Biopic musicali: Springsteen, Dylan Cash e gli altri
Perché i biopic musicali non riescono a raccontare i loro artisti
Il biopic musicale contemporaneo nasce da un paradosso che raramente viene messo a fuoco in modo critico. Da un lato pretende di raccontare la vita di artisti che hanno costruito la propria grandezza sull’ambiguità, sulla contraddizione, sul mutamento continuo; dall’altro lo fa attraverso una forma narrativa che richiede coerenza, linearità, progressione psicologica e chiusura simbolica. Il risultato è quasi sempre una riduzione: non tanto una falsificazione dei fatti, quanto una semplificazione del senso. Il recente film biografico dedicato a Bruce Springsteen si colloca pienamente dentro questa tensione. È un’opera curata, rispettosa, spesso emotivamente efficace, ma anche profondamente sintomatica dei limiti del genere. Sotto molti punti di vista si può considerare un anti-biopic, motivo per cui lo spunto riflessivo e l'analisi dei film dedicati a musicisti e cantanti, appare ancora più attinente e centrale. Springsteen, come Dylan, Presley, Elton John, Freddie Mercury, Ray Charles o Johnny Cash, è un artista che ha attraversato più identità, più maschere, più linguaggi. Trasformarlo in personaggio significa scegliere una versione, congelare un’immagine, sacrificare la complessità sull’altare della riconoscibilità. Il biopic musicale, oggi più che mai, sembra incapace di accettare questa perdita come problema teorico, preferendo mascherarla con l’illusione della completezza.
Bruce Springsteen sullo schermo. Dignità formale e limite strutturale
Il biopic su Bruce Springsteen sceglie una via apparentemente prudente: niente eccessi visivi, nessuna spettacolarizzazione barocca, una narrazione che procede per tappe riconoscibili, ancorata a un realismo classico. Il cuore del racconto è il mito fondativo: la working class del New Jersey, il rapporto conflittuale con il padre, la musica come via di fuga e come costruzione identitaria, l’E Street Band come comunità elettiva. Tutti elementi reali, ma già ampiamente metabolizzati dall’immaginario springsteeniano stesso. Il film finisce così per raccontare Springsteen attraverso Springsteen, utilizzando le sue stesse categorie simboliche senza mai metterle in discussione. Le canzoni diventano commento emotivo agli eventi, non strumenti di pensiero. Il processo creativo resta sullo sfondo, mentre l’uomo pubblico occupa il centro della scena. È un film che funziona come ritratto ufficiale, ma che fatica a entrare nel laboratorio dell’artista, là dove la musica nasce come conflitto tra intenzione, tradizione e fallimento. Il problema non è ciò che il film dice, ma ciò che non può dire senza tradire la forma che ha scelto.
Dylan, Presley, Elton John. Tre modelli, un unico nodo irrisolto
Il confronto con A Complete Unknown, Elvis e Rocketman chiarisce ulteriormente la questione. Il biopic dedicato a Dylan adotta una strategia più consapevole: accetta l’idea di incompletezza, costruisce un protagonista elusivo, refrattario alla spiegazione psicologica. Tuttavia, resta prigioniero di una cautela eccessiva, come se temesse di spingersi davvero dentro la radicalità del gesto artistico dylaniano. Elvis, all’opposto, sceglie l’eccesso: iperstilizzazione, montaggio frenetico, sovraccarico iconografico. Presley viene celebrato come fenomeno mediatico, ma il suo rapporto con la musica americana e con le sue contraddizioni razziali resta decorativo. Rocketman introduce una soluzione formale più audace, usando il musical come dispositivo di astrazione. Qui il problema non è la forma, ma la struttura narrativa: anche Elton John viene ricondotto a un arco chiuso, terapeutico, risolutivo. In tutti e tre i casi, la musica non è mai davvero interrogata come linguaggio autonomo. È sempre subordinata alla vita, mai il contrario.
