domenica 28 novembre 2021

Moondance (1970)

Moondance (1970)

Scrivere di un disco come Moondance potrebbe sembrare facile, un po' banale, a tratti scontato.

Entriamo in effetti in quel territorio noto ai critici di mestiere, gente che non è mai stata tenera nei confronti della produzione discografica di artisti come Bob Dylan, Neil Young e ovviamente il Nostro Van Morrison non sfugge a questo tipo di logica. Ricordo che proprio mentre stavo scoprendo quelli che sarebbero diventati i miei artisti preferiti lessi una cosa del genere a proposito di "Love and Theft" di Dylan: "Siccome il compito di questo libro è quello di proporre un ascolto critico, chi scrive non si accoda al generale entusiasmo, anzi, come tutti gli ultimi dischi di quasi tutte le vecchie glorie del rock come Neil Young, Van Morrison, Paul Simon e Paul McCartney, neanche questo di Dylan è un bel disco, con buona pace dei più fedeli cultori del suo mito." L'autore era Cesare Rizzi per la collana Atlanti Musicali Giunti, a cura di Riccardo Bertoncelli. Ora, non nascondo che all'epoca di Van Morrison conoscessi solo alcuni dei suoi più grandi successi, più che altro legati alla visione di film e documentari come An American Werewolf in London di John Landis e The Last Waltz di Martin Scorsese (e successivamente anche I Tenenbaum di Wes Anderson). Faccio questa premessa per dire che sì, bisogna sempre proporre un ascolto critico, nei limiti del possibile, ma trovo davvero incomprensibile applicare l'idea di critica musicale dei vari Fabretti, Scaruffi, Rizzi e Bertoncelli. Specialmente perché poi ogni critico ha il suo scheletro nell'armadio stile "So cosa hai fatto". Bertoncelli sembra un personaggio uscito da Caro diario di Moretti, quando il protagonista si reca in casa del critico per rileggergli tutte le cazzate scritte negli anni su film americani di dubbio gusto estetico (almeno secondo Moretti). Nello stesso modo mi piace pensare a Bertoncelli impallinato da qualche giovane talentuoso per uno dei suoi delitti perfetti: ne cito uno solo a caso, "Una vita da mediano - Ligabue si racconta". Proprio così. Chissà se in quel caso il compito fosse differente rispetto a quello di proporre un ascolto critico, vero Mister Riccardo Jones?

Ma sto decisamente divagando. Ormai il fantasma di Lester e quello di Cuzzo (Stefano Cuzzocrea) si sono impossessati della mia mente e mi tocca tornare in me, se voglio davvero provare ad analizzare Moondance. In effetti basterebbe evitare di leggere certe cose per la propria salute mentale e ascoltare semplicemente i dischi. Moondance è il terzo album in studio per Van Morrison ed è stato pubblicato il 27 gennaio 1970 dalla Warner Bros Records, dopo il "flop" di Astral Weeks, disco che fortunatamente diventerà prima di culto, poi sarà completamente rivalutato e considerato un assoluto capolavoro nel canone dell'autore irlandese. Ora però siamo nel 1969 e Morrison deve cercare di riparare al danno, motivo per cui si trasferisce nello stato di New York con sua moglie e inizia a scrivere le canzoni per Moondance. Qui incontra i musicisti che in seguito prenderanno parte alle sessioni, che si svolgeranno durante l'estate dello stesso anno. L'album ha visto Morrison abbandonare le composizioni folk jazz di Astral Weeks a favore di canzoni composte in modo più formale, che ha scritto e prodotto interamente da solo. Il suo ritmo vivace e la musica blues/rock erano lo stile per cui sarebbe diventato famoso nel tempo. La musica incorpora suoni soul, jazz, pop e folk irlandese nelle canzoni sulla ricerca del rinnovamento spirituale e della redenzione a contatto con la natura, la musica, l'amore romantico e l'autoaffermazione.

