mercoledì 29 aprile 2020

Flanella Walkman Kerouac




Flanella Walkman Kerouac

"Perdere la terra che conosci, per una maggiore conoscenza, perdere gli amici che amavi per un amore più grande, trovare una terra più ricca del mondo, più dolce della tua casa, su cui sono stati piantati i pilastri di questa terra, là dove tende la coscienza del mondo, si alza il vento e straripano i fiumi."

(Thomas Wolfe - You Can't Go Home Again)

Avevo questa camicia di flanella rossa e nera. Cioè non era proprio mia, diciamo che mi era stata data in prestito. Fino a quando non fossi cresciuto troppo per dismetterla. Poi sarebbe passata a qualcun altro. Era rossa e nera, e mi faceva pensare, ma solo per qualche istante, che tutto sommato crescere, non era poi questa grande tragedia. Nello stesso momento avevo un walkman Sony a cassette ed era il 1996-1997, che per il posto da cui venivo io era come dire il Big Bang, per la grande esplosione che c'era stata del grunge e di tutto ciò che conseguiva. Io ero più uno da libri e film, oggi forse direte un nerd o un hipster, ma all'epoca questi termini non erano di moda. Vi sto parlando di un momento in cui, almeno nella città dove andavo a scuola, c'era promiscuità tra punk, rocker, metallari e via dicendo. Dominavano le chitarre, dominava la ricerca del suono e dei dischi. Quei maledetti dischetti, spesso introvabili, o comunque irraggiungibili visto che era già tanto rimediare qualche soldo per una cassetta vergine, per le sigarette e per qualche cannetta.

    Avevo però la mia camicia Wrangler di flanella. Sì, certo che me la ricordo, ricordo anche gli odori, e le prime birre o il whisky, ma anche il gin, bevuto per sembrare spavaldi, per dimostrare che si aveva il pelo sullo stomaco, visto che in faccia neanche a parlarne. Sì, sono stato uno di quei fortunati ragazzi che ha completato lo sviluppo dopo i vent'anni. Una bella fortuna, ma c'è sicuramente di peggio. Come appunto non avere una lira in tasca e non poter partire per l'Inghilterra, cosa che era molto di moda all'epoca, durante le vacanze estive. Io le vacanze estive le facevo sulla costa tirrenica, che detto oggi, di questi tempi, mica è una cosa tanto brutta, anzi. C'era sempre un bel po' di musica da ascoltare, di ragazze da corteggiare, o con cui provare a scambiare qualche parola, tra timidezze, cosce e sudore. Ancora altri libri da leggere, non per fare gli sgobboni, ma perché alcuni, come me si sentivano inadeguati, sconfitti, senza le armi necessarie per affrontare il mondo.

