mercoledì 1 settembre 2021

Devils & Dust, oggi

Devils & Dust, oggi

"Dopo l'evoluzione da rocker a icona americana, Bruce Springsteen sta sviluppando una nuova identità: quella di scrittore di racconti in musica. Il tono spesso è cupo, intriso di ricordi e di rimpianti." (Adam Sweeting, Uncut, giugno 2005)

"L'unica divinità a cui si può aspirare è racchiusa nel cuore della nostra umanità. Quando esprimiamo la nostra pietà diamo voce a questa aspirazione. Ecco perché a volte là fuori è così spaventoso." Cercare una voce non ancora utilizzata è il manifesto poetico di questo lavoro di Bruce Springsteen, uscito in Europa il 26 aprile 2005. Devils & Dust è il 13esimo album in studio di Bruce e conclude l'ideale trilogia elettro-acustica iniziata con Nebraska nel 1982 e proseguita nel '95 con The Ghost of Tom Joad. A livello produttivo si tratta dell'opera più ispirata realizzata con Brendan O' Brien. Ed è anche il quarto disco in studio come solista nell'arco temporale di 13 anni di attività. Per certi versi è un lavoro che indica la strada e il modus operandi che di qui in poi il suo autore adotterà. Collaborazioni, album con la E Street Band elettrici, lavori solisti e maggiormente personali. Da qui in poi si può giungere agevolmente fino a Western Stars e al recente Letter to You. Tutto però in questo caso era iniziato con Better Days di Southside Johhny, disco del 1991 che conteneva una prima versione, differente, di All the Way Home. Springsteen dopo aver ceduto il brano al suo amico, se l'era ripreso, visto il valore artistico, realizzando una versione alternativa,  molto più tesa e nervosa e adatta per questo disco.

Non è casuale se in questo disco troviamo un nugolo di personaggi, come non si verificava dai tempi di Greetings from Asbury Park, NJ. Ancora una volta l'approccio è di tipo cinematografico, ma c'è da aggiungere un tono da narrativa popolare, stilisticamente quasi una lingua parlata, tra Guillermo Arriaga e Stephen Crane. È un disco molto teso, spirituale e allegorico. Qui trovano spazio capolavori di scrittura come The Hitter, che deve forse qualcosa a John Huston e a Steinbeck, così come Matamoros Banks. Il brano sembra una sorta di sequel di Sinaloa Cowboys, uno dei testi più riusciti di The Ghost of Tom Joad, che raccontava la storia vera di due fratelli messicani, intenti a produrre nel deserto metanfetamina per il cartello di Sinaloa. Uno Springsteen che inforca le lenti del cronista e diventa abile reporter, dove i dettagli dicono quasi tutto. È un brano esemplare che mostra tutte le qualità dello Springsteen scrittore, a mio avviso. Cupo, come è giusto che sia, dato che si parla di morte, di uno dei tanti disperati che tentano di attraversare il confine tra Texas e Messico, alla ricerca della speranza e della Terra Promessa. Springsteen racconta la storia a ritroso, iniziando dal ritrovamento del corpo e prosegue ricostruendo il sonetto d'amore dell'uomo rivolto alla sua donna, che invece è riuscita ad attraversare il confine prima di lui. Una commemorazione mesta, dove la voce sussurrata si presta bene all'operazione. Di toni sommessi ce ne sono ancora, così come c'è energia, comprensione per la miseria umana, quasi rassegnazione. Un elemento nuovo per la poetica springsteeniana, forse. Reno è un brano inusuale che racconta di un incontro tra il protagonista e una prostituta, ma anche qui sono fatalismo e disperazione a farla da padrone. Ciò che colpisce con maggior vigore in questo ispirato lavoro in studio è la totale assenza di rabbia e di furore musicale. Springsteen si affida alla preghiera e gioca di sottrazione, vincendo la sua sfida con un disco che poteva essere complicato da portare a casa. Un disco di fruscii e di sussurri, dove le scelte sonore si rivelano più che azzeccate. Non è facile sfuggire alla rassegnazione di questo disco, che risulta quindi difficile da ascoltare e da capire, quasi come un requiem per il suo Paese, questa dura terra che aveva ispirato Springsteen con The Rising, invitando tutti a risollevarsi e a tirare via la polvere da loro stessi e da pensieri molto tristi. Stavolta però non se la sente: questa è l'istantanea di un'America catturata mentre si trova in un vicolo cieco senza uscite. Una delle opere più vibranti di critica sociale, lo studio coraggioso su un Paese in ginocchio che non trova la forza e la testa per ottenere salvezza. Duro, difficile, ma necessario.  

