giovedì 29 agosto 2019

Bruce Springsteen Definitive Collection in edicola



L'uscita in edicola della raccolta Definitive Collection (Tv Sorrisi e Canzoni e Corriere della sera) è una nuova occasione per ammirare da vicino la discografia completa del più grande rocker americano vivente. E' una lunga e imperiosa cavalcata musicale lunga 39 anni. Peccato solo per il fatto che l'ordine scelto sia casuale-sincronico e non cronologico. Una pecca che certo ai grandi fan non è sfuggita, dato che nel caso della discografia springsteeniana, questo è un fattore da non sottovalutare, come del resto non lo è per altre icone del firmamento come Bob Dylan, Neil Young, Van Morrison o Tom Waits. Il quadro storico e l'evoluzione musicale, di musicisti e arrangiamenti che si susseguono è parte integrante dell'opera springsteeniana, a nostro avviso.

Passiamo avanti. La prima uscita è stata, in questa settimana, Born in the Usa.

Capitolo e capolavoro che non ha bisogno di presentazione. Sette hits, successo clamoroso e capovolgimento verticistico per la carriera del cantautore di Freehold. Niente, in tutti i sensi, sarà più lo stesso. Steve Van Zandt ha lasciato la band; vi tornerà nel '99 per il Reunion Tour. Nella band fa il suo ingresso la signorina Patti Scialfa. Il sound post-the river diventa muscolare e anaerobico, così come le ritmiche si fanno ancora più imperiose e marziali. Non lasciando quasi nessuno spazio all'ascoltatore. Sono ritmi che ti afferrano e ti portano a ballare o a battere le mani, inconsapevolmente.

La title track, Cover Me, I'm going down, Non Surrender, sono solo alcuni titoli che danno la dimensione e il climax del disco. Ci sono poi pezzi pregiati come I'm on fire, Bobby Jean, Downbound Train e la conclusiva e "malinconica" My hometown.

Gli eroi celebrati del disco sono senza dubbio Max Weinberg ai "tamburi" e Roy Bittan al piano e al synth. C'è spazio per i ruggiti di sax di Clarence Clemons, che però si fanno sempre più brevi, rispetto a quello che aveva suonato su dischi come The River, Born to run e The Wild, The Innocent. Bruce Springsteen è il portatore sano del mainstream rock più schietto ed autentico in una decade, gli ottanta, in cui tutto è diventato finto e sintetico, specialmente in ambito pop.

La musica, proprio come l'America è cambiata. E per i personaggi springsteeniani è tempo di bruciare i propri sogni lungo highway infestate da tormenti esistenziali e "depressioni" reaganiane. Bruce si fa così cantore dei reduci del vietnam, dei sopravvissuti alle proprio destino nefasto, di innamorati provati da lavori massacranti e vite segnate. Testi duri come sassi, ma musiche gioiose e furenti per danzarci sopra, come nel caso dell'ambigua ed ipnotica Dancing in the dark, che ad una melodia e ad un arrangiamento orecchiabile e godibile contrappone un testo adulto, virile e sofferto.

La prossima uscita è The River il 28 agosto.

... E il viaggio continua. In edicola!

[Pubblicato il 25 agosto 2012 su grecodario.blogspot.com]





venerdì 23 agosto 2019

Springsteen torna al rock autentico con Wrecking Ball


"Parlavano tutti insieme, con voci insistenti e impazienti, contraddittorie, trasformando una cosa irreale in una possibilità, poi in una probabilità, poi in un fatto incontrovertibile, come fa la gente quando i suoi desideri diventano parole." 

(William Faulkner)

Bruce Springsteen è un musicista epocale. Nel corso di una lunga e proficua attività discografica, è riuscito a proporre, nel tempo, lavori esaltanti o dignitosi, ma cosa più importante, è riuscito a dare autenticità alla sua musica. Con Wrecking Ball il Boss scrive il suo personale "The Sound and the Fury".

Cantore della heartland music, eroe della working class bianca, nella sua lunga carriera è riuscito più volte a rigenerarsi, spesso disorientando il suo pubblico, a volte anche in modo estremo e brutale. A volte solo nelle intenzioni. L’onestà del rocker del New Jersey ha da sempre caratterizzato il suo humus culturale e musicale.

