The Rhythm is Magic



Dove un ritardo diventa una fenditura nel tempo

 Il treno regionale per Lamezia ha quarantasette minuti di ritardo. Quarantasette, come i miei anni. Non è nemmeno un ritardo degno di nota, da queste parti. È una promessa mantenuta, un appuntamento con l'ovvio. In Calabria il tempo non scorre, sedimenta. Si deposita sui binari, sulle pensiline, nei bar delle stazioni dove la gente aspetta senza fretta perché ha smesso di credere agli orari come ipotesi.

Entro nel bar della stazione. È uno di quei posti che esistono in ogni Sud d'Italia: bancone di formica color crema, macchina del caffè che sibila, frittura che impregna l'aria, calendari pubblicitari fermi a giugno. Dietro il banco un tipo sui cinquanta, maglietta polo sbiadita, sguardo di chi ha visto passare troppi ritardi per indignarsi ancora. Ordino un caffè. Lui lo prepara con quella lentezza che al Nord sarebbe maleducazione, qui è semplicemente temperatura ambiente.

E poi succede.

Dalle casse sopra il banco, tra un annuncio di ritardo e il rumore delle tazzine, parte lei. Quella canzone. Quattro secondi di synth, un beat che è una scossa al cuore, e sono di nuovo nel 1996. Non metaforicamente. Non come nostalgia vaga. Proprio lì, fisicamente: ho diciassette anni, sono magro come un chiodo, porto i jeans larghi e le Converse slabbrate, e fuori c'è l'estate più lunga della mia vita.

The rhythm is magic, feel it in your soul...

Marie Claire D’Ubaldo. Il Ciclone. Carmen. Il lungomare di Catanzaro Lido percorso in motorino centinaia di volte. Tutto in quattro secondi.

La memoria non è una biblioteca ordinata dove archivi i ricordi per categoria. È un bar di stazione dove senti suonare una canzone che non ascoltavi da ventisette anni e il pavimento ti si apre sotto i piedi. È casuale, gratuito, devastante. Non scegli cosa ricordare. È il passato che sceglie quando tornare.

Il barista mi guarda. Forse ha visto la mia faccia cambiare. Forse ha scelto quella playlist apposta, per lo stesso motivo per cui io sto stringendo la tazzina del caffè come se fosse un salvagente. Perché anche lui era lì, in quell'estate. Anche lui credeva che sarebbe durata per sempre.

Feel it in your soul, rhythm takes control...

Fuori, sul binario tre, il treno non arriva. E va bene così.

Nel 1996 avevo diciassette anni e credevo di essere serio. Sul comodino tenevo Sulla strada di Kerouac come un manuale di istruzioni per la fuga, nel lettore CD girava In Utero dei Nirvana a volume illegale. Portavo maglioni neri anche a trentacinque gradi perché pensavo che il disagio fosse una forma di profondità. Mi sentivo un intellettuale in esilio nella mia stessa provincia.

Il Ciclone? Roba da massa. Da estate spensierata. Da gente che non capiva. Io ero contro. Io ero alternativo.

Eppure quella canzone la sapevo a memoria.

Ecco il punto che a diciassette anni non volevo ammettere: nel 1996 non esistevano le bolle degli algoritmi di Spotify. Il pop non lo sceglievi, ti entrava per osmosi. Dalle finestre aperte, dalle autoradio, dalle televisioni lasciate accese in cucina, dai jukebox dei bar al mare. Anche se ti dichiaravi alternativo, respiravi la stessa aria di tutti. The Rhythm is Magic era nell'aria di quell'estate come il sale, come la sabbia, come il profumo della frittura sul lungomare.

La cantavo sotto la doccia quando nessuno mi sentiva. La ballavo alle feste guardando da un'altra parte, come se stessi tradendo un'ideologia invisibile. A diciassette anni non sei puro, sei solo ipocrita. Hai paura che qualcuno ti scopra a essere felice nel modo sbagliato.

C'era una ragazza, quell'estate. Non ricordo più il nome, ma ricordo la frase che mi disse: "Tra trent'anni ti vedo con casa e giardino." Io risi. Le parlai di viaggi, di scrittura, di orizzonti. Avevo la sicurezza feroce di chi non è ancora stato contraddetto dai fatti. Lei aveva ragione su tutto, ma questo l'ho capito solo adesso, in questo bar, con un caffè che si sta raffreddando.

Poi a Natale dello stesso anno, davvero: un agriturismo in Toscana, amici sparsi per le stanze come un serpente umano, una ragazza spagnola che si chiamava Carmen e ballava con una naturalezza che sembrava una dichiarazione di guerra alla gravità. Quando partì quella canzone, per tre minuti mi sembrò che la vita stesse scegliendo una direzione precisa.

Non la scelse. O meglio: la scelse, ma non quella che avevo previsto.

Il tempo ha continuato a fare il suo lavoro silenzioso, paziente, implacabile.

