, solo con la mente, ma è già qualcosa, mi lascio trasportare dal ricordo e uso come mezzo per spostarmi, oltre alla memoria, il suono, la voce e gli strumenti che mi hanno accompagnato, lungo questo viaggio, per strada, fino al punto esatto dove mi trovo ora, in questa stanza, con questo laptop, che tengo acceso anche più del giusto, come estensione ormai definitiva della mia persona, di questa anima. Si dice che sono solo oggetti, forse è vero, ma da come una persona tiene una macchina, un telefonino, e perché no, un computer, puoi capire tante cose, forse troppe. Poi ci sono i feticci, quelle cose che devi portarti per forza di cose dietro, come quella inseparabile foto, ricordo di quando avevi tanti chili in meno, tanti, troppi capelli in più, ma anche una faccia da cazzo, di ragazzino imberbe e impertinente, spavaldo e fiero. Spavaldo e fiero non lo sono mai stato, ma ci sono stati dei grandi compagni di viaggio, non dirò amici, perché che cos’è un amico, ma a volte si incontra un artista, un musicista, un poeta e perché no, un cantastorie, che ti aiuta a saltare, di brano in brano, di accordo e disaccordo, da un punto esatto della tua vita, dove non vorresti più trovarti, dove non saresti più in grado di resistere un momento di più. Questo sono io, a diciassette, ventidue, ventotto, trentacinque e dodici anni. Ho scelto nove capitoli e qualche compagno di viaggio in più, per raccontarvi quello che è stato il mio viaggio, musicale, spirituale e fisico. Nonostante avessi il cuore colmo d'inquietudine e d'una pena indicibile, atteggiai la faccia a un sorriso sardonico, sfrontato.

Era un bel po’ che non mi sedevo a riflettere, a scrivere e ad ascoltare musica. Non è importante cosa sto ascoltando, per la cronaca è il terzultimo di Nick Cave e non è importante nemmeno ciò che penso. Quando hai 35 anni di quello che pensi tu non gli frega niente a nessuno. A meno che tu non sia Dante Alighieri. E io non sono Dante Alighieri. Sono un poveraccio che tenta di sopravvivere e di non fare la figura dell’allocco. Ho smesso la pretesa di essere qualcuno e di stupire le persone. Non è quello lo scopo. Almeno per me. A diciassette anni, giubbotto di pelle, stivali western e Walkman Sony nelle orecchie me ne andavo in giro per le strade della mia città convinto che avrei lasciato il segno. Da qualche parte. Facendo pipì, suonando in una rock band, che differenza fa? Ascoltavo molto rock americano, nel mio Walkman, ma questo lo faccio ancora. Ho tentato con scarso successo di occuparmi di web marketing, io che a mala a pena riesco ad occuparmi di me stesso e delle persone che amo. Leggevo, quasi per spirito di contraddizione, come se fossi poggiato su un Jukebox all’Idrogeno diretto verso il nowhere "Lezioni spirituali per giovani samurai" di Mishima. Eppure da giovanissimo lo avevo sempre snobbato . Mi stavano sulle palle anche quelli che lo citavano e se ne gonfiavano il petto. Io leggevo Burroughs, Kerouac e qualche volte, ma solo quando ero molto depresso, Kafka. Suonavo nella peggiore rock band della città, e ne ero fiero. Facevo anche un programma in radio, e anche di quello ero moderatamente fiero. Scrivevo lunghi racconti ambientati in una periferia silenziosa, ma di questo non andavo molto fiero, lo ammetto. Sentivo nell’aria strane cose, jazz, etnica, punk, metal, hip-hip, ed io? Classic rock. E ne andavo fiero, cazzo! Come dei miei jeans neri, di un paio di occhiali scuri da egomaniacali e della certezza che prima o poi avrei avuto ragione. Perchè io non mi convertirò mai al cd. Sono uno da musicassetta, cazzo! Sì, certo che avrei avuto le mie ragioni, a correre lontano da qui. Avrei avuto le mie ragioni eccome! Tramps like us, baby we were born to run