"Fate rumore! Aprite le orecchie e aprite il cuore. Non prendetevi troppo seriamente e prendetevi seriamente come si prende seriamente la morte. Non preoccupatevi. Abbiate confidenza in voi, ma anche il dubbio. Vi terrà svegli e aperti. Siate capaci di mantenere due ideali contraddittori allo stesso tempo dentro al vostro cuore e alla vostra testa. Se non vi farà impazzire, vi renderà più forti. E rimanete forti, affamati e vivi." 

Un songbook sconfinato e potente che ha attinto meglio di chiunque altro, fatta eccezione per Bob Dylan, dalla tradizione musicale statunitense dello scorso secolo.

Una tradizione fatta di gospel, dixieland jazz, country, soul, e ovviamente rock’n’ roll. Negli ultimi tempi Springsteen ha riscoperto sonorità ancestrali della tradizione musicale irlandese (è nel suo DNA) con fanfare da parata bandistica e “jig” (giga). E’ una miscela esplosiva di pop, folk, hip-hop e loop. In Wrecking Ball trovano spazio molte influenze e stili, così come il suono di una chitarra elettrica lancinante e furente, quella di Tom Morello, che, per certi versi, ci riporta al Fuoco Sacro di Darkness on the edge of town, per chi ama questo tipo di suggestioni soniche.

Commuove il ricordo su Land of hope and dreams, dove tra cori angelici e ruggiti di sax dirompenti, celebriamo l’ascesa del Minister of Soul Clarence Clemons.

Wrecking ball, title track, è un’altra canzone epica e per certi versi suona come l'Elvis dei primi anni settanta, con i fiati potenti, un imperioso violino, e quel tipico incedere che, ancora una volta, ci riporta alla mente il sound dello Springsteen dei bei tempi che furono.

Eppure Springsteen, ne siamo coscienti, non ha mai raccontato la cronaca, ma sempre dipinto il Mito. Questo diavolo del New Jersey non vive però in un passato sepolto, e qui ce lo conferma ancora una volta, soprattutto grazie al prodigioso arrangiamento realizzato per il brano Rocky Ground, dove esplora territori a lui poco consoni, tra campionamenti in stile Robbie Robertson nativo americano, loop, e addirittura una citazione presa in prestito dal Libro dei Salmi.

Wrecking Ball ci restituisce quindi un Bruce Springsteen ispirato, vitale e autentico. Non sarà quindi difficile, in questa occasione, pizzicarlo lungo strade e autostrade già battute dai veri maestri: Bob Dylan, Johnny Cash ed Elvis Presley.

Comunicativo come solo il vero rock di un’epoca passata fu, ma contaminato e impuro come i tempi attuali richiedono. Un manifesto di poesia e di nuovo umanesimo. Perché Springsteen, ancora una volta, ribadisce che egli è nato per sopravvivere!


"Quando nel '64 presi in mano la mia prima vera chitarra, c'erano in giro poche chitarre (non credo che ne avessero costruite abbastanza) e poche band: avevamo alle spalle solo dieci anni di storia del rock, un'inezia, come dal 2002 a oggi. Gli stili si confondevano e sovrapponevano, non c'era l'abbondanza che troviamo oggi nelle vie di Austin. Voi avete i vostri eroi, io ho i miei. Ricordate che in decenni di musica, l'unico elemento di coerenza rimane il potere della creatività, la purezza dell'espressione: vale per il punk e per la dance, gli strumenti che utilizziamo non sono rilevanti. Viviamo in un mondo post-autentico, dove ciò che conta alla fine della giornata è ciò che resta quando spegni la luce per andare a dormire". 


"Il tempo non è poi questo gran male, dopotutto. Basta usarlo bene, e si può tirare qualsiasi cosa, come un elastico, finché da una parte o dall'altra si spacca, e eccoti lì, con tutta la tragedia e la disperazione ridotta a due nodini fra pollice e indice delle due mani."
(William Faulkner)


Dario Greco


(Pubblicato il 28 marzo 2012 sul blog www.peprovoca.it )




Springsteen in Ohio suona a sostegno di Obama

[Scritto nel 2012]

Nel corso della sua lunga carriera musicale, Bruce Springsteen ha più volte mutato pelle, vestendo talvolta i panni del rocker, altre invece quello del menestrello cavallerescamente impegnato e radicale. Questa sua etica, talvolta l’ha portato a schierarsi apertamente su temi caldi, quali l’impegno sociale, la lotta contro l’Aids e le campagne di beneficenza per associazioni e compagnie umanitarie come No Nukes, Vietnam Veterans of America, Amnesty International, e Usa for Africa, solo per citarne alcune.

