domenica 17 gennaio 2021

Marano Street Blues (Un racconto jazz)

Marano Street Blues 

È mezzanotte. Sabato sera e sono da solo ad ascoltare The Gerry Mulligan Quartet mentre sorseggio un bicchiere di cognac Martell. Cerco di darmi un tono da scrittore colto e raffinato. Metto una vestaglia, ma mi provoca l'orticaria e sento un forte odore di naftalina nell’aria, che si spande e copre l'incenso al sandalo e il buon sapore del cognac. Mi viene da smadonnare, ma per fortuna il baritono di Mulligan mi copre bene e tutto quello che i miei vicini sentono e vedono non è altro che un ridicolo individuo old fashion, mentre si annoia dandosi un tono.

Del resto il mestiere di scrivere è proprio questo: osservare, provare, ascoltare. Il piano segue la sezione ritmica e io mi sono già spogliato e cambiato, perché inizia a far freddo anche in questa tana, che ho allestito come se fossi un orsetto lavatore pronto per il letargo. Al posto del barattolo di miele verso tre dita di cognac e sono pronto a fare serata. Ho voglia di pescare nel mio carnet, anche perché nel guardaroba c'è solo una giacca di velluto a costine con le toppe, che risale al periodo in cui frequentavo i concerti jazz qui in zona. Bei tempi, eh! Ma chi se li ricorda? Io mi ricordo forse le canzoni. Ricordo qualche pezzo sparso, accenno di serata e il momento migliore, quando si spengono le luci e i musicisti salgono sul palco. Il resto è pura magia. Il jazz non è solo arte di improvvisazione, è uno stile di vita basato sul disagio, il rancore e l'inadempienza. Vi sembra facile, vi sembra comodo, accomodatevi voi su un palco spoglio e senza pubblico. Fatevi tagliare voi i capelli da un rigattiere recalcitrante, che di malavoglia esegue le vostre indicazioni. Il jazz è una sedia di legno scomoda, che cigola nel momento del bisogno, nel momento meno opportuno. È un disco di Cecil Taylor, che non riesci a trovare la sera in cui finalmente hai deciso di invitare quella rossa mozzafiato. Lei naturalmente si presenta con un vestito da schianto e l'ultimo problema di cui ti dovresti preoccupare ora è che scopra che come cuoco non sei granché. Per il vino hai chiesto al tuo amico fanatico e non hai badato a spese. Questo ti fa onore, specialmente in tempi di crisi come questi, pensi tra te e te. Ti salverà la scelta del disco, ti salverà l’Eterno Quartetto, perché si sa, niente è più seducente e ospitale di uno strumento a fiato. Lo sanno tutti, anche quelli che non vogliono darsi un tono da scrittore finto parigino in una mansarda a Marano Marchesato.