Nulla mi pungolava a procedere fuorché il mio senso di irrequietezza, identico a quello di un bambino impaziente di avere la merenda. C’è un passaggio di Mishima che mi ha colpito molto. Non so se lo ricordo bene. Sto seguendo un corso di content marketing online e a volte tendo a confondere le cose. Poi questo dannato Nick Cave sciorina di un’ipotetica redentiva Jubilee Street, ragion per cui fate voi: le chiacchiere stanno a zero, così come il conto in banca. E Spotify è l’argomento del giorno. La prima cosa che ho pensato è: qualcuno doveva pur dirlo. Solo che non ricordo con esattezza che cosa. Ah, hai avuto una bambina? Felicitazioni. Io ho avuto un attacco di ansia ieri, ma nessuno si è degnato di farmi gli auguri, 'sti stronzi!  Ho smesso di bere e di fumare, tra gastrite e guai vari, ma in fondo non m’importa. Il mondo è pieno ormai di Solid Air e di solidi stronzi. E mi ci metto pure io. Non ho ancora voluto mettere la testa a partito (sì, ma quale? Certo non il PD!) e a pregare. Porto pazienza e tento di risalire la china. La primavera è arrivata ed è giunto il momento di gareggiare in strada, dribblando le buche che il buon sindaco non ne vuole sapere di aggiustare! In debito di ossigeno e di irriconoscenza e col vento dritto in faccia. Contro. Le emozioni non hanno simpatia per l'ordine fisso. Viviamo in una società angusta, tentando di non entrare in conflitto tra noi, di armonizzare i nostri egoistici interessi per vivere piacevolmente. E tuttavia nel nostro animo vive una segreta insofferenza per questo tipo di morale, soprattutto nei periodi in cui la pace dura da lungo tempo a causa di un governo democratico.

Non è né giorno né notte. È l'alba che viaggia a brevi onde al battito delle ali di un albatro. I suoni che mi giungono sono attutiti, rimbombanti, smorzati, come se i travagli dell'uomo si svolgessero sott'acqua. Sento la marea che si ritrae ma non ho paura di essere risucchiato, sento le onde che sciabordano ma non ho paura d'affogare. Cammino tra i relitti e i rottami del mondo, ma i miei piedi non sono contusi. Non c'è limite al cielo né divisione tra terra e mare. Mi muovo tra chiusa e orifizio con piede instabile, che scivola. Non annuso niente, non odo niente, non vedo niente, non avverto niente. Supino o prono, di fianco come il granchio o a spirale come un uccello, tutto è beatitudine vellutata e indifferenziata. 

mercoledì 6 gennaio 2021

Lady Midnight

Lady Midnight - La fuggitiva


 I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne.  

(Leonard Cohen) 

E nonostante tutti i libri letti aveva una mente vergine e ignorante, impermeabile alla stanchezza: droga, alcool, niente poteva fermarlo. Soltanto una donna poteva ostacolarlo. E quella donna era Lei. Idealizzata ma anche autentica, con quel profumo delicato eppure pungente come il trillo di Satana. La sua musica si avvicinava alla poesia, al sentimento delle cose sfiorate, allusive solo in apparenza. “E m’innamorai ossessivamente per distruggermi” Lei non voleva che nessuno si sacrificasse per il suo amore. Forse sentiva di dover schivare tutti i colpi, e quando si gioca in difesa si rischia anche di perdere quel poco di bello che ancora ci resta a vivere. Lui invece era un guerriero impavido ed era arrivato con un coltello infilato fra i denti ancora una volta all’arrembaggio, pronto a non cedere di un passo a nulla tranne che a Lei. Sentiva una fitta sul lato sinistro del petto, eppure era completamente svuotato dalle proprie viscere e da tutti gli organi interni, era come uno di quegli animali imbalsamati. Alla stazione Termini osservò la fauna circostante, sembrava un luogo infestato da una natura umana deforme e reietta, terribilmente vitale nella sua mortalità. Un anziano barbone si avvicinò a lui chiedendogli una sigaretta, Egli gli porse l’intero pacchetto e fece un cenno con la mano a mo’ di benedizione, ma il barbone non capì, e allora emise un flebile: - Tieni pure tutto il pacchetto.