Qualcosa però nella sua sensibilità è cambiata dopo l’11 settembre, e lui Poeta della Strada e Americano Vero, dopo aver più volte schivato o declinato l’impegno politico straight si è visto costretto a uno schieramento più esplicito già durante la campagna elettorale di John Kerry del 2004, dove, a fianco di altri illustri colleghi quali R.E.M, Pearl Jam e Ben Harper intraprese un tour denominato “Vote for a change“.

Nel 2008 poi l’allora candidato alla presidenza Barack Obama scelse la canzone The Rising come colonna sonora per i suoi comizi, dove lo stesso Springsteen scese nuovamente in campo in prima persona, suonando in acustico a Cleveland (Ohio) il 2 novembre 2008, durante uno degli ultimi discorsi del futuro 44esimo Presidente degli Stati Uniti d'America.

Bruce Springsteen, per chi non lo conoscesse bene, è uno dei più importanti cantori della Heartland Rock, eroe della working class bianca. Nella sua lunga carriera è riuscito più volte a rigenerarsi, spesso disorientando il suo pubblico, a volte anche in modo anche estremo e brutale, e a volte solo nelle intenzioni. L’onestà di questo eccezionale rocker del New Jersey ha da sempre caratterizzato il suo humus culturale oltre che un background musicale ampio.

Durante questa incerta campagna elettorale il presidente uscente, Barack Obama, aveva chiesto aiuto al suo amico Bruce Springsteen, il quale in un primo momento sembrava volesse declinare l’invito; aspetto che secondo alcuni detrattori sembrava motivato da un crescente scetticismo verso il primo mandato del Presidente in carica.

Eppure ieri al Cuyahoga County Community College Western Campus, in Ohio, uno degli Stati-chiave per la corsa alle elezioni presidenziali, Bruce Springsteen veniva  introdotto da Bill Clinton (che in questa campagna elettorale pare stia giocando un ruolo “centrale”) .

“Ci sono troppi cittadini americani che rischiano di finire ai margini. Obama è l’uomo giusto per ridare a queste persone un’opportunità.” (ha affermato il cantautore)

Dopodiché imbracciata la sua chitarra acustica ha intonato uno dei suoi cavalli da battaglia: No Surrender.

“Abbiamo fatto una promessa abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta/ Nessuna ritirata, nessuna resa/ Come soldati in una notte d’inverno con un giuramento da rispettare/ Nessuna ritirata, nessuna resa.”

Un artista sensibile e dotato come Bruce Springsteen, ha sempre dato un’impronta etica ed impegnata al suo lavoro, fin da quel lontano 1978, le sue liriche furono intrise da un notevole impegno sociale, fatto piuttosto insolito per un giovane musicista, allora ventisettenne, che trattava già temi come il lavoro, la ricerca della felicità, un posto nel mondo da coltivare e da mantenere. Nei suoi versi e nelle sue canzoni si sente la Voce del Poeta, per citare il grande Federico Garcia Lorca, senza dimenticare la vicinanza di Springsteen con le liriche di autori come Walt Whitman, Alfred Tennyson, Thomas Wolfe, Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson, così come la vera voce dell' Uomo della strada, che torna puntale, nella sua poetica, attraverso l'utilizzo colloquiale di domande semplici e sincere, di un Verismo capace di far presa perfino su Ronald Reagan, il primo a strumentalizzare il suo messaggio durante la campagna elettorale del 1980. All'epoca però, e per evidenti motivi, Bruce Springsteen si dissociò dal quel tentativo di essere tirano in ballo, anche perché, lo disse apertamente in seguito, si identificava con valori e posizioni del tutto differenti rispetto a quelle dello schieramento repubblicano. Insomma: era un altro artista e quello era un altro politico.

Tornando invece a una dimensione presente, la scaletta del mini-show di ieri è stata composta oltre che della già citata No Surrender, dai seguenti brani:

The Promised Land, Youngstown, (che cita  lo stato dell’Ohio)  We take care of our own, (il nuovo inno rock del 2012), This land is your land di Woody Ghutrie, e a concludere l’epica Thunder Road.