Gli anni sono passati senza rumore eccessivo. Redazioni puzzolenti di caffè e ambizioni, amori intermittenti che lasciavano il segno come cicatrici poco profonde, un lavoro stabile che non avevo previsto, un mutuo che non avevo teorizzato. La strada infinita di Kerouac era diventata la tangenziale verso l'ufficio. I Nirvana erano finiti in una playlist che ascoltavo sempre meno.

Nel 2001, ventidue anni, in una redazione di provincia, la incontrai di nuovo. Carmen. Aveva un anello al dito che brillava come un trofeo. Parlammo di quella notte in Toscana con una leggerezza finta, come se fosse successo a due persone che non eravamo più noi. Lei disse: "Sintonia cosmica, vero?" Sorrisi. Quella parola, "sintonia", mi sembrò vuota come un buco nell'aria. Ognuno era tornato nella propria traiettoria. Lei a Barcellona, io a rimbalzare tra Calabria e redazioni del Nord, cercando ancora quella strada che Kerouac aveva promesso e che continuava a sfuggirmi.

Nel 2011, trentadue anni, la trinità infernale: moglie, mutuo, lavoro. Un sabato pomeriggio in un supermercato, tra scaffali di cereali e detersivi, dagli altoparlanti partì quella canzone. Mi bloccai. Carrello fermo, mano congelata sul manico, occhi fissi sul vuoto. Non fu nostalgia. Fu qualcosa di più fisico: come se qualcuno avesse premuto un nervo nascosto e il corpo avesse reagito prima della mente. Mia moglie mi chiese se stavo bene. Risposi di sì, ma era una bugia. Per tre minuti e ventotto secondi ero stato altrove. Ero stato di nuovo diciassette, con tutte le possibilità ancora intatte davanti.

Come cantava Guccini in Eskimo: avere quindici anni in meno e avere tutte le possibilità. Questa è la nostalgia vera. Non il rimpianto per ciò che è stato, ma per ciò che poteva essere e non è stato. Per tutte le strade non prese, per tutte le Carmen non seguite fino a Barcellona.

E adesso, 2026, quarantasette anni, eccomi di nuovo. Stesso brano, stesso effetto. Ma questa volta il barista mi sta guardando come se sapesse. Come se anche lui, trent'anni fa, fosse stato quel ragazzo con Kerouac e i Nirvana che fingeva di disprezzare il pop mentre lo cantava di nascosto.

La canzone finisce. Il bar torna quello che era.

Il barista non dice nulla. Asciuga un bicchiere con gesti lenti, precisi, come se stesse lucidando un pensiero. Mi guarda un istante più del necessario. Non sorride. Non commenta. Ma capisco che ha visto la stessa cosa che ho visto io: un uomo di quarantasette anni che per tre minuti è tornato a essere un ragazzo.

Pago. Le monete sul bancone fanno un rumore secco, presente. Fuori, sul marciapiede, due pensionati camminano lenti discutendo di pensioni e di mare. Un cane gira intorno al cassonetto con una concentrazione quasi religiosa, come se cercasse qualcosa di importante che solo lui può capire.

Penso a Mogol, a quella canzone che diceva: seduto in quel caffè, io non pensavo a te. Anche quello era un bar qualsiasi, anche quella era una canzone che riportava indietro. La memoria funziona così: aspetta che tu sia distratto, poi ti colpisce con una melodia che non hai scelto.

Il treno arriva finalmente, arrancando sui binari con quella stanchezza che sembra dire "sono qui, ma non promettetemi niente". Salgo. Trovo un posto vicino al finestrino. Il mare grigio scorre via, le case scolorite, i pali della luce che segnano il tempo come metronomi arrugginiti.

Apro il telefono. Per un attimo penso di cercarla, Carmen. Sarebbe facile, oggi. Un nome, una città, qualche foto vecchia. Barcellona non è lontana. Potrei scriverle. Potrei dirle: "Ti ricordi quel Natale? Ti ricordi quella canzone?"

Ma non lo faccio.

Perché forse crescere non è diventare cinici. È smettere di difendersi da ciò che ci ha costruiti. È accettare che il ragazzo che cantava Nirvana e il ragazzo che ballava The Rhythm is Magic erano la stessa persona. Che Kerouac e Pieraccioni possono stare sullo stesso scaffale della memoria senza contraddirsi.

A diciassette anni pensavo che la vita fosse una promessa assoluta. A quarantasette so che è più simile a una bozza che si continua a riscrivere. Non è meno intensa. È solo meno rumorosa.

Il treno accelera verso Cosenza. La riunione mi aspetta con le sue slide e i suoi numeri. Ma per adesso, mentre il paesaggio sfila via e il bar di Paola diventa un punto lontano, tengo chiusi gli occhi e rivedo quel ragazzo magro con i jeans larghi e le Converse slabbrate.

E il ritmo, incredibilmente, è ancora magia!

IL SELVAGGIO, L'INNOCENTE E IL RIBELLE

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