Aveva bisogno di un atto di bontà e qualcuno gli aveva appena offerto un piccolo soffio di beatitudine. Sentiva una strana energia provenire da quel posto. Una donna dai capelli grigi e arruffati parlava fra sé a voce alta, recriminando su una fantomatica lista della spesa sperduta fra i meandri della sua follia. Si sentiva fra persone in grado di poter capire il suo disperato dolore. Salì sul treno. Entrò in uno scompartimento vuoto e si accucciò sopra un sedile, sul lato finestrino, sollevando il cappuccio della felpa a mo’ d’elmetto difensivo. Entrò un uomo anziano ma vigoroso: unghie lunghe, jeans bianco stretto, una barba immensa, come quella di Dio, ibridata col pelo di un pastore maremmano. L’uomo, una versione calabrese di Ernest Hemingway, aveva appena terminato la sua condanna di dieci anni a Rebibbia, per aver accoltellato qualcuno in una rissa. Scambiò poche frasi con Lui, poi si addormentò di colpo. Aveva l’enfisema polmonare. Lui non se ne curò più di tanto: sentiva il rumore della notte annullare i suoi pensieri, a distanza di tremila chilometri, pensava a Lei, a tutte le pinte versate, al calore e alle parole che s’era tenuto dentro per paura d’inchiodare nel passato quell’attimo di Passione. Lei era stata spietata ma sincera, e lui era sempre più attratto, col suo masochismo epico e disperato. Era un infinito valzer di Leonard Cohen, distillato di lacrime guarnito con ciliegie sotto spirito. Una zolletta d’amarena e la sua “poesia del cazzo” a tenergli compagnia. A farlo sentire meno solo, cercando di capire, di obliare quel cattivo ricordo, ancora fresco: un’altra piccola cicatrice, stavolta invisibile arricchiva il personaggio. Provò a trattenere il fiato nella speranza di porre in apnea anche i suoi pensieri nefasti. Ripensò a quelle calze arancioni, inappropriate al suo stato d’animo e forse simbolo di una frivolezza ostentata più che autentica. A lui piaceva tutto di lei, la voce, le buffe espressioni del viso, la follia del suo sguardo passionale di male di vivere, insoddisfazione e desiderio di un rifugio dalla tempesta. Pensò a quella pasta troppo salata, la strana sensazione di sete, il massaggio ai piedi e la voglia di contatto umano."

Dai pure le carte, ma non pretendere che io debba stare al gioco. Hai detto di essere un guaritore, ma io non sto così male. E se tua sarà la gloria, mia deve essere l'infamia. 
(Leonard Cohen)


lunedì 4 gennaio 2021

Long distance call

 


"Sto nel fragore di un lido tormentato dalla risacca, stringo in una mano granelli di sabbia dorata. Soltanto pochi! E pur come scivolano via, per le mie dita, e ricadono sul mare! Ed io piango - io piango! O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda? O Dio! Mai potrò salvarne almeno uno, dall'onda spietata? Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo non è che un sogno dentro un sogno?" 
[Edgar Allan Poe]

STANDING IN THE DOORWAY

 Infrango almeno una delle regole fondamentali per scrivere questo breve componimento. Il primo sostiene che non è un bene scrivere con la pancia piena, eppure raramente come durante questa estate sento di avere fame. Fame di vita, fame di bramosie e di sensazioni forti. Per voi forse la musica deve pestare forte, deve avere una sezione ritmica possente. Ma io non sono mai stato troppo fissato con l'energia. Per me la sezione ritmica è come un'erezione. Più è dura, più dura poco. Preferisco una cosa morbida e calda, sentire qualcosa capace di fluire. Un fiume, una cascata. La vita ti sorprende, la vita non ti da quasi mai pace. Arriva mentre sei distratto, come il grande amore. Devi fare davvero in fretta, altrimenti ti scappa via come un pesce in un torrente. Ti svegli un mattino ed è ancora estate, ma se chiudi troppo gli occhi e pensi intensamente, ti ritrovi a contemplare foglie che cadono lungo il viale. Ci sono colori che non puoi dimenticare, ma soprattutto ci sono notti che non dovrebbero mai finire. Io e te ci siamo incontrati in uno di quei momenti in cui tutto correva veloce, anche la velocità stessa non aveva tempo da perdere! Abbiamo fatto il possibile per conoscerci e per disegnare una mappa erogena, ma non si vive solo di sesso e un giorno ci siamo svegliati in un letto sfatto, e io non ricordavo dov'ero e con chi, ma tu probabilmente eri già svanita in quell'istante. Non è durato troppo il mio momento magico e non era nemmeno estate forse, ma dentro mi sentivo come se qualcosa potesse esplodere da un momento all'altro. Non era certo il cuore perché quelli come me non provano quel genere di sensazioni. Siamo animali a sangue freddo, camuffati da mammiferi, ma tra noi possiamo anche annusarci e riconoscere i nostri meriti, le nostre colpe. Io ho sicuramente più colpe di te, perché potevo essere più sincero, prima di tutto verso me stesso. Non puoi cambiare troppi gusti al tuo gelato, non nel corso di una lunga e torrida estate. Le estati al sud durano molto più di quanto possiate immaginare. Se ci siete stati saprete a cosa mi riferisco, ma se non avete mai viaggiato lungo la costa tirrenica, bene io non so proprio cosa farci, perché è lungo quel mito che io ho vissuto questa banale storia. Il guaio è che ottieni consapevolezza solo quando tutto svanisce, quando è troppo tardi per rimediare, tardi per rincorrere un sogno, che si trasforma in qualcosa che non sei più in grado di riconoscere. Ricordo quando stavo nel giardino e osservato i gatti giocare e contendersi una coda di lucertola. La macchina morbida