Considerazioni finali su Devils & Dust

Come afferma Joseph Cambell ne "L'eroe dai mille volti": i miti sono fioriti tra gli uomini in tutti i tempi, in tutte le regioni della terra, e al loro vivificante afflato si deve tutto ciò che l'attività fisica e intellettuale dell'uomo ha prodotto. Né sarebbe esagerato affermare che le inesauribili energie del cosmo si manifestano nella cultura umana proprio attraverso il mito. Le religioni, le filosofie, le arti, le forme sociali dell'uomo primitivo e storico, le scoperte scientifiche e tecniche, gli stessi sogni che popolano il sonno, scaturiscono indistintamente dalla fonte magica del mito. Questa singolare capacità di raggiungere e stimolare i più profondi centri creativi è peraltro insita anche nella più semplice favola infantile - così come il profumo dell'oceano è contenuto in una minuscola goccia o l'intero mistero della vita nell'uovo di una mosca. Infatti i simboli della mitologia non si fabbricano, non si possono inventare, controllare, o abolire per sempre: sono produzioni spontanee della psiche e ciascuno ne conserva intatto il potere germinativo. Bruce Springsteen attraverso la sua trilogia composta da Nebraska, The Ghost of Tom Joad e terminata con Devils & Dust centra in pieno l'obiettivo di narrazione mitologica e ancestrale. Le sue storie sono in apparenza semplici, dato che in esse c'è dentro tutto quello che serve per farle funzionare e per farle camminare con le proprie gambe, in modo agile, ma deciso. Prendiamo a modello qualsiasi brano tratto da questi album e vedremo come che la loro forza stia proprio nella scrittura asciutta, precisa, essenziale. Non saranno i dischi più belli da ascoltare, forse, ma contengono la forza della vera essenza dell'arte.

"La tua voce deve dissolversi in quella del personaggio della storia che canti. Cosa farebbe e cosa non farebbe. Il ritmo, la cadenza della sua parlata. È questo che cerco di ottenere, adesso." (Bruce Springsteen) 

domenica 29 agosto 2021

The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle, oggi

 The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle, oggi

 

"Il ragazzo non è ancora un campione, ma è pronto a combattere sul ring." (Robert Christgau)

Volevo inventare un ballo senza passi precisi. È il ballo che si fa ogni giorno e ogni notte per tirare avanti. Parola di Bruce Springsteen. The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle è un disco che celebra un variegato luna-park di stili americani e non solo. Passiamo dai toni beffardi dell'organo al Cry Baby della chitarra che sa di funk, da Phil Spector a James Brown, da Carlos Santana a Curtis Mayfield, dal gospel al soul. Specialmente nella seconda facciata questo album mostra tutte le carte che la E Street Band è capace di giocarsi, prendendosi il giusto spazio per mostrare le proprie qualità. L'autore è ancora il cantastorie pronto a infiammarsi di ardore, eppure qui inizia già a capire il meccanismo: c'è un tempo per declamare, c'è un tempo per rilassarsi. Le canzoni rispetto al suo predecessore qui prendono fiato, e queste salutari boccate di ossigeno rendono i brani più grandi, ampi e profondi. Dal rock al jazz, senza escludere i generi intermedi, gli arrangiamenti sono concepiti e strutturati con impressionante perizia e magistralmente eseguiti. È un autore che guarda tanto ad Astral Weeks di Van Morrison, quanto a West Side Story. Una miscela e una sintesi che verrà mandata a memoria da artisti del calibro di Mark Knopfler, Tom Waits e Willy DeVille, tanto per fare qualche nome.

È l'album dove l'esplosione lirica che aveva dimostrato al suo esordio si concretizza in qualcosa di unico e spettacolare. Springsteen ci mostra il proprio punto di vista su quell'agonizzante e carnascialesco mondo del lungomare della Jersey Shore. Salvo poi ritrattare anni dopo, affermando che si è inventato tutto o quasi.

"Dovevo scrivere di me, sempre, in ogni singolo brano, perché in qualche modo stavo cercando di scoprire cosa fosse davvero questo me. Per questo motivo ho scelto come scenario il posto dove sono cresciuto, per prendere situazioni in cui mi trovo e quei personaggi che conosco, spingendoli fino ai limiti consentiti della narrazione iperrealista. Qui possiamo facilmente rintracciare l'amore, la fama e la fede. Ma c'è dell'altro. C'è quel sogno e quelle atmosfere romantiche alla Elvis e alla Roy Orbison, c'è il soul di Gary U.S. Bonds, ci sono due suite che vorremmo non finiscano mai, come l'alba in un mattino di luglio che arriva troppo presto dopo una notta di bagordi e divertimento. Tuttavia per quanto sia palpitante e variegata la prima facciata del disco, è nella seconda che Springsteen mostra i suoi assi vincenti. Le tre canzoni che compongono la seconda facciata sono quasi un'opera e un'epopea a sé. Le prove ufficiali di quello che vedremo e sentiremo in Born To Run. Il tema ha qualcosa di magico e tutti si dimostrano all'altezza della situazione.