Moondance è stato un immediato successo, sia a livello di critica che commerciale. Ha contribuito a stabilire Morrison come uno dei principali artisti della musica popolare, mentre molte delle sue canzoni sono diventate punti forti della radio FM nei primi anni '70. Tra i dischi più acclamati della storia, Moondance si colloca spesso nelle liste dei più grandi album della storia del rock. Nel 2013, l'edizione deluxe rimasterizzata dell'album è stata un ulteriore successo commerciale; ma andiamo a vedere come si compone il disco e quali sono i tratti e gli aspetti degni di nota che lo caratterizzano.

Il lato A di Moondance

Il lato A del disco si apre con una sequenza di brani per cui Van Morrison viene sempre ricordato dalla critica rock militante, per aver creato una delle migliori facciate di tutti i tempi, sotto il punto di vista compositivo, qualitativo e creativo. La sequenza comprende i seguenti brani: And It Stoned Me, Moondance, Crazy Love, Caravan e Into the Mystic. Se non le conoscete, un po' vi invidio. Si tratta di un'esperienza a metà tra l'anima, la carne e il suono che solo in quel periodo poteva essere realizzato e messo su disco. Nel '69 Dylan era in fase Nashville Skyline, i Beatles non esistevano più e Neil Young aveva da poco rilasciato il suo primo album dal titolo omonimo. Van Morrison aveva già alle spalle la sua carriera come leader dei Them, ma soprattutto aveva già inciso due dischi, uno di successo e uno che sarebbe entrato di diritto nella storia della musica.

Eppure il merito della sua fortuna lo si deve in larga parte a questa prima facciata di Moondance.

Dal primo beat di batteria della traccia di apertura, And It Stoned Me, "Moondance" fa capire qual è il suo compito e la missione da portare a termine: essere sobri, concisi e adatti ai gusti radiofonici di quel momento storico. Ed è per il suo autore un ritorno a un sound più rock/jazz/blues. Pur conservando parte dell'atmosfera eterea del suo album precedente, And It Stoned Me, inizia con una canzone piacevole, orecchiabile e radicata nella reminiscenza. Con lo sguardo indietro alla pura gioia della giovinezza che Van ha celebrato in Brown-Eyed Girl, ma con il sentimento dell’amicizia a rimpiazzare egregiamente quello dell’amore giovanile. In poche parole: un brano calmo che celebra l’esuberanza. Venendo alla title track, Moondance, è chiaro il motivo per cui questo pezzo è rimasto per oltre cinquant’anni come uno dei maggiori successi del suo autore. Tiene il passo con una qualsiasi delle grandi canzoni jazz, per merito della band condotta dalla batteria di un percussionista come Gary Mallaber, che qui si esibisce in una convincente prova dove fa utilizzo delle spazzole, dal basso di John Klinberg che simula il battito di cuore di uno spasimante, dal pianoforte essenziale ma al contempo virtuoso di Jef Labes e dalla chitarra di John Platania, coi suoi armoniosi accordi jazzati. Ma tutto questo non sarebbe comunque sufficiente se non ci fosse la prova vocale di Morrison a reggere e a garantire ulteriore qualità e autorevolezza al pezzo. Brano che oggi conosciamo come uno standard pop-jazz, ma che è di fatto uno dei marchi di fabbrica del canone morrisoniano. La prova vocale di Morrison è sostenuta poi dalla sezione fiati che contempla il flauto di Collin Tilton e il sax di Jack Schroer. Crazy Love è una canzone che omaggia Ray Charles, sia nel testo che nella musica. Cantando in una gamma più alta, la dolcezza della voce di Morrison ricorda per certi versi quella di Smokey Robinson. Questo è un delizioso omaggio al puro incanto. La canzone gronda semplicemente un'anima dolce ed è splendida nella sua esecuzione e nella composizione minimale. Il brano successivo, Caravan, è una delle canzoni più contagiose che possiate mai ascoltare. Con la sua enfasi sui tempi pari, attira e ammalia, con un Morrison che qui si abbassa a livello vocale, costruendo un’architettura sonora che in seguito avrebbe fatto scuola (vedi Bob Seger, Springsteen, Costello e Mellencamp) e che costringe l’ascoltatore al movimento. Fatto curioso, nel suo libro 31 canzoni, lo scrittore inglese Nick Hornby, definisce la sua versione live come brano perfetto da suonare al proprio funerale! In effetti anche in questa prima versione studio, la canzone ci da un po’ l’effetto di poter andare avanti ancora per qualche minuto. Il testo è ipnotico, quanto enigmatico e leggenda vuole che Morrison l’abbia composta in una casa in legno dove per uno strano fenomeno acustico era in grado di sentire una radio che si trovava molto lontana rispetto all’abitazione. Protagonista del brano è una ragazza zingara che fa parte di una carovana. Il tema gitano da questo punto in poi diventerà frequente nelle composizioni di Van Morrison, specialmente tra il 1970 e il 1972, quando inciderà appunto il brano Gypsy. Conclude il lato A una delle canzoni più memorabili scritte da Van Morrison: Into the Mystic, definita non per niente come il punto più alto dell’intero lavoro. Il lavoro che compie l’autore è straordinario, sorprendente, eppure al contempo coeso e funzionale. Qui infatti troviamo un mix convincente tra un canto marinaresco, un’ode alla natura e alla spiritualità diligentemente condotto su una melodia funky e al contempo eterea. Fosse finito così il disco, sarebbe già stato più che sorprendente, invece prosegue ancora con altre cinque tracce. Non possono competere con il primo lato, ma anche Come Running, These Dreams of You, Brand New Day, Everyone e Glad Tidings, fanno il loro egregio lavoro.