"Dicono che la Speranza sia felicità, ma il vero Amore deve amare il passato, e il Ricordo risveglia i pensieri felici che primi sorgono e ultimi svaniscono. [...] È triste! È tutto un’illusione: il futuro ci inganna da lontano, non siamo più quel che ricordiamo, né osiamo pensare a ciò che siamo." 

 (Lord Byron)

LONG DISTANCE CALL

 La gente parla del domani come se avesse chiaro davanti a sé tutto ciò che capiterà, come se la strada che stanno percorrendo fosse un cammino unico e irripetibile. Sappiamo che non funziona così, che le cose sono cambiate, almeno tra di noi. E' vero, potrei trovare una via d'uscita, in un istante in cui tutto mi pare girare per il verso giusto. Mi sento di volare alto, ma è solo l'illusione di un momento, perché poi guardo il vuoto, sotto di me, tutto attorno e mi sembra di cadere, senza paracadute. Ci deve essere qualcosa che possa rendermi libero e fiero, quantomeno audace. Spezzare le catene dell'afflizione e della pietà. Cercare una luce in fondo al tunnel o fregandomene degli altri: puntare per una volta i piedi, come quegli automobilisti perduti nella notte, per la notte, che sanno fare a meno degli abbaglianti. Io pensavo di non averne bisogno. Mi ero convinto di essere forte, di sentire meglio e di vedere tutto, capendo le cose al volo. In realtà crescendo ho scoperto un senso di vuoto che trascende la gioia, qui, ai margini della libertà. E' una cosa che nessuno dice, che difficilmente troverai come messaggio sui Baci Perugina, ma la libertà esige un pedaggio salato e non sempre riusciamo a fermarci al bancomat della vita, per prelevare il giusto compenso. Non eravamo informati, (figuriamoci informatici!) non avevamo fatto caso a quanto il mondo fosse diverso e cambiato rispetto a come ricordavamo. Ora c'è un prezzo da pagare, per questo spiraglio di luce e speranza. Sei davvero disposto a saldare il conto? Ci sono andato molte volte, sotto credito, e non è precisamente una bella sensazione. A volte penso di voler mollare gli ormeggi per salpare via. Ma io non ho una barca, non so farle nemmeno di carta, figurati una di quelle vere. Ricordo un momento in cui avevo preso confidenza con l'alzare i tacchi e cambiare aria, quando mi saltava la mosca al naso... senza rendermi conto che quella mosca ero proprio io a cercarla, in questo mare di merda, navigando a vista, senza bussola e senza provviste. Il segreto è essere sempre pronti al peggio, uscire come se non dovessi più tornare a casa. Essere equipaggiati e contare sulle proprie risorse, che se ci fai caso, non sono affatto poche. Quando hai vent'anni senti che la vita ti scorre tra le gambe e che il cuore potrebbe battere per sempre, ma che se non ti dai una calmata non arriverai nemmeno a domani. A new day at Midnight, come dice David Gray.



domenica 3 gennaio 2021

Celtic Tiger Years - A new day at midnight




Celtic Tiger Years - A New Day at Midnight 



Temporary address: Washington Street West, Cork (Ireland)