"The Wild and The Innocent" era un film western del 1959 interpretato da Audie Murphy, nella parte di un cacciatore di pellicce e da Sandra Dee in quella di una ragazza che scappa di casa per raggiungere il protagonista nella grande città, dove lui lo salverà da uno sceriffo senza scrupoli. Ancora una volta il cinema e la Wilderness fanno da base per un insieme di tasselli in stile beaknik. Le premesse della prima facciata del disco verranno messe a fuoco in modo migliore nel secondo lato. Un' opera rock verace e sanguigna, con tutte le qualità di un autore già maturo e sicuro di ciò che sta raccontando. Un'accoglienza tiepida che non riduce l'effetto a lunga gittata di un disco seminale. 

Oggi questo disco è giustamente collocato dove merita di stare: tra le opere maggiori di Springsteen e di certo rock cantautorale anni settanta di cui Van Morrison e Bob Dylan erano i maggiori esponenti, che nel corso del tempo si sarebbe arricchito di altri protagonisti come Tom Waits, Bruce Springsteen e Lou Reed. Irrinunciabile. Canzone della vita, per la vita: New York City Serenade.

Dario Greco, blogger


sabato 28 agosto 2021

Tunnel Of Love, Oggi

Tunnel Of Love, Oggi

I temi portanti dell'album sono l'identità e l'amore. Chi sono? Dove sto andando? Dove finirò? Sto sperimentando l'ambivalenza delle relazioni, da sempre latente nella mia vita psicologica. Le dodici tracce di Tunnel Of Love sono dichiarazioni d'amore notturne e sospiri che spezzano quel minaccioso silenzio che spesso cala in una coppia. È un disco fondato sulla dicotomia tra forza e debolezza, come il protagonista di uno degli episodi più riusciti del lavoro, Cautious Man, il quale ha tatuato sulla mano destra la parola amore e sulla sinistra invece la parola paura. Naturalmente è facile dedurre che dietro il personaggio di Bill Horton ci sia lo stesso Springsteen, senza troppo azzardo in termini di interpretazione. 

È il fulcro e il cuore a livello tematico di tutto il disco e anche uno dei suoi episodi meglio riusciti. Max Weinberg sostiene che il punto è che non si tratta del primo disco solista di Springsteen, dato che sono tutti album solisti. In effetti per molte persone Born in the Usa era stato il disco con cui avevano conosciuto il suo autore. Arrivati a questo punto della corsa si crea in effetti una spaccatura tra i vecchi fan e i nuovi. Tunnel of Love è un punto di svolta che con la sua diversità, ci fornisce indicazioni sui percorsi che il suo autore avrebbe seguito nei vent'anni successivi. Springsteen ha più volte affermato che questo disco nasce da una canzone che aveva scritto e inciso in precedenza: Stolen Car. 

Questo brano su The River poteva forse passare in secondo piano, agli occhi dei fan meno attenti, ma costituisce di fatto una guida narrativa importante, un canovaccio e una mappa che il suo autore utilizzerà da qui in avanti per comporre e per portare avanti il proprio lavoro di scrittura. In effetti il sentimento bivalente è centrale nell'opera di Springsteen e negli anni ottanta, questo emerge con maggiore forza e vigore. Perché senza fatica troviamo ancora una volta i lupi solitari, gli emarginati, figure introspettive che si interrogano senza trovare risposte fondamentali. Ed è un disco che sembra riprendere il discorso di The River e Nebraska, più che proseguire sulla falsariga di Born in the Usa. Se la cosa potrebbe sembrare scontata a livello tematica e testuale, non lo è altrettanto sotto il tessuto sonoro e di ambiente musicale. Springsteen produce un disco minimale, con una ritmica accennata e ticchettante, metafora perfetta per il suo luna park a tema sentimentale. 

Tunnel Of Love nei suoi episodi maggiori fa emergere il suo autore ispirato e focalizzato, pronto a dirci la sua su un tema che potrebbe essere una trappola, ma che invece si rivelerà vincente, alla lunga, per il Nostro. One Step Up, Walk Like A Man, Spare Parts e Tougher Than The Rest, sono tra le cose migliori che Springsteen abbia scritto e cantato da un po' di tempo. La grandezza di questo disco è tutta nel controllo del suo autore e nella sua idea di arrangiamento. Non è un caso se raramente abbiamo assistito a cose suonate così bene, con precisione e cura per i dettagli. Il disco esce però nell'autunno del 1987, mentre la musica che gira intorno è cambiata ancora una volta. Sarà una costante per lo Springsteen post Darkness, trovarsi spesso al momento sbagliato, nel posto giusto. A distanza di quasi 35 anni è difficile non collocare questo ottavo lavoro tra gli episodi migliori e meglio riusciti della produzione springsteeniana.