Queen, Ray Charles, Johnny Cash. Il trionfo della psicologizzazione
Bohemian Rhapsody, Ray e Walk the Line rappresentano tre varianti dello stesso errore di fondo: la riduzione dell’opera a sintomo psicologico. Freddie Mercury viene raccontato attraverso una sequenza di conflitti personali semplificati, Ray Charles attraverso il trauma e la dipendenza, Johnny Cash attraverso l’autodistruzione e la redenzione. Sono film che funzionano emotivamente, ma che tradiscono la natura del lavoro artistico. Le canzoni diventano espressioni dirette di un vissuto, mai costruzioni complesse che dialogano con tradizioni, stili, vincoli industriali e scelte consapevoli. Il biopic springsteeniano evita il melodramma eccessivo, ma ne condivide il presupposto: l’idea che spiegare l’uomo significhi spiegare la musica. È un presupposto falso, o quantomeno insufficiente, soprattutto per artisti che hanno fatto della maschera, della finzione e della riscrittura continua il cuore della propria poetica.
Il vero rimosso. Perché il biopic non sa raccontare la creazione
Ciò che il biopic musicale rimuove sistematicamente è il lavoro. Le ore di studio, le versioni scartate, gli arrangiamenti falliti, le decisioni minime che cambiano il senso di una canzone. Il cinema narrativo fatica a rappresentare la lentezza, l’incertezza, l’errore, perché sono elementi poco spettacolari. Eppure è lì che risiede la verità dell’arte. Nessun biopic, finora, ha davvero affrontato il nodo centrale: il rapporto tra l’artista e la propria mitologia, tra l’uomo e il personaggio che ha costruito per sopravvivere nel mercato e nella memoria collettiva. Se il biopic musicale vuole sopravvivere come forma significativa, deve rinunciare all’illusione della totalità. Non una vita intera, ma un frammento. Non un percorso esemplare, ma un momento di crisi. Il biopic dovrebbe smettere di essere un monumento e diventare un saggio visivo, parziale, interpretativo, dichiaratamente incompleto.
Focus su Springsteen: Deliver Me from Nowhere
Il film dedicato a Bruce Springsteen compie, almeno in apparenza, una scelta strutturale più consapevole rispetto a molti altri biopic musicali recenti, concentrandosi non su un’intera parabola biografica ma su tre momenti decisivi e ravvicinati: la fine del tour di The River, la crisi privata e creativa che conduce a Nebraska e la successiva rielaborazione di quel materiale nella forma pubblica e ambigua di Born in the U.S.A.. È una scelta corretta e potenzialmente feconda, perché individua nel passaggio tra successo, ritiro e ritorno il vero nodo dell’identità springsteeniana. Tuttavia, anche dentro questo perimetro ristretto, il film tende a ricondurre la frattura a un percorso leggibile e risolutivo. Nebraska viene trattato soprattutto come momento di oscurità necessario, come stadio di passaggio verso una nuova sintesi, mentre nella realtà della discografia springsteeniana rappresenta una ferita mai del tutto rimarginata, una linea sotterranea che continuerà a riemergere nei decenni successivi. Il limite del film non è dunque l’aver scelto un frammento, ma l’averlo narrato secondo una logica ancora conciliativa, dove la crisi viene assorbita dalla forma del racconto invece di restare aperta come problema. È qui che il biopic musicale, anche quando evita l’illusione della totalità, fatica ancora a trasformarsi in un vero saggio visivo capace di interrogare l’opera senza normalizzarla.
Il biopic come forma impossibile, ma necessaria
Il biopic musicale, così come lo conosciamo oggi, è una forma strutturalmente inadeguata a raccontare artisti che hanno fatto della contraddizione la propria cifra. Eppure continua a essere prodotto, perché risponde a un bisogno profondo: fissare il mito, renderlo narrabile, consegnarlo a una memoria condivisa. Il film su Bruce Springsteen non è un fallimento, ma è un sintomo. Mostra quanto sia difficile, forse impossibile, tradurre in immagini ciò che nella musica vive di ambiguità, di tempo, di ripetizione. La vera sfida non è rendere questi artisti più comprensibili, ma accettare che non lo siano del tutto. Solo allora il biopic potrà smettere di raccontare delle vite e iniziare, finalmente, a interrogare delle opere.
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