Del resto già da qualche anno alcuni rumors lo vorrebbero come possibile candidato alla carica di Governatore dello Stato del New Jersey. Per il momento il cantautore americano ha annunciato nuove date per il tour 2013 Wrecking Ball, un disco che era intriso di impegno sociale, malinconia, rabbia e speranza. Basti pensare a canzoni come This depression, Jack of all trades e Land of hope and dreams.

“Il baro tira i dadi, il lavoratore paga le bollette. C’è ancora ricchezza e agio sulla collina dei banchieri. Sulla collina dei banchieri la festa va forte. Quaggiù in basso siamo ammanettati e trascinati” (Shackled and drawn)

Bruce Springsteen aveva detto che questa volta, a differenza del 2008, non si sarebbe schierato ma il testa a testa nei sondaggi tra Obama e Romney lo ha convinto a spendersi di nuovo per il suo amico Barack!

Il carisma di questo eroe proletario non tramonterà mai, Obama o non Obama. Ciò che conta è la musica, e la sua musica può ancora cambiare il mondo. E Springsteen, lo sappiamo bene, non ha mai raccontato la cronaca, ma sempre dipinto il Mito.


Dario Greco


(Articolo originariamente scritto per il sito noigiovani.it in data 19/10/2012)

mercoledì 14 agosto 2019

Born to run – Tutte le strade di Bruce Springsteen




È il 25 agosto 1975, Bruce Springsteen ha quasi 26 anni. Born to run, il suo terzo album, celebra la vita on the road, attraverso la voce e le speranze di due ragazzi in fuga, verso un altrove che li condurrà a vivere una vita migliore. Ogni artista ha il suo feticcio, ma per certi artisti il feticcio è una vera e propria ossessione. Una missione da compiere e da portare a termine. A qualsiasi costo. Da costa a costa. LaCoste permettendo. E mi perdonino, se possono, tutti gli skin che leggeranno questo pezzo. C’è una promessa che va mantenuta, c’è un patto, spesso celebrato lungo il famoso crocevia del tempo e dello spazio. Nel caso di Bruce Springsteen ci sono solo due cose che contano davvero: la musica e la strada. Della musica di questo celebrato artista si è detto tante volte, forse troppe. E troppe celebrazioni alle volte fanno solo ubriacare. Ma nel rock si è visto anche di peggio. Chiedere ad Elvis per credere. Provare per credere. Prove it all night.

Qui ci interessa però descrivere il rapporto tra Bruce Springsteen e la strada.

Come per altri celebri artisti, penso a Jack London, Bob Dylan o Jack Kerouac, la strada ha rappresentato tutto ciò che era davvero importante. E reale. Con Springsteen l’importanza di descrivere qualcosa di reale è fondamentale, quando non essenziale. In molti casi il successo di un artista di questo genere è legato doppiamente al suo rapporto con la vita di strada, alle avventure sognate, sublimate o vissute dal vero, il più delle volte seguendo un percorso improvvisato, non definito. Il rapporto tra Bruce Springsteen e la strada è lungo e duraturo. Già nel suo primo disco la celebrazione del vivere alla macchia, on the road, sarà uno dei suoi marchi di fabbrica. E’ così che costruirà e plasmerà la sua epica, una mitologia fatta di ruote e di sudore, di giacche di pelle rubate a Marlon Brando, di corse nel cuore della notte che sanno di ribellione con un causa, apparente e non.
David Bowie, musicista inglese che già all’epoca godeva di una certa credibilità artistica, se ne innamorò, di questa estetica ruspante e verace, e riproponendo due brani di Springsteen nel suo repertorio, il più fortunato, It’s hard to be a saint in the city è uno spaccato urbano iperrealista, non privo di umorismo e di episodi surreali e intriganti. La strada, in tutti i suoi aspetti è al centro di buona parte della discografia springsteeniana. Già nei titoli viene messa in primo piano: Jungleland, Street of fire, Racing in the street, Out in the street, Thunder Road, Backstreets, Incident on 57th Street, fino ad arrivare a Street of Philadelfia. Si tratta della stessa strada raccontata da Martin Scorsese che in Mean Streets e in Taxi Driver è davvero vicina come scrittura e punto di vista a quella poetica spingsteeniana, che nella mitologia del rock ha sempre avuto un posto di rilievo al pari degli Stones, di Dylan e di Tom Waits. Anche il regista Walter Hill, un autore duro e da uno stile secco e iperrealista, lo cita ben due volte, e arriva a usare un suo titolo per quello che sarà uno dei suoi film meno riusciti: Streets of fire.  Sean Penn al suo esordio dietro la macchina da presa guarderà a Springsteen come modello per raccontare una storia di sangue, di fratelli e di strade violente nel suo The Indian Runner.