 Il verdetto dei critici:

 "Tunnel Of Love è senz'altro un ritorno alle vecchie abitudini, di disco castigato, duro e spesso a sorpresa umile, di un uomo che teneva il mondo in una mano." (Steve Sutherland, Melody Maker, ottobre 1987)

"E' in assoluto uno degli album più belli di Springsteen e probabilmente il migliore che ha prodotto in questa decade." (Neil Taylor, NME, ottobre 1987)

Dario Greco, blogger

venerdì 27 agosto 2021

Born in the U.S.A. oggi

Born in the U.S.A. oggi

 

L'autore che diede alle stampe il suo settimo lavoro discografico era un artista già maturo e capace di spaziare molto in termini di scrittura musicale. Bruce Springsteen aveva quasi 35 anni, un'età che all'epoca lo collocava tra i musicisti maturi, secondo criteri che oggi non corrisponderebbero più a tale concetto, visto che viviamo un'epoca in cui si è sempre giovani, esordienti e con una carriera ancora da costruire. Springsteen però appartiene alla generazione dei baby boomer e si rivolge tendenzialmente alla X generation. Oggi Born in the Usa viene descritto come un successo senza precedenti, in termini retrospettivi e non. Sotto un punto di vista analitico siamo di fronte a una vera macchina da guerra dove la batteria di Max Weinberg è un'armatura invincibile, adatta per lanciare i traccianti di Roy Bittan alle tastiere e delle stesse scudisciate di Springsteen alla chitarra elettrica. Qui e lì, per l'ultima volta in quella decade possiamo ascoltare e ammirare gli assoli di sax di Clarence Clemons. Tuttavia il suo della E Street Band è passato da quel passo agile e leggero a un più quadrato e marziale sound, funzionale per questo nuovo repertorio, adatto ai passaggi radiofonici e a far vendere più copie possibili. In realtà è un barbatrucco, perché sotto la corazza e la cortina di synth e suoni di tendenza, il disco è ricco di episodi cupi, di canzoni in puro stile Springsteen e di un rockabilly che ha poco da spartire con il tipo di musica che gira intorno.

Eppure grazie anche alla realizzazione di alcuni brani singoli il disco spicca il volo. Quindici milioni di copie vendute solo in America, altrettante in Europa e nel resto del mondo. Le canzoni, in molti casi, sono in linea con il passato del suo autore. I'm On Fire è un pezzo che guarda al passato, così come la stessa Working Tn The Highway. In effetti è un disco che ha questa attitudine e qualità: sa essere attuale e contemporaneo rispetto alla proposta di quel tempo, ma guarda al passato come raramente avevano fatto i suoi lavori passati, Born To Run escluso. A parte i suoni, tralasciando l'ambiguità voluta di un refrain che lo vuole fiero patriota, resta la qualità dei singoli brani. Il tema centrale che fa la collante è quello di essere adulti, senza rinunciare ai bei ricordi della giovinezza. Come sostiene Cesare Pavese: niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici. Per certi versi il disco ricorda a livello tematico quello di Donald Fegan, The Nightfly, il successo che due anni prima aveva convinto pubblico e critica. Non a caso avviene lo stesso con Born in the Usa. Sarà merito di titoli suggestivi, di accattivanti riff e lick, di una voce adulta, ma capace ancora di concedersi alcuni brevi attimi di divertimento e spensieratezza, Born in the Usa ha tutte le caratteristiche del best seller home made e anche qualcosa in più. Quel qualcosa in più è la capacità/necessità di avere un singolone apripista per lanciare un autore sempre schivo e poco accorto a livello di resa commerciale e radiofonica.

I narratori delle canzoni tendono a essere uomini alienati e scontenti, afflitti da una crisi della propria mascolinità, arrabbiati per le ingiustizie perpetrate. Un po’ come avviene nei romanzi di Stephen King dell’epoca, e non a caso il Maestro dell’horror, citerà proprio Springsteen nel suo capolavoro, It. Il sentimento predominante del disco è la nostalgia verso un’America mitica, della gioventù che non riconoscono più in quella attuale. Il cast di Born in the Usa è fatto di operai i quali scoprono che la vita è più dura del mondo promesso dai loro spensierati sogni infantili. Eppure rimane la voglia e la capacità, tipicamente springsteeniana di divertirsi e rispondere ai duri colpi della vita, durante i momenti di difficoltà, cercando sollievo in ogni modo. Del resto parliamo dello stesso autore che in Darkness on the Edge of Town aveva fatto salire sulla collina il suo protagonista e gli aveva offerto un’ultima occasione di redenzione e di libertà. Ed è proprio questa attitudine un po' ambigua che rende Springsteen affascinante e trasversale, a livello politico, tanto che in molti riescono a proiettare su di lui il proprio pensiero. Eppure a parte la bandiera e il titolo, è tutto molto chiaro. Si tratta di un brano di protesta, nel pieno della tradizione di Woody Guthrie e di tutti i padri fondatori della canzone di ribellione e redenzione.   