Pt 1 - One Bourbon, One Scotch, One Beer

Mi addormentai da Costigans, davanti una pinta di Heineken e una porzione piccola di patate condite con aceto di vino. Erano le 20 PM. Ero stanco di quella vita, anche se devo confessare che iniziava un po’ a piacermi. Avevo trovato una mia dimensione, almeno nel contesto lavorativo: tutto ciò che facevo, cinque giorni la settimana, dalle 7.30 alle 17.15. Il resto del tempo lo impegnavo, come in quel momento, tra pub, locali tipici e negozi di cianfrusaglie. Se c'è una cosa che sento cambiata, adesso, nel corso di questi anni, è la mancanza di posti realmente personali. Io a Cork ne avevo trovato alcuni davvero interessanti. Di fronte al pub di Costigans, c'era questo robivecchi: sia chiaro, mai una volta che vi trovassi qualcosa di decente. Mi piaceva il posto. Ci andavo almeno 1-2 volte a settimana, ogni volta che potevo. Lo gestiva un tipo che era un mix tra Dave Van Ronk e John Martyn. Per John Martyn non intendo il giovane cantautore riccioluto e con quell’aria un po’ da antico filosofo greco, bensì l’aspetto che il cantautore scozzese aveva assunto durante gli ultimi anni di vita. Non ho mai saputo il nome di quel robivecchi. Mi piace pensare si chiamasse Sean, Mhichíl o Angus. Sapevo in compenso il nome del suo gatto. Era un British Shorthair flemmatico e pacioso, che si aggirava con aria regale tra le scartoffie e le cianfrusaglie di quel burbero ma affascinante rigattiere. Mr. Gallagher, era il suo nome, e giuro di averlo visto diventare più grigio, settimana dopo settimana. Lì trascorrevo un po' di tempo in serenità, cercando non so bene cosa, comprando alla fine oggetti, di cui ero già pentivo dell’acquisto appena fatto qualche passo, fuori dalla porta del negozio. Forse la magia del posto rendeva quegli oggetti più affascinanti, sarà stato il British Shorthair, il fastidio per il suo pelo un po’ malconcio, quella confusione che mi inibiva e mi piaceva al contempo, ma faceva parte del mio rituale. Ero alla scoperta di un posto nuovo che esercitava su di me grande fascino. Mistero. La Rebel City aveva da poco accolto uno scapestrato come me, in rotta per un futuro altro, lontano da casa e dagli affetti, che a dirla tutta in quel momento non mi mancavano affatto. Voltato l'angolo mi ritrovavo come d'incanto sulla via di casa, verso il 101 di Miller's Court, giù su Grand Parade. Ora, su Grand Parade c'erano due cose che potevano attirarmi: i locali di street food e il Virgin Store. Io optavo quasi sempre per il Virgin Store, perché dentro avevo trovato cd incredibili.  Mi irretivano, forse sussurrandomi una nenia in gaelico o forse era merito di quel profumo di cose nuove, colorate e belle, che solo i negozi di musica possiedono. Sì, so bene che non tutti subiscono il fascino del feticcio musicale, ma rassegnatevi, io faccio parte di questa categoria. Ormai arrivati a questo punto del percorso, dovreste già averlo capito, da un pezzo. C'erano vecchi classici che mi aspettavano, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Nina Simone e quel vecchio birbante di Willie Nelson. Dischi che conoscevo bene e avevo imparato ad amare negli anni giovani e selvaggi dell'adolescenza. Lungo la strada, per una sorta di pseudo maturità, inevitabilmente mi ero perso qualcosa. Ci sono artisti che ti stanno chiamando, proprio ora, mentre mi stai leggendo, stanno chiamando te, ma anche me. Uno di loro è David Gray.

"Accendi un sogno e lascialo bruciare in te."  (William Shakespeare)