La corsa pazza di Springsteen pare interrompersi dopo l’ubriacatura amorosa di Tunnel of love, del 1987, dove uno dei suoi protagonisti nella struggente e notturna Cautius Man, arriva a dire: Una notte Billy si svegliò dopo un terribile sogno chiamando sua moglie per nome lei giaceva respirando al suo fianco in un sonno sereno, mille miglia lontana lui si vestì al chiaro di luna e si incamminò veloce giù verso l’autostrada quando vi giunse non trovò nient’altro che la strada. Il tema della strada torna però nel successo e steinbeckiano The Ghost of Tom Joad, quasi un seguito ideale di quel capolavoro e ancora cinematografico che era stato Nebraska, tra Malick e Ford, tra l’esistenzialismo e il nichilismo, ad un passo dall’isolamento e dalla depressione. Saranno davvero tante le strade battute dalla sua chitarra e dalla sua penna, sempre puntuale nel saper cogliere alcuni degli aspetti più importanti e veri di questo mito americano.

Appassionato di auto, motociclista, e animo zingaro, Bruce Springsteen ha davvero incarnato, in modo del tutto personale, l’eroe da lui stesso celebrato e cantato più volte. Per chi ha amato dischi come Born to run, che oggi compie 40 anni, e Darkness on the edge of town, non sarà difficile ricordare il significato univoco di strada per Springsteen: tutto inizia e si conclude con un colpo di acceleratore, con un cambio di marce, e con una corsa folle lungo il sogno americano (che non c’è). Sotto questo punto di vista una delle canzoni più rappresentative è certamente Racing in the street, uno degli episodi maggiori di Darkness on the edge of Town. Il brano è ispirato alla pellicola del 1971, Two-Lane Blacktop, diretta da Monte Hellman e interpretata da James Taylor e Warren Oates, racconta di un pilota e del suo amico meccanico, i quali girovagano per le strade del sudovest americano a bordo di una Chevrolet 150 truccata. Emblematico è l’incipit di Racing in the street, che parte proprio con la descrizione di un’auto truccata e messa a punto da due amici, che di giorno sbarcano il lunario come meglio possono, ma di notte corrono per vivere o vivono per correre. “Racing In The Street”, uno dei vertici assoluti di Bruce Springsteen, un inno sommesso che travalica il semplice significato di “canzone” per farsi epico romanzo formativo prima del Watergate e del buio alle porte. Musicalmente è un brano arrangiato alla perfezione, con un inizio scarno ed essenziale, che cresce nella seconda parte, grazie anche alla coda strumentale dove, chitarra, piano e organo si intrecciano, dando proprio l’idea di un viaggio in auto, a marce basse. Quello che rimane però sono i due protagonisti di questa ballata prevalentemente pianistica. Springsteen è sempre stato molto abile nell’indossare i panni di persone autentiche, dell’uomo di strada, del reduce del Vietnam, o dell’eroe della classe operaia, il Working Class Hero, cantato dal suo idolo Lennon. 

Ribelli, attaccabrighe o semplicemente viaggiatori, uomini di passaggio che devono risolvere qualche malaffare ad Atlantic City, o in un meeting nei pressi di un fiume. Non ha importanza di quale sia la location o lo scopo: ci sarà sempre una strada, un volante, un passaggio e un passeggero. Si tratta appunto della neo mitologia americana, di cui Springsteen è stato per almeno 10 anni uno dei massimi esponenti. Non è un caso che ancora oggi, a distanza di 30 anni, quando si pensa ad una certa atmosfera notturna, di gare clandestine e di frizioni bruciate, si pensa subito alla sua poetica stradaiola e suburbana.