Mentre in passato Springsteen aveva rinunciato a pubblicare brani come Fire e Because the Night, regalandoli ad altri interpreti, questa volta prima non cede Cover Me, scritta apposta per Donna Summer e in seguito, spinto dal manager Jon Landau, compone una hit come Dancing in the Dark. Brano ambiguo a livello tematico e musicale, diventerà il primo singolo per lanciare il disco e per aprire la strada al successo mondiale, ovviamente meritato e costruito in oltre dieci anni di carriera discografica. Eppure il vero cuore di questo lavoro sta altrove, in brani intimi e poetici come Bobby Jean, My Hometown, Downbound Train e soprattutto No Surrender. Oggi riascoltandolo ci troviamo tra le mani un disco forse imperfetto e un po' datato, ma fatto di canzoni vive, grondanti sangue, nervi e sudore; brani con un'anima capaci dopo oltre 35 anni di reclamare ancora giustizia e la loro giusta collocazione all'interno di un canzoniere ricco e vario.

Bruce Springsteen però nel mezzo del cammin, vince la sua sfida e stacca il biglietto per la tanto agognata Promised Land. Niente sarà come prima, ma non era quello il sogno del ragazzino che era impazzito in tv guardando Elvis prima e i Beatles, dopo?

Il verdetto dei critici:

“Nonostante la familiarità di temi e forme, Born in the USA si schiera contro la storia e suscita qualche emozione fuori moda. Forse preferite un divertimento meno crepuscolare, ma questo non è semplice divertimento.” (Adam Sweeting, Melody Maker, luglio 1984)

Abbandonato le chiacchiere da ribelle che trionfa, Springsteen qui mostra quel genere di integrità morale e artistica che raramente si confà al rock. La potenza di questo lavoro sarà meno vistosa e inebriante, ma è molto più reale rispetto al passato. È la potenza di un artista che ha il coraggio di affermare il vero. (Charles Murray, NME, agosto 1984)

Dario Greco, blogger

giovedì 26 agosto 2021

Born To Run, oggi

 

Scrivere come Dylan, cantare come Orbison


Born To Run, oggi.

"Volevo fare un disco che avesse le parole di Bob Dylan e la musica di Phil Spector. Ciò che desideravo maggiormente però era cantare come Roy Orbison." Così Bruce Springsteen commenta le intenzioni del suo terzo disco, il primo vero successo commerciale della sua lunga carriera. Fin dalle sue prime note di Thunder Road l'album conquista l'ascoltatore, per merito di storie accompagnate da melodie accattivanti. La chiave tematica del lavoro sta tutta nella prima traccia, dove il protagonista propone alla propria partner di scappare da una vita vuota e povera di speranza. Le parole di Born To Run, che raramente si possono accostare a quelle di Dylan, rappresentano la ricerca del loro destino. In Born To Run il protagonista chiede se l'amore di lei è selvaggio, ma soprattutto se è vero. Tuttavia alla fine della corsa permane il senso di speranza, di poter un giorno camminare nel sole, nonostante la propria natura sia più adatto a correre per riscattare la propria vita.

E' questo il fulcro della poetica springsteeniana di questo periodo. Un po' di innocenza e di speranze, la ricerca lenitiva di redenzione, essere pronti alla battaglia, a tutti i costi. Il territorio dove si muovono i suoi protagonisti è saturo di trappole: ci sarà da combattere per avere il proprio posto nel mondo. Springsteen è un cantore onesto, ma coraggioso, che ci fa vedere sangue, sudore, lacrime e qualche sorriso. Soprattutto ci fa vedere molte immagini degne di una bella pellicola hollywoodiana, a tutta velocità. La musica che lo accompagna è grandiosa e carica di enfasi e pathos. Sono piccole storie, forse, ma l'architettura con cui le ascoltiamo hanno il respiro grandioso della migliore epica. Questo non a caso sarà il primo passo per il successo mondiale, con una manciata di brani che sono rimasti nell'immaginario collettivo e che hanno fotografato un giovane autore nel momento della sua esplosione creativa. I testi sono racconti gagliardi e ricchi di sfumature, al pari della musica che li accompagna. Le immagini che ci restano addosso sono frammenti di sogno e di verismo, sapientemente miscelati come un carburante speciale per superare le catene del vivere quotidiano.