Considerazioni finali

È possibile far convivere Bob Dylan, Ray Charles, Frank Sinatra, The Band, il folk irlandese e i canti dei marinai in un unico disco? Moondance pare essere la miglior risposta possibile a questo assurdo quesito. Gli interessi lirici di Van Morrison su Moondance sono quindi incentrati su ballate per marinai e strane processioni gitane. "Into the Mystic" è una traccia così ipnotica e rassicurante che secondo un sondaggio condotto dalla BBC alla fine degli anni '90 diventa un must per i chirurghi da ascoltare mentre operano i loro pazienti. L’autore però sembra non attribuire tutta questa importanza al brano, commentandolo così: "Immagino che la canzone riguardi semplicemente l'essere parte dell'universo". "Realizzare i sogni se lo vogliamo", canta Van Morrison nella penultima traccia dell'album, "Everyone". Per il cantante di Belfast, il lungo sogno che si avvera sarebbe diventato un continuo Comma 22, anche perché essere famosi non è poi così fantastico per il processo creativo", avrebbe detto egli stesso durante un’intervista del 2015. Moondance di Van Morrison, nonostante il tempo scorra, rimane uno dei suoi più luminosi e stellari lavori in studio. Alcuni di questi brani sono a livello unanime riconosciuti come autentici classici e capolavori, difficilmente replicabili anche dal suo stesso autore. Forse non sono proprio le canzoni più conosciute a livello popolare, ma il loro fascino e la naturale bellezza, hanno brillantemente superato la prova del tempo. Per un autore non sempre commercialmente appetibile, questo è sinonimo di successo e di longevità artistica, escludendo il concetto di bellezza, magia e di un linguaggio poetico che raramente abbiamo ascoltato in musica.

Testo a cura di Dario Greco


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE -   

lunedì 22 novembre 2021

A Period of Transition (1977)




Riascoltando A Period of Transition (40 anni dopo)