Giacomo Leopardi nelle note del Zibaldone anticipa la poetica springsteeniana di Born To Run, quando scrive: “La velocità è piacevolissima, per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea d’infinito. Sublima l’anima, la fortifica.” Non molto distante, questo pensiero dall’inno di fuga di Born to run, dove il protagonista invita la sua ragazza a tagliare con il passato per camminare nella luce. Bruce Springsteen ha vissuto quelle strade, ha cantato quel tipo di racconto scarno ed epico nello stesso tempo. I suoi protagonisti sono cresciuti, invecchiati, qualche volta anche morti, sul sedile di una Chevi. Hanno provato a camminare come gli eroi che volevano diventare. La realtà però è fatta di altre cose. Springsteen questo lo sapeva, e per questi motivi ha preferito creare dopo tanto viaggiare una casa dentro cui far riposare questo animo inquieto e battagliero. I suoi eroi però vivranno per sempre, e saranno sempre lì, pronti quando la notte li chiamerà a raccolta, in un’ultima adunata, come in una celebre scena di un film di Walter Hill, guerrieri, giovani ribelli, ragazzi di città e di periferia che preferiscono essere protagonisti delle loro vite. Che preferiscono non accettare passivamente quello che la vita vuole e pretende da loro.

Siamo nelle terre che Jack London chiamava Vagabonlandia e che Springsteen contribuisce a ridefinire, portando il suo contributo a quel Grande Romanzo Americano, dei Dos Passos, Faulkner e Steinbeck. Con una prosa lucida, stringata e talvolta epica, Springsteen vive e racconta la strada, con i suoi personaggi a metà tra l’eroismo da fumetto e lo spaccato urbano di una città multiforme e multietnica. In questa miscela convivono le tante facce dell’America e del suo sogno irrealizzabile. Ci sono dentro operai, reduci, orfani e poeti, c’è dentro uno spaccato di vita che grida giustizia e pietà. Sono ruote che vengono scambiate per ali, come dice in Thunder Road, canzone di speranza e di redenzione. E’ una città di perdenti e noi ce ne stiamo scappando per vincere. Al di là dei molti proclami però, i personaggi di Springsteen vivono e incarnano la strada, il viaggio con consapevolezza. 

C’è un prezzo da pagare e a volte il biglietto è davvero troppo caro. Ci sono lungo la strada immigrati che cercano un modo migliore per vivere, uomini a piedi lungo i binari, ragazzi che sognano una vita migliore guardando dentro uno specchietto retrovisore. C’è la strada nel suo significato simbolico e allegorico e c’è quasi sempre una speranza, di raggiungere prima o poi una terra promessa.
C’è un protagonista, a volte solitario, a volte accompagnato da un partner, in una scorribanda notturna. E’ una notte che brucia di vita e di passione

Viviamo per desiderare, e cosi farò anch’io, e balzerò giù da questa montagna sapendo tutto alla perfezione o non sapendo tutto alla perfezione pieno di splendida ignoranza in cerca di una scintilla altrove.
(Jack Kerouac, Angeli di desolazione)

Dario Greco

N.B.

Questo testo è stato scritto nell'agosto del 2015, in occasione del quarantennale del disco di Bruce Springsteen Born to run e pubblicato in origine sul sito To Be POP dello scrittore e giornalista calabrese, Stefano Cuzzocrea. Scomparso prematuramente nella primavera del 2015. 

Il cuore oscuro del sogno americano in Springsteen


"Il mio cuore ha mille anni. Non sono come gli altri. Morirei, nei loro prati da picnic, soffocato dalle loro bandiere, indebolito dalle loro canzoni; non amato dai loro soldati. Trafitto dal loro umorismo, assassinato dalle loro preoccupazioni. Non sono come gli altri. Io sto bruciando all'inferno. L'inferno di me stesso." 