Bruce Springsteen come autore e come esecutore vince la sua gara più difficile ed è pronto per entrare nel Pantheon del Rock. Da lì in avanti avrà la strada spianata per il successo che a dirla tutta, avrebbe meritato fin dal primo momento, visto che anche i suoi precedenti lavori erano costituiti da brani interessanti e validi. Purtroppo in quegli anni l'attenzione della critica e del pubblico erano orientati su altri messaggi, suoni e atmosfere. Oggi però riascoltare soprattutto il lato B del suo secondo disco è una emozione senza termini di paragoni, proprio come l'intero Born To Run; capolavoro voluto e cercato, nei temi, nelle atmosfere e nella voce di chi ha cantato davvero come se potesse eguagliare (forse senza riuscirsi) il grande Roy Orbison, il mito di Elvis Presley e tutto l'empireo del rock and roll classico. 

Oggi a distanza di tempo sappiamo bene che Springsteen è parte integrante di questo discorso, della tradizione e di ciò che è stato probabilmente il futuro del rock and roll, al pari di altri artisti come Bob Seger, John Mellencamp e Tom Petty.

Dario Greco, blogger

lunedì 23 agosto 2021

Cinque domande per Dario Greco - A cura di Nicola Gervasini

Cinque domande per Dario Greco - A cura di Nicola Gervasini.

 

-           Su Facebook e tramite le tue pagine e i tuoi blog ti spendi nel realizzare articoli retrospettivi sull’opera di artisti oggi visti come legati ad un passato di Classic Rock come Bob Dylan, Van Morrison o Bruce Springsteen, a chi pensi di rivolgerti quando scrivi?

Tendenzialmente mi rivolgo a me stesso, ai miei amici stretti e a chi condivide come me una certa passione per la musica pop. Sono cresciuto negli anni novanta, quando ogni cosa ci sembrava un regalo enorme destinato esclusivamente a noi stessi. Vengo da una piccola città dove ho mosso i primi passi, musicalmente parlando, militando in rock band, facendo radio e scrivendo per il giornalino del liceo. L’interazione con gli altri era la molla per uscire da quell’ intimo torpore. A quei tempi c’era un costante scambio di opinioni, libri, cd e cassette (VHS e MC). I miei amici più stretti erano appassionati soprattutto di fumetti, ma io avevo occhi solo per la narrativa americana e per certo cinema di autori come Scorsese, Coppola, Cimino e Altman. È stata quella la mia palestra narrativa. A quindici anni lessi durante una occupazione studentesca On the road di Jack Kerouac e lentamente mi avvicinai anche alla musica rock americana, principalmente. Nel corso del tempo sono cambiate molte cose, ma le persone a cui spero di rivolgermi sono di base le stesse. Sono cambiate le modalità per farsi conoscere, ma non il modo e il sentimento che mi spinge a esprimere il mio punto di vista. Anche perché ai miei amici continuano a piacere i fumetti, ancora oggi. Quindi mi tocca espandere il bacino di utenza, per ragioni vitali e fisiologiche. 

-           Hai appena pubblicato delle pillole sull’opera di Bruce Springsteen, artista che in passato è stato fatto oggetto di un’ampia letteratura sia nelle riviste che nei libri, che tipo di rilettura ritieni sia ancora necessaria nel 2021?

Ho pubblicato Dieci Pillole Springsteeniane, anche se in realtà sono molte di più, senza una ragione precisa. Stavo facendo running nel tentativo di smaltire qualche chilo di troppo e su Amazon Music è partita The River. Tornato a casa senza riflettere ho scritto una breve considerazione sul brano, uno dei migliori di Springsteen. Pensavo fosse un pensiero abbastanza banale, eppure appena l’ho pubblicato sul mio profilo ho ricevuto una sfilza di like e commenti, alcuni anche un po’ piccati. Da qui ho capito che stava per venire fuori una nuova rubrica tematica. Per rispondere meglio alla tua domanda ritengo che ci siano ottimi testi critici su Bruce Springsteen, alcuni scritti anche da autori italiani. Penso ad esempio a Nativo Americano di Marina Petrillo. Ultimamente dato che sono un nostalgico di certo rock, mi sono imbattuto nel testo di Louis P. Masur, Runaway Dream, libro dedicato a Born To Run e alla visione americana di Bruce Springsteen. Anche se il vero testo fondamentale rimane per me quello di Dave Marsh, Born To Run. Se proprio dovessi indicare un unico testo, la mia scelta ricadrebbe su quello, senza alcun dubbio. Un discorso attuale per il 2021, come per il 1999, anno in cui lessi questo testo. 

-           Assistiamo ad un momento di ricambio generazionale nel mondo del rock, ma tra i giovani non solo in Usa continuano a nascere figli artistici dei vecchi leoni, segui con interesse anche le nuove leve (anche italiane) o ritieni che ormai si possa solo sopravvivere di citazionismo e tributi?