Ci sono dischi che vengono collocati per questioni di convenzione e di fretta in modo approssimativo. Le motivazioni sono spesso molteplici e intrinseche, dettate da tempi, modi e concetti sbagliati o anacronistici. Tra questi lavori, sovente vi finiscono anche prodotti di buona levatura, come nel caso di questo A period of Transition di Van Morrison. Disco che ha un solo peccato originale: arrivare dopo una sequenza di titoli capolavoro che rispondono al nome di Astral Weeks, Moondance, Saint Dominic’s Preview, Veedon Fleece e del live It’s too late to stop now. La critica e il pubblico non diedero la giusta attenzione a un lavoro dove il sound, gli strumenti e il mood macinano bene sin dai primi accenni di You Gotta Make It Through the World. Dichiarazione di intenti che si traduce in un approccio estremamente black in stile Motown. In cabina di regia, oltre che alle tastiere, siede assieme allo stesso Van Morrison, quel grande talento che è stato Dr. John. L’apporto del pianista di New Orleans è più che evidente in tutte le tracce di questo lavoro, ma la cosa più incredibile e impressionante è la mimetica adottata nella scrittura da Van Morrison. L’irlandese mai come in questo caso, si appropria dei suoni pulsanti del funk, del soul e del jazz, che erano stati la cifra stilistica di enorme impatto e successo commerciale di lavori come Talking Book, What’s Going On e Super Fly. Il lavoro di dinamiche basato sulla regola di vuoti e pieni, rende il suono di A period of Transition unico nel canone morrisoniano. Dr. John definirà il disco come a real spiritual sound. C’è qualcosa di estremamente profondo e concettuale in queste incisioni. Un robusto e grasso R&B che deve qualcosa al discorso inaugurato poco tempo prima dal Billy Preston di The Kids & Me. Un suono ricco, che trasuda voglia di muovere le gambe, come era d’uso all’epoca. Sarebbe interessante poter accedere a un archivio video e fotografico dell’epoca. Il look di molti session man e musicisti, ci direbbe sicuramente qualcosa di valido e interessante, sull’atmosfera che determinava le incisioni di questi lavori. Mi spiego meglio: A Period of Transition non è Gumbo e non è certo un successo come Song in the Key of Life, ma è un atto dovuto e programmatico, visto che i suoni sono cupi, tutti basate su doppie e triple tastiere e suoni graffianti ma compatti. Eppure con poca fantasia provate a immaginare You Gotta Make It Through the World inserita in una soundtrack di un film di Quentin Tarantino con Samuel Jackson che fa uno sproloquio sull’apporto dei turnisti alla realizzazione di un capolavoro di casa Motown. Il lavoro effettuato dai fiati è saporoso di Stax e dona un colore caldo e d’impatto. La migliore definizione per questo disco è univoca: spirituale. E’ chiaro che Dr. John e Van Morrison stavano cercando di ritrovare le origini in un tipo di musica che conoscevano bene, che volevano in qualche modo omaggiare. Un disco come A period of Transition oggi verrebbe certamente salutato dalla critica come un mezzo capolavoro. Un lavoro certamente di genere, dove emerge forse un po’ di mestiere, ma meritevole di essere ascoltato e suonato a tutto volume. La potenza del tiro di It Fills You Up esplode ancora una volta ed è merito, oltre che della sezione ritmica, in grande spolvero, dei fiati, dell’armonica e dei cori. Qui la linea di basso trasuda potenza e la batteria disegna un cerchio di fuoco dentro cui muoversi in scioltezza. Questo è solo un preludio, buono per gli spettacoli live, visto che il bello deve ancora venire. The Eternal Kansas City, pezzo unico nel canone morrisoniano, è la vera gemma di questo disco. Basterebbe questo brano per chiudere ogni discorso e decretare che questo disco è da rivalutare a pieni voti. Non un capolavoro, ma nemmeno quel lavoro di solo mestiere e di pochezza di idee, di cui si era scritto con sciatteria al momento della sua uscita nel 1977. Uno degli artefici di questo suono è sicuramente il batterista Ollie E. Brown, che già aveva suonato nei dischi di Billy Preston e soprattutto in quelli di Sly and the Family Stone. Van Morrison, come da tradizione, infila una sfilza di nomi celebri nei suoi testi, da Charlie Parker a Count Basie, da Lester Young a Jimmy Witherspoon. Oggi viene semplice accostare questo splendido brano al film (quasi omonimo) di Robert Altman del 1996 interpretato da Jennifer Jason Leight e Harry Belafonte. Sorpresa, sorpresa! Alla chitarra c’è anche un altro musicista Motown: Marlo Henderson, che ha suonato, tra gli altri con Ray Charles, Buddy Miles e Stevie Wonder. Ad aggiungere valore fusion ci pensa poi il basso di Reggie Mc Bride, session man utilizzato ancora una volta da Stevie Wonder, ma anche da Herbie Hancock, Al Jarreau, John Lee Hooker e B.B. King. Van Morrison è ispirato e spiritato come non mai, mentre intona il gioioso volo dei pellicani in Flamingos Fly. Il disco si avvia alla sua conclusione con due brani di ottima fattura come Heavy Connection e Cold Wind in August