Pt 2 – I nostri miti morti ormai, la scoperta di David Gray

Ricordo il giorno in cui feci la scoperta di David Gray. Fu la copertina di A New Day at Midnight a trasmettermi quella tipica sensazione che ti fa dire che quel determinato disco fa proprio al caso tuo. E’ una chimica, irrazionale. Non c’è bisogno di ascoltare, non c’è bisogno di pensare. Senti già che si tratta di qualcosa di nuovo e attuale, un po’ diverso, ma al contempo in linea con i tuoi ascolti, con quelle visioni del mondo, musicale e non. I fiati con cui si apriva Freedom, la quarta traccia di questo ispirato lavoro, mi convinsero che forse avevo trovato una nuova voce da ascoltare. La colonna sonora di quei giorni e di quel periodo di lavoro a Cork, se proprio dovessi scegliere, è racchiuso in questo disco, in queste atmosfere un po’ sognati e un po’ da abbiocco. Come quando a metà notte mi svegliavo di soprassalto e indossando la nuova felpa acquistata da Dunnes Stores, mi recavano in un emporio notturno per comprare un’aranciata. In realtà furono le luci e i colori di quel Virgin Store, la cordialità delle commesse, che vedendo questo strano buffo tipo, fare espressioni di stupore, manco fosse un bambino in un negozio di caramelle, non trattenevano un sorriso di ragazze di campagna. Una cosa che mi faceva sentire non troppo lontano da casa. L’esatto opposto di quel No Direction home di dylaniana memoria. Del resto con la pop music, passati i 25 anni, è come entrare nel paese dei balocchi. Tutto è lecito, a patto che avvenga durante il tempo libero, perché poi bisogna tornare alla catena di montaggio e lì non si scherza affatto. Imparai le leggi di comunicazione e marketing, imparai che certe volte, quando c’è il Red o Black friday, ti davano pizza e bibite gratis, ma solo per incentivarti a lavorare, per produrre di più. A me non importava. Sapevo che Cork mi avrebbe regalato ancora qualche momento di libertà, lontano dalla collina di Hollyhill. Perché, non a caso, avevo già adocchiato White Ladder, ancora una volta di David Gray. Ero curioso di scoprire se fosse un album migliore o pari ad A New Day At Midnight. Mi piaceva la scrittura, mi piaceva la sua capacità di creare piccole-e-grandi melodie, con quei tipici arrangiamenti ticchettanti, quasi stile Tunnel of love di Bruce Springsteen, quasi familiari, lì sulla consueta Long Way Home. Eppure in quel momento non ero certo ansioso di percorrere. 

Mi stavo tirando di filato un bel flash da film inglese anni ottanta e novanta, tra Stephen Frears e il Ken Loach meno cupo. E c'erano ancora diversi giri da fare, pinte di birra da bere, persone curiose e pittoresche da incontrare e forse conoscere meglio, con cui confrontarsi. C’erano altri italiani come me, e poi francesi, tedeschi, scandinavi: i più matti di tutti. Quelli che sul posto di lavoro stavano in pantofole e babbucce. Ecco quello mi faceva sentire straniero, lontano, decisamente alieno. Per trovare una mia nicchia dovetti gigioneggiare, facendo sfoggio del mio solito stile lirico, da poeta beat, o meglio beota, da due soldi. Non era importante, perché c'erano poi quelle belle ragazze di Cork. Scapigliate, alla mano. Troppo diverse da quelle che avevo lasciato a casa. E dire che ero partito, probabilmente durante uno dei migliori periodi, da quel punto di vista. Oh, uno mica può vivere solo di mare, sole, corsette, pranzi frugali, poesia e musica. O forse sì? Io avevo voglia di vedere altro, di vivermi quella parentesi irlandese, tra allibratori, baristi vicini all'IRA, tipi loschi come quel Rory: autentico ribelle della contea di Cork, che mi portò nello storico fish and chips dove il proprietario teneva esposto il disco d'oro di Boy degli U2. C'erano locali dove la sera si tenevano jam sessions, a cui qualche volta, così per non annoiarmi troppo, partecipai. Lo confesso: avevo questo mito musicale, venendo da un periodo in cui la musica rappresentava tutto o comunque la parte più importante, della mia esperienza artistica e umana. E c'era il fiume Lee, dove si raccontava, tra leggenda, sogno e realtà, come durante le lunghe sere d'inverno qualcuno avesse scorso addirittura una foca. Questo esemplare di pinnipede viveva nel letto del fiume, sulla sponda a fianco alla fabbrica che produceva birra Beamish. Anche se, a dir il vero, una sera di febbraio, prima della tempesta che chiuse l'Aeroporto per 4 giorni e quattro notti, ci vidi solo un uomo ubriaco. Era caduto nel fiume e ora i pompieri lo stavano traendo in salvo. Una sera poi finii in un club strano, dove c'era una particolare musica minimale. L'atmosfera era piuttosto calda, gioviale, forse anche troppo per i miei abituali gusti. Era un locale gay, noto praticamente a tutti, tranne me. Bevvi qualcosa ridendo di me stesso, di quei giorni strani, in una mansarda, davvero molto vicina rispetto al centro di Cork. Cork, città che si era mostrata davvero dolce, ma forse ero io parecchio impavido e spavaldo, così sfrontato da eludere ogni questione di etichetta e comportamento sociale. La mia casa era lontana, nel cuore e soprattutto nella mente, nelle gambe allora agili, di chi ha tanta sete di conoscenza, di vita, quasi come un cacciatore solitario, in cerca di emozioni forti. Del resto avevo preso l'uscio per salire su quell'aereo, con una valigia e poco più. Zero certezze, solo pochi libri, qualche cd non so se è cosa da tutti. Non tocca certo a me dirlo, né tantomeno giudicare, forse non dovrei farlo nemmeno con me stesso. Questo all'epoca non lo sapevo, infarcito com'ero di romanzi di formazione e avventura. Mi sembrava l'unica cosa corretta da fare, tra sogni di musica, poesie studiate ma non capite. Era quella voglia di bruciare, di spaccare perfettamente in due quell'ultima parte di giovinezza, il nodo gordiano prima che tutto divenisse così scontato o sciapo, quando ancora, il dolore e il piacere, erano qualcosa in più che una possibilità. 