(Charles Bukowski) 

Quando il cantautore statunitense Bruce Springsteen diede alle stampe quello che, in chiave retrospettiva, molti individuano come uno dei suoi capolavori di tutti i tempi, la scena musicale americana e inglese, era stata scossa da una nuova ondata denominata punk-rock, che sulla carta avrebbe spazzato via tutto quello che imperava ancora nella seconda parte degli anni settanta. Oggi pensare a Darkness on the edge of Town, ci fa pensare a un giovane autore, all'epoca 29enne, che si era da poco messo alle spalle un momento davvero delicato della propria carriera e della sua stessa vicenda umana. Quella con il produttore e amico, Mike Appel, fu la prima dolorosa separazione tra il musicista di Freehold e uno dei suoi più preziosi collaboratori, che lo ha seguito già dal 1972, quando non era ancora né la promessa, nè tantomeno il futuro del rock and roll. Certo, da lì a qualche tempo, lo avrebbe abbandonato anche l'altro grande amico, Steve Van Zandt, salvo poi fare ritorno per la Reunion Tour del 1999, ma questa è un'altra storia, e ci sarebbe voluto comunque tempo perché la cosa accadesse.

  Nel 1978 Springsteen torna ad affacciarsi sul mercato discografico, (dal vivo era rimasto in attività per buona parte del 1976), trovando molte novità, in termini di suoni, di dinamiche e del contesto con cui aveva dato alle stampe il suo best seller, Born to run.

Darkness on the edge of Town, ha un approccio più fresco e genuino, sotto molti aspetti, musicalmente parlando. Sono passati almeno tre anni e mezzo, da quando aveva scritto il brano Born to run, cosa che si sente, nel confronto, soprattutto per l'approccio verista e di un crudo realismo quasi da film noir anni quaranta. Non a caso, Jon Landau, dirà che stavano cercando di realizzare qualcosa di conciso e forte, come un caffè nero bollente. Non sappiamo se il processo realizzativo e di registrazione sia andato come da programma. Possiamo però affermare che questo lavoro risulta unico nella carriera discografica, non solo del suo autore, ma in generale del rock cantautorale statunitense. Due anni prima, Bob Seger aveva dato alle stampe quel grande affresco della notte americana che risponde al nome di Night Moves, Bob Dylan era letteralmente tornato "out in the street" da quando Bruce Springsteen aveva pubblicato Born to run, Tom Petty aveva esordito con American Girl, nel 1976. A rendere la scena musicale viva e in fermento ci avevano pensato però band e artisti come The Clash, Patti Smith e i New York Dolls. L'approccio spartano ed essenziale dei nuovi arrangiamenti della E Street Band, aveva assorbito gli umori e le energie vitali di questo vento di cambiamento, cavalcando l'onda lunga delle novità musicali. Il tutto verrà confermato, per chi avesse ancora qualche dubbio, dalla richiesta di Joey Ramone, che due anni dopo chiederà allo stesso Springsteen di scrivere per loro una canzone. Quella canzone troverà poi spazio in The River, diventando di fatto il singolo di maggior successo del suo autore, almeno fino a Dancing in the Dark, del 1984.

Come suona Darkness on the edge of Town e cosa lo distingue da Born to run e da The River. 

 In Darkness, come raramente è accaduto negli altri dischi del suo autore, troviamo un elemento predominante, forse due. Chitarra elettrica e voce. Non che il resto degli strumenti non abbia il suo bel da fare, ma c'è un utilizzo minimale di tutta la band, a eccezione dell'organo di Danny Federici, che qui assume un ruolo da antagonista, rispetto alle scudisciate delle Fender di Bruce e Steve. Ci sono anche spiragli per il piano di Roy Bittan, mentre gli interventi al sassofono di Clarence Clemons, diventano più asciutti e stringati, ma non per questo meno evocativi e potenti. Un grande lavoro lo realizza anche la sezione ritmica, con il drumming a dir poco imperioso di Max Weinberg, il quale si ripeterà per Nostra fortuna, nei successivi lavori elettrici: The River e Born in the Usa. Quello che però colpisce maggiormente di questo disco sono i toni cupi, quasi furenti, disperati. Il tono della voce di Springsteen, pare provenire da un baratro: dove sta tentando con le ultime energie di salvare la sua anima, di trovare redenzione, ancora una volta. Si è detto che è un disco molto cupo, quasi senza speranza, un po' nichilista. Naturalmente i testi non brillano certo di luce propria, e il suo autore lo dice abbastanza chiaramente nel manifesto programmatico di Candy's room. Una canzone che Bruce dedica a una specie di escort, ma lo fa senza alcuna retorica o pietismo di sorta.