Disco breve e anomalo, nel canone morrisoniano, che rende meglio nelle vesti di autore cantautore, ma che qui si diverte e fa divertire con questo miscuglio di black music uscito però per una label come Warner Bros. Ultima nota sull’arrangiamento dei fiati romantici di Heavy Connection. Anche il fraseggio del Nostro è qualcosa di epico, un brano decisamente evocativo che profuma di anni settanta fino al midollo.

     Ad avercene oggi di dischi come A period of Transition.



domenica 21 novembre 2021

Veedon Fleece (1974)

Veedon Fleece (1974)

-        Proemio

Non è mai leggera né facile la tenerezza. Secondo un modo di pensare convenzionale, è più semplice scrivere di argomenti che ci appartengono e che ci stanno maggiormente a cuore. Riteniamo che sia un luogo comune da sfatare.

Non è semplice scrivere adesso di un disco come Veedon Fleece, ma per la verità non è stato semplice neppure giudicarlo nel 1974, anno della sua pubblicazione. Ne sa qualcosa il critico di Rolling Stone, Jim Miller, che suo malgrado è diventato famoso per aver scritto una delle cose più scriteriate, faziose e fuori fuoco di sempre. Bisogna riconoscere che scrivere di un artista come Van Morrison non è mai facile, nemmeno per chi, come noi, sostiene che si tratti di uno degli artisti maggiori e più influenti della sua epoca. Ancora più complesso diventa analizzare un lavoro come questo, che in un certo modo si può accostare al suo capolavoro assoluto, che risponde al nome di Astral Weeks. In effetti sono quattro i dischi assolutamente da non perdere per chi vuole conoscere Morrison, senza affrontare per forza l'intera produzione musicale. I quattro album rispondono al nome del già citato Astral Weeks del 1968, a cui seguiranno Veedon Fleece del 1974, Common One del 1980 e No Guru, No Method, No Teacher. Ci sarebbero da aggiungere poi altri dischi riusciti, ma per evitare di dilungarsi troppo, ne parleremo in separata sede. [...]