C'era da accendere una candela profumata alla vaniglia, mettendo sul lettore cd Real Love di David Gray. Era ciò che facevo, anche se mi ero portato un cospicuo numero di compact, che di tanto in tanto ascoltavo, anche per non spezzare completamente il legame, tra il me che era voluto partire e quello che si era trovato bene nella Rebel City. Per un po', è stata questa la mia vita, fatta di pub, di amicizie occasionali, forse di un amore sprecato, in una notte smeraldo.


"Turbinando nel cerchio che si allarga
Il falcone non può sentire il falconiere
Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo
La marea insanguinata s’innalza e dovunque
La cerimonia dell’innocenza è annegata.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
Sono pieni di intensità appassionata.
Certo è imminente una rivelazione
Certo è imminente la seconda venuta
La seconda venuta! Difficile pronunciare queste parole
Un ampio squarcio fuor dallo Spiritus Mundi
Tormenta questa visione."

(William Butler Yeats)


Illustrazione di Elena Artese

venerdì 1 gennaio 2021

The Wild The Innocent - Intervista a me stesso

The Wild the Innocent and the Saint - Intervista se stesso


... e come ti senti ora?

Come una roccia frastagliata che sporge e sopravanza alla base logora divorata dal selvaggio oceano devastatore, direbbe il caro Guglielmo.

 E che cosa stai facendo? A cosa stai pensando? 

Sto pensando al fatto che a volte anche il cielo azzurro limpido e regale, possa avere in serbo qualcosa di infernale. 

Che cosa ti aspetti che succeda nell'immediato?

Ho grandi speranze e nobili propositi. Ma penso anche che non c'è più nessuna nobiltà nella povertà e nemmeno nell'umiltà. Mi torna alla mente una delle frasi forse più avvincenti della poetica shakesperiana, pronunciata da Enrico V: - In tempo di pace nulla si adatta a un uomo come il contegno dimesso e l'umiltà. Ma quando avete nell'orecchio lo squillo della guerra, allora imitate l'azione della tigre: irrigidite i muscoli, chiamate a raccolta tutto il vostro coraggio, nascondete la bonarietà sotto le sembianze di un truce furore; date all'occhio un aspetto terribile. Perché stiamo vivendo, stiamo attraversando strani giorni.

Che cosa potrebbe aiutare l'umanità ora più che mai?

Leggere, studiare, imparare e capire. E' giunto il momento di fare appello a tutta la nostra umanità, se davvero esiste, all'empatia. Parole che non devono suonare vuote. Ripartiamo dalla conoscenza e usciamo da questa spirale oscurantista che ci ha portato al baratro, a un buco nero. Politico, morale, ideologico. Questi sono i risultati di anni e anni di individualismo e menefreghismo esasperato. Bisogna ripartire dal mito della caverna, dalla Repubblica di Platone. 

Pensi sia utile oggi rileggere e studiare i classici, dunque.

