A proposito del Nobel a Bob Dylan
A proposito del Premio Nobel (10 anni dopo)
L’introduzione di Bob Dylan nel dibattito sui criteri del Premio Nobel per la Letteratura resta uno dei nodi più affascinanti della storia culturale contemporanea. Analizzarne la vittoria del 2016 non significa soltanto celebrare un traguardo individuale, ma decifrare una transizione epistemologica che ha ridisegnato i confini della parola scritta e della sua ricezione.
La tesi secondo cui il verdetto di Stoccolma fosse già maturo da decenni trova conferma nelle dinamiche interne all’Accademia Svedese e nell’evoluzione del panorama editoriale e critico internazionale.
Al di là delle traiettorie di romanzieri monumentali come Saul Bellow, il caso Dylan si impone come un unicum metodologico: punto di convergenza tra la tradizione lirica classica e l’impatto transmediale della cultura popolare del Novecento.Le radici istituzionali di questo riconoscimento affondano nella metà degli anni Novanta.
Nel 1996 il professor Gordon Ball formalizzò la prima candidatura del cantautore di Duluth. La commissione dell’epoca respinse l’istanza sul piano ideologico, giudicando l’inclusione di una rockstar una provocazione eccentrica, estranea ai radar dell’alta letteratura.
Il protocollo burocratico, però, era stato attivato in modo irreversibile. Per i successivi vent’anni la proposta fu reiterata con costanza, come una goccia capace di scavare la roccia del conservatorismo scandinavo.
La vera svolta verso una candidatura pesante e istituzionalmente credibile si consumò a cavallo tra il 2004 e il 2006. In quel biennio due fattori concomitanti superarono definitivamente il pregiudizio accademico: la pubblicazione della prosa autobiografica di Chronicles – Volume One e la sdoganizzazione critica operata da figure del calibro di Sir Christopher Ricks.
Chronicles non è una memoria convenzionale. Dylan vi costruisce un ritratto frammentario e non lineare dell’artista in formazione, privilegiando le crisi intellettuali e le epifanie creative rispetto alla cronaca della celebrità. Il libro procede per salti temporali, mescolando il Greenwich Village degli anni Sessanta con gli anni Settanta e Ottanta, e restituisce una voce narrante a un tempo naïf e scaltra, capace di evocare il mito americano con lo stesso ritmo poetico delle canzoni. Acclamato dalla critica come un’opera di genuina letteratura – finalista al National Book Critics Circle Award e più tardi inserito tra i migliori libri del XXI secolo – Chronicles dimostrò che Dylan padroneggiava la prosa con la stessa densità stilistica dei testi lirici, consolidando la sua figura di scrittore a pieno titolo.
Con Dylan’s Visions of Sin (2003-2004), Ricks – già interprete raffinatissimo di Milton, Keats, Tennyson ed Eliot – sottopose i testi dylaniani a una lettura filologica di straordinaria densità, organizzandoli intorno alle sette categorie del peccato capitale, alle quattro virtù cardinali e alle tre grazie teologali. Non si trattava di un’operazione di mera legittimazione snob, ma di un’esplorazione minuziosa delle risorse formali della canzone: le rime imprevedibili e strutturalmente pregnanti, le sincopi sintattiche, le allitterazioni che trasformano la parola in strumento a percussione.
Ricks dimostrò come “Not Dark Yet” dialoghi intimamente con l’Ode to a Nightingale di Keats, come “Lay Lady Lay” riecheggi l’eros di John Donne, e come l’intera opera dylaniana, lungi dall’essere improvvisazione orale, possieda la stessa complessità architettonica e morale dei grandi testi della tradizione occidentale. In questo modo la critica letteraria d’élite iniziò ad analizzare le visioni dylaniane accostandole sistematicamente a giganti della poesia come John Keats, T.S. Eliot e William Shakespeare: l’Accademia Svedese perse così l’appiglio teorico che le permetteva di ghettizzare la canzone d’autore.
Un precedente di rottura fondamentale fu anche quello italiano di Dario Fo nel 1997. Premiando un drammaturgo che la stessa istituzione definì un “guitto”, Stoccolma ammise ufficialmente che la letteratura potesse abitare la performance orale e la parola recitata sul palcoscenico, scardinando il dogma secolare che identificava il testo letterario esclusivamente con il libro rilegato da fruire in silenzio.
Ridurre l’arte di Dylan a una mera derivazione della performance teatrale o a un’improvvisazione legata alla fluidità dell’aria sarebbe, tuttavia, un equivoco filologico. Esiste una retorica giornalistica diffusa che presenta il Nobel del 2016 come il trionfo della cultura orale sulla pagina stampata. Una disamina attenta della prassi creativa di Dylan smentisce questa dicotomia.
Fin dai giorni del Greenwich Village il suo approccio alla scrittura fu rigorosamente grafico ed editoriale. Componeva i testi alla macchina da scrivere come un poeta della Beat Generation; i fogli dattiloscritti, densi di cancellature, varianti e ripensamenti geometrici, testimoniano un lavoro artigianale sulla parola che possiede la stessa dignità filologica dei manoscritti di un romanziere di professione. Lo statuto cartaceo della sua opera, del resto, era già stato sancito dall’editoria internazionale ben prima che Stoccolma ne certificasse il valore.


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