-         Invocazione

Veedon Fleece è l'ottavo album in studio del cantautore nordirlandese Van Morrison, pubblicato il 5 ottobre 1974. Morrison ha registrato l'album poco dopo il divorzio dalla moglie Janet (Planet) Rigsbee. Con il suo matrimonio ormai alle spalle, il cantautore visitò l'Irlanda in vacanza per trovare nuova ispirazione, arrivando il 20 ottobre 1973, assieme alla fidanzata Carol Guida. Mentre era lì scrisse, in meno di tre settimane, le canzoni incluse nell'album, fatta eccezione per "Bulbs", "Country Fair" e "Come Here My Love". I testi, composti attraverso la tecnica del flusso di coscienza, lo rendono accostabile al precedente album Astral Weeks, ma in effetti in questa occasione è evidente come l’impianto musicale sia in debito verso atmosfere celtiche, maggiormente acustiche, se vogliamo più essenziali, rispetto al lavoro del 1968. Non è un caso se la critica più attenta parlerà di capolavoro dimenticato, realizzato con maggiore consapevolezza e maturità, nel canone del suo autore. Durante i mesi estivi del 1973, Morrison aveva intrapreso un tour di tre mesi con la sua band di undici elementi, la Caledonia Soul Orchestra. Sebbene i concerti e l'album dal vivo, It's Too Late to Stop Now, siano diventati famosi per Morrison, fotografandolo in uno stato di grazia, il tour è stato fisicamente ed emotivamente estenuante. Morrison decide di prendersi una vacanza, tornando in Irlanda dopo un'assenza di sei anni per registrare un programma televisivo nazionale. Dopo aver affrontato la procedura di divorzio all'inizio dell'anno, Morrison era ora accompagnato dalla sua nuova fidanzata. La vacanza durò quasi tre settimane durante le quali visitò solo la parte meridionale dell'isola e non si avventurò nella sua nativa Irlanda del Nord per motivi di sicurezza, vista la situazione turbolenta di Belfast. Nel 1978 Van Morrison ha ricordato di aver registrato le canzoni quattro settimane dopo averle scritte: "Veedon Fleece era un gruppo di canzoni che ho scritto e registrato quattro settimane dopo averle composte. Quando fai un album scrivi alcuni brani; potresti avere quattro canzoni e forse ne scrivi altre due, improvvisamente hai abbastanza canzoni per un album." Secondo il batterista Dahaud Shaar, le tracce sono state stabilite in modo molto informale. Il bassista David Hayes afferma che: "Ogni sera per una settimana è arrivato con due o tre nuovi brani e abbiamo iniziato a suonare con lui, senza troppe indicazioni, in modo semplice e diretto". Jim Rothermel ha ricordato che durante le sessioni di registrazione dell'album in California le canzoni erano spesso la prima take e che i membri della band a volte non avevano sentito le canzoni in precedenza. Gli archi e i legni sono stati arrangiati da Jef Labes in uno studio di New York. La canzone "Come Here My Love" è stata composta durante la settimana di sessioni, mentre "Country Fair" proviene direttamente dal periodo di Hard Nose the Highway. "Bulbs" e "Cul de Sac" furono editate a New York con musicisti con cui Morrison non aveva mai lavorato prima: il chitarrista John Tropea, il bassista Joe Macho e il batterista Allen Schwarzberg. L’approccio è molto più rock e pimpante, rispetto al nucleo dei pezzi che caratterizzano l’album. "Veedon Fleece inizia un periodo di crescente fiducia poetica, con una Musa che pur operando attraverso il flusso di coscienza, è sotto il controllo del paroliere". Le canzoni, registrate nell'album, sono state influenzate dal suo viaggio in Irlanda nel 1973 ed era la sua prima visita da quando aveva lasciato Belfast nel 1967. Secondo il biografo Erik Hage: "Veedon Fleece da un punto di vista lirico, mostra maturità, rinnovata fiducia poetica e un cenno diretto alle effettive influenze letterarie." Hage commenta inoltre che musicalmente "può essere visto come un album compagno di Astral Weeks. Le trame musicali morbide e complesse (supportate dall’utilizzo dei flauti e di altri legni) sono quanto di più simile si possa ascoltare in relazione al disco del 1968."