 "Lei mi dice: tesoro se vuoi diventare un duro hai molto da imparare, chiudi gli occhi lasciali sciogliere, lasciali infuocarsi, lasciali bruciare Perché nell’oscurità ci saranno mondi nascosti che scintillano Quando stringo forte Candy lei mi regala quei mondi nascosti." 

Ciò che sorprende di questo lavoro è che, rispetto a un normale disco rock degli anni settanta, qui non troviamo pause, passi falsi o riempitivi. Pensiamo ad esempio a brani minori, musicalmente, come Factory, che oggi vengono studiati e analizzati, per il minimalismo e la capacità di sintesi con cui Springsteen ha saputo catturare l'anima del lavoro in fabbrica. Un punto di vista davvero inquietante per un musicista di 29 anni che non aveva mai svolto questo tipo di mestiere, dote rara che il Nostro ha saputo coltivare negli anni, si pensi ad esempio a lavori come The Ghost of Tom Joad e a Devils and dust, dove l'autore trova la voce di personaggi ai margini della società, più che dell'oscurità.

Il cuore di Darkness on the edge of Town si trova però nelle sue ballate, soprattutto nella title track, che racconta una storia già iniziata, su un uomo che sale in collina per tentare di vedere meglio e fare il punto della sua situazione, costantemente a un passo dal baratro e dal crollo emotivo ed esistenziale. Qualcuno ha parlato dell'atmosfera imperante in tutto il disco di una comunità sotto assedio, di personaggi quasi braccati, a metà tra un western urbano e contemporaneo e un horror metafisico stile "30 giorni di buio". Non è certo casuale se un autore come Stephen King, citerà in maniera diretta il disco, in uno dei suoi lavori più riusciti e meno legati al genere horror, come Stagioni diverse, quando afferma che ci sono certe ombre che sono sempre da qualche parte dietro i nostri occhi. 

Delusione, rancore, eppure la resa non conosce dimora in queste liriche, nonostante il cuore, in certi frangenti venga stretto forte in una morsa d'acciaio, o se preferite nella Vergine di Norimberga. E' questo che colpisce del disco, dove anche in brani più apparentemente gioiosi come Badlands, si parla della fatica di vivere, miscelata con la sensazione che non è peccato provare la sensazione di gioia e di felicità immotivata. Tra gli elementi predominanti spicca inoltre il fuoco di Street of fire, tanto da far ipotizzare come a una possibile tetralogia composta da Born to run, vento (e quindi aria), The river, per forza di cose, acqua, Nebraska, terra e Darkness, appunto, fuoco. Si tratta certamente di teorie astruse, ma che potrebbero trovare anche spazio per un'analisi approfondita, sui significati dei testi e delle musiche.

Oggi si torna giustamente a parlare dell'importanza di Springsteen, visto che è imminente l'uscita del film Blinded by the light, ma bisogna ricordare come all'epoca, quasi nessuno avesse dato grande importanza alle liriche, parando perlopiù di testi un po' depressi e cupi. Come dice Friedrich Nietzsche: Chi soffre è una preda di tutti: di fronte a un sofferente, tutti si sentono saggi. Se ascoltato con grande attenzione, nonostante l’energia rock, questo testo è capace di scatenare pensieri e riflessioni sulla condizione umana, che possono certamente avere grande significato per chi si trova nel cuore della tormenta, come accade ad esempio al protagonista di The Promised Land:

 “Ho sempre cercato di fare del mio meglio per vivere in modo giusto Mi alzo tutte le mattine e vado a lavorare tutti i giorni Ma gli occhi si accecano e il sangue scorre freddo A volte mi sento così male che voglio esplodere Esplodere e devastare questa intera città Prendere un coltello e tagliarmi questo dolore dal cuore Trovare qualcuno che muoia dalla voglia di iniziare qualcosa.” 

 In verità Bruce Springsteen, stava cercando di essere ancora una volta vero, dando un taglio quasi da film western alle sue storie, con le auto a sostituire i cavalli, alla ricerca di una notte americana dove trovare redenzione, dove lenire il dolore.

"Sto guidando verso Kingsley, penso che mi prenderò qualcosa da bere Alzo il volume della radio, così non devo pensare, schiaccio l’acceleratore a tavoletta, alla ricerca di un momento in cui il mondo mi possa sembrare giusto. E mi infilo a tutta birra nelle viscere, di qualcosa nella notte."


Dario Greco