Perfect Days di Wim Wenders
Perfect Days di Wim Wenders (la crepa, la luce, il volto)
Con Perfect Days, Wim Wenders realizza un’opera che, sotto un'apparente semplicità, nasconde una costruzione emotiva e filosofica estremamente complessa e sofisticata.
Ambientato in
una Tokyo silenziosa e quotidiana, il film segue Hirayama (Kōji Yakusho),
addetto alla pulizia dei bagni pubblici, figura marginale solo in apparenza,
perché in realtà centro di un equilibrio esistenziale costruito con precisione
quasi rituale.
La prima parte del film è un invito a vivere nel presente: ogni giornata è un “giorno perfetto”, scandito da gesti ripetuti, da una cura minuziosa per le cose semplici, da una distanza costante dagli altri. Hirayama parla poco, evita il coinvolgimento, sembra costruire deliberatamente uno spazio protetto in cui nulla possa turbare l’equilibrio. Non c’è passato che lo perseguita, non c’è futuro che lo inquieta. Ogni giorno si chiude e si riapre, come un soft reset emotivo, quasi da simulazione digitale stile Second Life. Eppure se osserviamo con l'attenzione che l'opera merita, possiamo percepire immediatamente delle micro-crepe.
Certo, si tratta di dettagli minimi, variazioni impercettibili. Piccoli slittamenti che incrinano la perfezione della routine. Wenders lavora proprio su questo: non introduce il conflitto in modo esplicito, ma lo lascia emergere lentamente, come qualcosa che era già lì, nascosto sotto la superficie.
Nella seconda parte, il sistema costruito da Hirayama inizia a essere attraversato da elementi che appartengono a un’altra dimensione: il tempo lungo, la relazione, la possibilità di cambiamento. Il collega, con la sua vita caotica e i suoi tentativi di “riscatto”, introduce una prima frattura. Poi arriva la nipote, e con lei il ritorno al passato, probabilmente traumatico, di certo doloroso. Subito dopo, compare la sorella, che rende quel passato ancora più evidente, quanto inevitabile. Infine, la ristoratrice, che apre uno spiraglio verso il futuro, verso qualcosa che non è più solo presente. Questi elementi non producono una rottura narrativa, ma modificano lentamente la percezione, innescando un'aspettativa sul domani. La routine non scompare, ma smette di essere impermeabile.
Adesso il “giorno perfetto” non è più uno spazio chiuso. Hirayama non cambia vita nel senso tradizionale, modifica però lo sguardo. E questo è tanto, se non tutto.
La musica come memoria e identità
In Perfect Days le canzoni che sentiamo sono qualcosa di più della semplice colonna sonora. Sono tasselli che si integrano e coesistono perfettamente con il punto di vista emozionale del protagonista. Wim Wenders rinuncia a una composizione originale tradizionale e costruisce il tessuto sonoro del film attraverso le cassette che Hirayama ascolta ogni giorno, trasformando le canzoni in frammenti di memoria e identità.
All’interno di questo universo sonoro, alcune canzoni introducono una leggerezza solo apparente. I The Kinks, con Sunny Afternoon, portano in scena una calma rilassata che nasconde una sottile disillusione. È una spensieratezza che non è mai totale, sempre attraversata da una crepa.
Su questa linea si inserisce in modo perfetto Brown Eyed Girl di Van Morrison del 1967. Il brano evoca un passato luminoso, fatto di immagini semplici e immediate, ma proprio per questo cariche di una dolcezza che flirta con la malinconia. Non è una semplice canzone “felice”, ma memoria che si accende per un attimo e subito si allontana, lasciando dietro di sé una sensazione ambigua, sospesa tra gioia e perdita.
Il centro simbolico è legato a Lou Reed. Il titolo stesso del film richiama Perfect Day, e la presenza dei suoi pezzi definisce un’estetica precisa: marginale, intima, attraversata da contraddizioni. Accanto a lui, Patti Smith e The Rolling Stones contribuiscono a costruire un paesaggio sonoro significativo. La musica rappresenta tutto ciò che resta fuori campo, rendendo più profonda la percezione del tempo e delle emozioni.
Ma il cuore di Perfect Days risiede nell’ultima scena.
Hirayama guida, ascolta musica, il suo volto è in primo piano. Non accade nulla in senso narrativo, ma accade tutto in senso emotivo. Qui nasce l’ambiguità che molti spettatori hanno percepito: sta forzando la felicità? Sta crollando? Sta pagando il prezzo della sua scelta di vita? La risposta è che nessuna di queste letture, presa da sola, basta. Nel suo volto convivono tristezza, sollievo, malinconia e una forma sottile di serenità. Non si tratta di un passaggio, ma di una coesistenza. Wenders rifiuta l’idea che un’emozione debba escluderne un’altra.
Il concetto di komorebi, la luce che filtra tra le foglie, è la chiave più profonda del film. Il volto di Hirayama diventa nel finale un komorebi umano: luce e ombra si alternano, si sovrappongono, si dissolvono. Non è importante stabilire se sia felice o triste. Entrambe le condizioni sono temporanee. Quello che conta è la capacità di attraversarle senza rifiutarle. Ora, se all’inizio sembrava che vivere nel presente significasse eliminare passato e futuro, il finale suggerisce qualcosa di diverso: non si tratta di cancellarli, ma di non esserne dominati.
Perfect Days non è affatto un film sul "minimalismo felice". È una pellicola sull’equilibrio, sul prezzo che ogni equilibrio inevitabilmente comporta. Il film non offre una risposta univoca, ma propone la possibilità di accettare che la vita sia fatta, nello stesso tempo sia di gioia che di dolore.
Come canta Leonard Cohen in Anthem “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”. Hirayama, alla fine, non elimina quella crepa. Impara piuttosto a viverci dentro. In questa sospensione, fragile e luminosa, il film trova la sua verità più profonda, significativa. Questa accettazione, sospesa tra luce e ombra, gioia e dolore, rispecchia lo spirito zen buddista: vivere nel presente non significa cancellare passato e futuro, ma attraversarli senza aggrapparsi, senza giudicare.
Hirayama si è trasformato in un komorebi umano: luce e ombra scorrono sul suo volto, fugaci e in continuo cambiamento. La vita non è un ideale perfetto, ma un flusso da abbracciare così com’è. Perfect Days sembra, per certi versi, una versione intellettuale meno orrorifica di Tusk di Kevin Smith.


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