E tu ci sei stato un po' di tempo, quindi lo sai bene. Del resto l'atmosfera possono farla anche un piccolo faretto, una lampada e una candela profumata, di quelle che costano poco. Perché sì, sarai anche un vero appassionato di jazz, di vino e di formaggio, ma resti un tipo un po’ taccagno. Gli amici non a caso ti avevano soprannominato “Camillu u coccotrillu” e non è certo perché hai il braccio anatomicamente breve. Anche se ti piace pensarlo, non è così. Ti ricordi quel concerto di Wayne Shorter, che bell'atmosfera e che sound! C'era un po' di gente che conoscevi e poi sei andato via insieme agli altri, verso casa di quella vostra amica, di cui ti sfugge il nome. Ora però ti sei distratto, hai divagato e non riesci più a ritrovare il filo del discorso. Pensi che potresti aver fatto una figura miserabile. Per fortuna non dovrà vederti in vestaglia e non saprà mai se sei bravo a letto oppure no. Non adesso, questa è una serata esplorativa dove siete solo due giocatori di poker che si studiano. Potresti tirar fuori quel divertente aneddoto su Paolo Conte, conosciuto a Firenze in una calda estate di 18 anni fa, oppure di quella sera in cui l'autista di Tony Bennett ti stava per stirare, perché eri troppo ubriaco e non conoscevi bene i vicoli di Perugia. Cavolo, quelle scalinate sembravano infinite e lei era davvero carina con quel vestito! E aveva ragione, ne valeva la pena, nonostante fosse tardi. Il Sullivan’s: un pub piuttosto tipico, ma dentro c’era davvero un pezzo di Gotha della scena jazz, tanto che a un certo punto ti saresti aspettato che qualcuno dicesse: -Sì, ma tu che cavolo c’entri qui? Un impostore! Tanto per cambiare, tanto per confermare la regola del calabrotto in trasferta. Ma ti diceva bene, al solito. E al solito i pazzi si annusano, si riconoscono e fanno lega. C’era ‘sto tipo di Roma sulla cinquantina, che non apprezzava granché quella specie di Jam Session. Ahò, ma questo sta’ a fa’ scale?! Disse a un certo punto rivolgendosi a te. Diglielo un po’, ma che stai a fa’! Sta a fa’ ‘e scale! Anvedi! Bel siparietto, ma di quei tempi era la norma. Come quando a Roccella beccavi John De Leo dei Quintorigo e invece di fargli i complimenti per la carriera e per la performance, lo rimproveri dicendogli che il monologo cyberpunk non ti era piaciuto per niente. Bei tempi, eh! Non liberi e fieri come i primi novanta, ma nemmeno austeri e sciapi come ora… ma stiamo divagando!

Eppure stavolta ti dice bene, non è affatto una persona antipatica, si sta rivelando una bella conversazione finora, se solo fossi meno impacciato, meno distratto: se solo non fossi tu! Non devi bruciarti tutte le carte ora, tieniteli per il prossimo appuntamento i racconti di Umbria Jazz, di quando il servizio d'ordine ti stava cacciando in malo modo al concerto di Van Morrison, di quella ragazza siciliana, conosciuta per caso alla stazione Santa Maria Novella. Piano Train: avete parlato di passione, del fatto che Nighthawks At The Diner di Tom Waits avesse influito sulla vostra strana adolescenza in un buco di provincia nelle notti d’inverno, sognando di essere protagonisti silenti di una tela di Edward Hopper, persi nel proprio blues. Davvero buffo come si possano aprire parentesi, che ricordano da vicino un romanzo tardivo di Calvino. Il Paese però era ancora selvaggio, un po’ ruggente, certamente magniloquente, ma c’era ancora quella voglia di conoscersi, di svelarsi, a poco a poco, in certi ambiti, per i veri patiti e malati… di blues, di jazz e cantautori americani. I believe in you. La passione musicale sboccia all’improvviso e all’improvviso ti ritrovi invischiato in un altro stile di vita, manco fosse la New York cantata nei poemi beat. Certo, se poi ascolti Tom Waits, la confusione e l’equivoco potrebbe crearsi. Ma che male c’è? On A Foggy Night!

Sembra passato un secolo, ma in effetti è da un po' che non ascoltavi Gerry Mulligan e vedi che bello: l'atmosfera, il cognac e un incenso al sandalo possono scaldare questa tana da orsetto lavatore, che vuole darsi un tono da viveur poeta maledetto e appassionato di jazz. Che poi qualcuno sarebbe così gentile da spiegarmi perché tutti questi luoghi comuni sul jazz, sulle ragazze rosse dai capelli ricci, con le borse di cuoio vintage? Perché io onestamente non l'ho mai capito. Ma tanto ormai sembra di vivere in un film di Paolo Sorrentino venuto male. Eppure basterebbe un po' di immaginazione, per ritornare a quell'istante in cui ti sei avvicinato alla musica di John Coltrane, Duke Ellington e Charles Mingus. Ed eri ancora un metallaro che andava in giro col giubbotto nero di pelle, il codino e un paio di stivali alla Clint Eastwood. Il jazz però, nonostante quest’aura mitica, è una musica schiva e raramente inospitale.

I know, Don't Know How, vero Mr. Mulligan?

Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due. Il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo. I sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga. E la canzone andava avanti sempre più affondata nell'aria. (Paolo Conte)

Dario “Orsacchiotto” Greco

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