Guarda, non amo molto le etichette quando si parla di musica. Sono appena stato a un concerto in riva al Lago Cecita dove si sono esibiti tre gruppi, tra cui Ghemon, noto artista del panorama italiano. Per quanto riguarda le nuove leve credo ci siano molti artisti promettenti sparsi in tutto il mondo. Il problema è che il modo di fruire la musica è cambiato in modo radicale. Difficile quindi fare dei paragoni col passato, se le novità vengono da contesti come un reality e non dalle scene alternative, che sono vitali e pulsanti. C’è una scena in ogni città di media grandezza. Cosenza ne è un esempio. Il 2020 secondo me è stato un anno di svolta, dove sono venute fuori ottime band e nuovi progetti. Serve tempo e attenzione da parte del pubblico. Facile appassionarsi per cose come The War on Drugs o Tame Impala, mentre è più complicato avvicinarsi alle scene alternative per vedere chi potrebbe essere il nuovo Ryan Adams o la band capace di scalzare Wilco e Calexico dallo status di cult band. Non so se mi spiego…

-           Hai dato vita anche a pagine satiriche. In passato ho notato che quando si fa satira sul rock sono in pochi quelli disposti a mettere in gioco la sacralità dei propri eroi, come dire che il fan e il musicofilo perdono il senso dell’umorismo quando si tratta di scherzare sulla musica che amano. Ti ritrovi in questa sensazione?

Mi ritrovo certamente, ma non per questo perdo la speranza che un altro umorismo rock sia possibile. Da poco ho lanciato la pagina "Situazionismo Dylaniano", riproponendo uno schema vincente, che avevo già messo in pratica anni fa con Le origini del male e Pe’ Provoca’. Sono cambiate molte cose, ma su Instagram c’è una pagina dedicata ai meme di Tom Waits che mi fa impazzire. La trovo semplicemente esilarante. Spesso però è come dici tu: sono in pochi ad apprezzare questo tipo di umorismo sui propri beniamini. Forse questo stesso atteggiamento vale anche per differenti campi e settori, penso ad esempio al cinema, alla narrativa o al mondo dell’arte. Diciamo che mi piace andare avanti e non pensarci più di tanto. Le nuove leve ci daranno idee da sfruttare e da realizzare. Basta saper cogliere il momento, come si usa dire…

-           Ultimamente ti sei dedicato a Bruce Springsteen, artista che è molto uscito dai riflettori in questi anni a parte l’amore della sua solida fanbase. Credi il suo continuo spendersi anche a livello politico con un endorsement per Obama (sfociato in questi giorni addirittura in una trasmissione televisiva tenuta da entrambi) gli abbia in qualche modo fatto perdere una propria indipendenza e verginità d’artista o gli abbia dato nuova vitalità per scrivere nuove canzoni?

Ho una grande passione per la musica di Springsteen, questo mi sembra evidente. Per me è stato un modo per scoprire cose davvero affascinanti, di cui non sapevo molto, durante la mia adolescenza. Detto questo negli anni ho sviluppato un certo pensiero critico e non amo tutto ciò che dice, produce e pubblica, specialmente in questi ultimi anni. Non sono impazzito per la sua autobiografia e non ho inteso bene lo scopo dell’opera Springsteen on Broadway. Questo però è un mio limite e un gusto personale. Ci tengo a specificarlo in modo chiaro. Amo il mito e la leggenda, non la spiegazione e la necessità di distruggere tutto quello che era stato creato in oltre 30 anni di carriera. Per quanto riguarda il discorso endorsement per Obama, non mi sono fatto un’idea precisa, dato che non seguo molto la politica Usa. Non mi appassiona, anche se noto che in Italia la cosa è molto seguita e apprezzata dai più. È innegabile che Springsteen stia cercando di trovare una nuova strada. L’ultimo disco pubblicato durante lo scorso ottobre, Letter To You, ha chiuso in modo abbastanza netto un ciclo. La narrazione è da sempre al centro della sua poetica e della spinta che lo porta a produrre nuovi lavori. Per quanto riguarda indipendenza e verginità artistica, ritengo che Springsteen dopo gli anni ottanta sia un autore profondamente diverso. Eppure di tanto in tanto si permette il lusso di scendere dall’altarino, tirando fuori dal cappello opere come Devils & Dust, The Ghost of Tom Joad e lo stesso Wrecking Ball, disco poco amato e frainteso, nella sua produzione. Non è facile capire quale sarà il prossimo passo. Io ancora sogno e spero che possa realizzare una sorta di American Recordings 2.0. Va bene, Cash era un’altra cosa, ma Rick Rubin potrebbe davvero ispirare e guidare Springsteen in una nuova avventura sonora e discografica. Un po’ ci conto, te lo confesso!


Dimenticavo una cosa importante! Ci tengo a ringraziare gli amici di Badlands.it, Gaia di Io? Sono Springsteeniano e il mio amico Alessandro Aloe che ha realizzato la bellissima grafica (Moriarty Graphics) per Dieci Pillole Springsteeniane.