Ho iniziato proprio da quelli, dai classici, ma sono arrivato oggi a leggere autori più contemporanei e attuali. In questo momento sono intento nello studio e nella lettura trasversale di un libro che mi sento di consigliare a tutti, oggi in particolar modo. Si tratta di COME FUNZIONA LA MUSICA di David Byrne. E' un libro utile ed essenziale, non solo per chi si occupa di musica e più in generale di arte, ma per chi vuole conoscere una visione d'insieme alternativa sul mondo della creatività, della tecnologia e della conoscenza odierna. Lo consiglio caldamente.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Scrivere un manuale sul perfetto paggetto in tempo di pandemia. Battute a parte, penso che continuerò a scrivere, a leggere, a studiare e ad ascoltare musica. Per fortuna ho un lavoro che posso svolgere da remoto o come oggi si usa dire in modalità smart working. Anche se a volte di smart c'è davvero poco, a parte il fatto di non essere abile alla guida di un veicolo, come sovente capita per chi guida quella macchina di merda con il medesimo nome. Colgo l'occasione per salutare gli amici di Maggie's Farm e tutti i lettori di questo piccolo blog The Wild the Innocent... che ho ripreso a gestire dopo una prolungata assenza. Saluto i compari della Lumaca dischi, di Pè Provocà, de Le origini del male, di A tempo perso e in particolare quelli di Netflix Italia. Tutte pagine Facebook che ci hanno sostenuto e confortato durante questo periodo.  

A presto! Un abbraccio e buon 2011 a tutti! Preferibilmente IN PREDA AL THRILLER, come dice un mio carissimo amico e mentore, che come me condivide l'odio verso il Partito Democratico.  

giovedì 31 dicembre 2020

Viaggio con la bacchetta magica della notte

 Viaggio con la bacchetta magica della notte (per la notte)

Ogni giorno è un altro giorno regalato, ogni notte è un buco nero da riempire. Ma per quanto non l'ho mai visto colmato, così per dire, resta solo l'urlo solito gridato, tentare e agire. Ma si pianga solo un po' perché è un peccato e si rida poi sul come andrà a finire.

(Guccini - Canzone di notte n.3)

La notte è un sottomarino. Inaffondabile. Di notte ci si sente liberi e prigionieri, complici di tutto e inghiottiti da un'onda di ineluttabile fatalità. Quando la notte ti acchiappa venirne fuori è come lottare coi leoni dentro un circo di ombre, bottiglie vuote e mozziconi di sigaretta. La notte è per gli amanti e per i disperati solitari. La notte è per chi vuole urlare la propria disperazione: la notte è inaffondabile. La notte è dei coraggiosi, la notte è per chi, durante il giorno non trova pace, non trova posto, non trova ristoro. La notte è per chi non ha voce, per chi viene intimidito dai raggi malevoli di un sole, che non bagna più i visi corrotti dall'accidia, o più semplicemente, dalla fatica di vivere. La notte è dei sinceri, dei visionari e degli stolti. La notte è dei capitani coraggiosi che hanno perduto per sempre la loro nave e l'equipaggio. C'è un tacito accordo nel cuore della notte, c'è un tacito consenso nelle persone che incontri per strada. Di notte siamo tutti un po' complici e un po' fratelli. C'è qualcosa che ci lega e ci sospinge, laddove il giorno cede il passo alla notte. Nella notte anche un amore rubato o perduto sa mostrarsi clemente, e se ci fai caso, anche il passato appare meno lontano, non più sepolto, solo un po' più scuro. Di notte le distanze mutano, sia quelle reali che quelli ideali. Di notte ogni battaglia potrebbe essere l'ultima, ogni corsa in taxi decisiva, ogni mozzicone di sigaretta è definitivo, distinto. Di notte c'è un'onda che investe e abbraccia tutti i cuori delusi e spezzati. Adesso non è né giorno né notte. È l'alba che viaggia a brevi onde al battito delle ali di un albatro. I suoni che mi giungono sono attutiti, rimbombanti, smorzati, come se i travagli dell'uomo si svolgessero sott'acqua. Sento la marea che si ritrae ma non ho paura di essere risucchiato, sento le onde che sciabordano ma non ho paura d'affogare. Viaggio con la bacchetta magica della notta, per la notte. Viaggio sapendo che non ci sarà andata+ritorno, né nota spese che possa essere rimborsata. Adesso: gli altari stanno bruciando con alte fiamme lontane, mentre i nemici sono passati dall'altro lato. E' l'ultima ora dell'ultimo giorno dell'ultimo anno felice. Sento che il mondo sconosciuto è vicino, l'orgoglio svanirà e la gloria marcirà. Cammino tra i relitti e i rottami del mondo, ma i miei piedi non sono contusi. Non c'è limite al cielo né divisione tra terra e mare. In fondo a quest'oggi c'è ancora la notte, in fondo alla notte c'è ancora il Ministro Speranza.