    Stupidamente pensavo che leggendo libri economici, mi sarei salvato la vita. In realtà mi piaceva già scrivere, immaginare storie e vite diverse dal mio quotidiano, per sfuggire da una realtà deprimente e ripetitiva. Oggi capisco bene che le armi che con fatica mi stavo costruendo, erano la consapevolezza, la sincerità e la capacità di comunicare con il prossimo. Tutte cose che all'epoca si davano per scontate, perché le persone, almeno quelle simpatiche e disponibili, ascoltavano, chiedevano, dialogavano tra loro. Certo, volto la carta e mi dichiaro apertamente, oggi quelli come me vengono etichettati come boomer. Ai miei tempi se una persona più matura ci degnava di uno sguardo, di una battuta, era una giornata da segnare nell'almanacco d'oro delle cose belle. Mi ricordo bene quando un tipo più grande, di 6-7 anni scambiava quattro chiacchiere, ma proprio delle cazzate, sulla musica, sul cinema o su una ragazza. C'era proprio l'usanza, una volta saliti su un treno, di intavolare conversazioni con chi ti stava a fianco, e spesso ci prendevi anche gusto. Perché non sapevi nulla di quello che stava succedendo a Bologna, a Francoforte o a Parigi. C'era solo il nostro piccolo mondo quotidiano, che di tanto in tanto veniva spezzato, da una gita, dalla visita di un parente, o appunto dalle vacanze estive. Ma io quando faceva freddo avevo una camicia di flanella rossa e nera, e avevo un walkman Sony, che andava una vera forza, e le cassette le mandavi indietro con una penna Bic, che poi, è vero, sembrava tutto molto lento, ma il sabato sera, con una bottiglia di vino o se eri fortunato con i soldi per comprare due cocktail, potevi veramente staccare la spina. Io mi ricordo di aver ascoltato forse per un mese intero “The River” di Bruce Springsteen. Non ci capivo assolutamente niente, a momenti non sapevo nemmeno distinguere gli strumenti tra di loro, tranne forse le chitarre, il piano e la batteria. C'era però qualcosa di speciale, di autentico in quella musica. Un po' come quando scambiavamo quattro chiacchiere con persone delle altre sezioni che non conoscevi e potevi scoprire di avere gusti in comune, e le ragazze, oggi forse diremo che erano un po' naif, ma avevano un non so ché di autentico, come quei colori sbagliati, come i ciuffi punk e le Dr. Martens, che in effetti non erano il top per un feticista del piede, ma erano anche gli anni novanta, che ne sapevamo noi di queste cose? O meglio, cosa ne potevo sapere io che leggevo Thomas Mann, Joyce e Proust, senza nemmeno essere gay, anzi senza essere frocio, come si diceva all'epoca. Poi venne l'estate e conobbi Annalisa, più grande di me, più sveglia di me. Mi iniziò a Kerouac e ad altre cose, che forse non è il caso di raccontare in questa sede. Perché mica sto cercando di compiacere nessuno, anzi. Sto proprio prendendo a sportellate il potenziale lettore, con queste divagazioni e imprecisioni. Però chi c'era si ricorderà senza dubbio che negli anni novanta c'erano poche cose precise, a cominciare dai tagli dei capelli, dai vestiti e dalle scelte degli alcolici con cui passare un sabato sera diverso. Il mio rito di iniziazione però, per diventare adulto, non fu certo legato alla prima sbronza con gli amici, visto che già a 12 anni avevo bevuto vino e vermouth con un vicino di casa, per dimostrare chi era più uomo. Non furono nemmeno le prime lezioni di petting o di baci con lingua che Annalisa mi insegnò, più per pietà che per un reale interesse, fu invece la lettura di un romanzo, forse oggi diremmo imperfetto per le regole dello storytelling, come “La città e la metropoli” di Jack Kerouac. Lo lessi durante una calda e oziosa estate, qui in paese, quando la vita scorreva lenta come un fiume, e quando la perfetta mimesi tra questa nostra provincia e il Massachusetts degli anni cinquanta sembrava davvero possibile. Del resto loro avevano i jeans Stonewashed e noi avevamo anche gli stessi jeans, stessa cosa loro avevano i jukebox, noi avevamo il nostro jukebox, nella sala giochi di Marcello. E solo chi era presente sa di che cosa sto parlando, dove come e perché. Io quell'estate ho capito che c'erano storie che non potevano funzionare al cinema, forse, ma che avevano valore nella vita di un ragazzo disadattato di provincia, che era molto più bravo a leggere e a comprendere la narrativa americana del novecento, che a bere, fumare, fare a botte o baciare le ragazze. Almeno lì avevo il pieno controllo, e la capacità di entrare nel vivo e nel flusso del discorso. Solo diversi anni dopo scoprii che questa tecnica di scrittura, inaugurata da Thomas Wolfe, sarebbe stata anche la mia cifra stilistica e mi avrebbe permesso di sbarcare il lunario, nel settore del web marketing. Ma qui la cosa diventa troppo attuale, e a chi potrebbe interessare sentire il mio punto di vista sulla beat generation. Chi li legge più questi libri? A chi interessa e soprattutto, a cosa serve?

     Avevo questa camicia di flanella, rossa e nera. Cioè non era proprio mia, diciamo che mi era stata data in prestito. Fino a quando non fossi cresciuto troppo per dismetterla. Poi sarebbe passata a qualcun altro. Ma avevo anche una copia economica di “La città e la metropoli” di Kerouac e un walkman Sony, che andava una favola, con 3-4 cassette che ancora si sentivano bene, anche se poi di musica, mica ci capivo niente, come di alcool, ragazze e di tutto il resto, in effetti. Erano i miei 15-16 anni ed è stato bello averli in quel momento, credo. Anche se così non fosse, a chi interessa? E a che cosa serve ripensarci oggi?

Sapete, credo davvero che "dolersi" per se stessi sia una delle cose più sincere che esistano sulla terra, perché non si può negare che uno come me, sano, sexy, anche poetico, criticato, commosso, lacerato dal desiderio e dall'amore verso ogni bella ragazza che vedo, ma incapace di fare l'amore adesso, a causa "del tempo e dei soldi", adesso che sono giovane e le ragazze sfilano indifferenti davanti alla mia finestra... ebbene, dannazione, non si può proprio negare che sia ingiusto! C'è troppa solitudine in questo mondo di struggimenti.

(Jack Kerouac, "Un mondo battuto dal vento")


2 commenti:

  1. La ricordo perfettamente quella camicia, la portava mio figlio. Hai saputo descriverne il senso, l'importanza dell'interagire attraverso la comunicazione, la condivisione, anche per mezzo di alcune "sbandate" per diventare grande e capire da che parte stare. La lettura ti ha maturato, più di ogni altra emozione, ha reso il tuo ego consapevole e preparato culturalmente, prima. Un messaggio attuale, volendo. Certe ricerche profonde ormai sono superate, ma la camicia di flanella sta di nuovo riprendendo i suoi meritati consensi. Sia di esempio il tuo scrivere in modo così intimo e coinvolgente. Grazie.

    RispondiElimina
  2. Grazie infinitamente per il commento, cara Luisa! <3

    RispondiElimina