Cosenza, lì 23/08/2021

martedì 17 agosto 2021

Chapter and Verse - A cura di Dario Greco


Con We Shall Overcome: The Seeger Sessions, Bruce Springsteen torna alle sue radici. In più di un senso. Questo disco segna infatti il ritorno a un metodo di lavoro domestico, nella stessa modalità con cui aveva ottenuto opere di valore come Nebraska e Tunnel of love. 

"Era come una giostra, il suono della sorpresa e la semplice gioia di suonare. Un ritorno all'informalità e all'eclettismo della musica dei miei inizi." Springsteen accenna qui ai suoi primi dischi, come metodo di lavoro e di registrazione, presumibilmente. In effetti si respira aria di festa, un progetto felice e divertente, ma anche impegnato e di altissimo profilo. Non è un caso se in quello strano 2006 il disco venga salutato con grande entusiasmo dal pubblico e con i giusti favori di una critica per una volta ben imbeccata. Qui troviamo un band leader che strilla i cambi di accordo, con musicisti capaci di suonare senza spartito e senza prove formali. Buona la prima, basta che ci sia la scintilla della creatività. Un po' secondo il metodo di lavoro di Bob Dylan e di tanti altri artisti che suonano nel solco e nella tradizione ricca e mutabile del folk. A volte però più che il country o la jig sembra di sentire una fusion tra E Street Band e Pogues. La cosa che colpisce è come Springsteen riesce a far suo uno stile che apparentemente non gli appartiene. Ma siamo seri: esiste davvero un genere di musica americana che non è nelle corde di un musicista così eclettico? Springsteen durante la sua carriera ha davvero suonato e scritto di tutto. Oltrepassando generi, confini, leggendo a naso mappe e sentieri inesplorati. Qui nelle vesti di trovatore e archeologo se la cava niente male, tanto che alla fine parlerà di questa esperienza come una delle più tonificanti di sempre. Sarà un caso? 

È un disco importante anche per un motivo triste: fu proprio qui che Springsteen troverà un degno sostituto per l'organista Danny Federici: Charles Giordano. Il merito però è soprattutto della violinista Soozie Tyrell. Fu lei a reclutare la band che si mise a suonare nella fattoria di Springsteen nel New Jersey.

Il disco nella sua versione American Land costituita da 18 tracce è una vera delizia. Si arricchisce di vigore e di potenza sonora di fuoco. Violini, percussioni, fiati e ottoni sono sempre ben a fuoco, sugli scudi. Eppure si ha l'impressione di un lavoro rilassato, quasi svagato, da clima di festa un po' alcolica. Questa è la cifra stilistica, questo rende We Shall Overcome: The Seeger Sessions un diamante grezzo, unico nel suo genere e nel canzoniere springsteeniano. Le canzoni selezionate vengono da genere e ambiti differenti, ma tutto è mischiato alla perfezione, con la cultura e la sensibilità musicale del trovatore. In questi anni abbiamo ascoltato dischi molto belli come Trouble No More di John Mellencamp, ma questo primo lavoro targato Seeger Sessions ha l'agilità, la potenza e la forza dei giovani leoni. Sembra una cosa stile Mumford & Sons, per intenderci, con le delicatezze di Calexico e una spruzzata alla Avett Brothers. Qui e là sbuca fuori Dylan, lo stesso Pete Seeger e Woody Guthrie, perfino il Night Tripper, Dr. John. Insomma siamo dalle parti del genere Americana e le radici affondano un po' dappertutto, ma ovunque questo disco suoni o si sposti becca una pepita d'oro, uno zircone o qualche altro materiale di valore e di qualità assoluta. È un disco che trasuda carisma, anima, sa di legno buono e di chi riesce con leggerezza a sollevarsi e a librarsi sullo spirito della migliore musica statunitense, pescando qua e là anche dalla tradizione e dal folklore europeo. Chiunque dovrebbe ascoltarlo e usarlo come colonna sonora di una festa. C'è dentro la vita e c'è dentro una rilettura affascinante di quello che l'umanità è stata e che con coraggio e consapevolezza può ancora essere. Grazie per la lezione di vita e di musica, Professor Springsteen!

La critica su We Shall Overcome: The Seeger Sessions

Non c’è mai stato nulla di simile nella carriera di Springsteen. Dapprima senti un violino e una chitarra che duellano come quelli dell’Hot Club de France negli anni Venti, mentre un attimo dopo ecco la marcia funebre della Crescent City in tutto il suo splendore.

Questo è un tribute album folk-gospel con armonie e ritornelli così potenti da far pensare all’intera popolazione del Jersey in Technicolor in marcia sul grigio fiume Hudson.


Chapter and Verse - A cura di Dario Greco