-        Spiegazione

La traccia di apertura, "Fair Play" prende il titolo da un amico di Van Morrison: Donall Corvin, il quale in una espressione colloquiale era solito ripetere “fair play to you” come complimento ironico. È una ballata in 3/4 dove vengono citati i nomi di Oscar Wilde, Edgar Allan Poe e Henry David Thoreau. Secondo l’autore deriva "da ciò che mi passava per la testa" e segna un ritorno alla scrittura realizzato attraverso la formula del flusso di coscienza, già utilizzato in alcune tracce degli album precedenti. "Linden Arden Stole the Highlights" prosegue con "Who Was That Masked Man" (cantata in falsetto) sostenuta da un impianto fortemente lirico, melodico ed evocativo. La trama riguarda un mitologico espatriato irlandese che vive a San Francisco, il quale una volta messo alle strette, diventa violento e poi si nasconde, "vivendo con una pistola". Un riferimento esplicito alla serie tv, The Lone Ranger. Morrison ha descritto l'antieroe Linden Arden come "l'immagine di un immigrato irlandese che vive a San Francisco – un tipo molto duro. "Streets of Arklow" descrive una giornata perfetta nella "terra verde di Dio" ed è un omaggio alla città di Wicklow, visitata durante la permanenza irlandese dell’autore proprio nel '73. Nei versi di apertura della canzone: "E mentre camminavamo per le strade di Arklow, oh i colori del giorno caldi, e le nostre teste erano piene di poesia, al mattino che arrivava all'alba" si diceva che "contenessero i semi tematici di l'intero album: natura, poesia, Dio, innocenza ritrovata e amore perduto” secondo il critico John Kennedy. "You Don't Pull No Punches, but You Don't Push the River" è considerata, non a caso, come una delle composizioni più riuscite di Morrison. Ha rivelato che la canzone aveva un debito considerevole con le letture nella terapia della Gestalt. La terapia della Gestalt si occupa soprattutto di osservare e verificare la consapevolezza del processo dei pensieri, sentimenti e azioni di un individuo, prestando maggiore attenzione al “cosa” e al “come”, piuttosto che al “perché” di un'azione o di un comportamento.

Johnny Rogan sostiene che questa traccia fosse rappresentativa di "un picco sperimentale, un passo estremamente audace che conduce l’autore oltre le proprie capacità di scrittura e di ambizione.” Sulla seconda faccia dell'album troviamo "Bulbs" e "Cul de Sac", brani che si concentrano sull'emigrazione in America e sul ritorno a casa. L'album si conclude con tre canzoni d'amore: "Comfort You", "Come Here My Love" e "Country Fair": le ultime due utilizzano uno stile classico di ballata irlandese. Per Clinton Heylin sono tracce che trattano il potere lenitivo dell’amore, parlando di ciò che l’innamorato riesce a fare per la propria amata. Come Here My Love suona come il canto di un uomo che sta imparando ad amare nuovamente. In termini tematici "Country Fair" è una sorta di sequel del brano "And It Stoned Me", con la differenza che mentre  And It Stoned Me era posto come apertura, la traccia presente su Veedon Fleece viene utilizzata per chiudere il disco. Elvis Costello ha definito  l'album come uno dei suoi preferiti, citando "Linden Arden Stole the Highlights" come il pezzo che rende il lavoro così speciale. Quando venne chiesto a Josh Klinghoffer (Red Hot Chili Peppers) di quale disco non potesse fare a meno, ha risposto: "Veedon Fleece di Van Morrison è il mio disco preferito di tutti i tempi. Lo adoro dall'inizio alla fine; è perfetto".

La foto della copertina dell'album mostra Morrison seduto nell'erba tra due levrieri irlandesi. Il fotografo, Tom Collins, ha scattato la fotografia originale che collocava Morrison e i cani adiacenti al Sutton Castle Hotel, una villa che si affaccia sulla baia di Dublino, dove Morrison soggiornò per la prima volta quando arrivò in Irlanda in vacanza. Diversi autori hanno commentato l'oggetto misterioso, "Veedon Fleece" come appare nel titolo dell'album, citato nel testo della canzone "You Don't Pull No Punches, but You Don't Push the River". Scott Thomas afferma: "Il Veedon Fleece ideato da Morrison è il simbolo di tutto ciò che si desiderava nelle canzoni precedenti: illuminazione spirituale, saggezza, comunità, visione artistica e amore". Steve Turner conclude: "Il Veedon Fleece sembra l'equivalente irlandese del Santo Graal, una reliquia religiosa che risponderebbe alle sue domande, se potesse rintracciarla durante la sua ricerca, lungo la costa occidentale dell'Irlanda." Per Van Morrison il titolo non ha una spiegazione univoca, potrebbe anche trattarsi di un nome proprio di persona. “Ho un intero immaginario di personaggi nella mia testa che sto cercando di inserire in ciò che scrivo. Veedon Fleece è uno di questi e all'improvviso ho iniziato a cantarlo, sotto forma di flusso di coscienza.”

-        Considerazioni personali

Chi scrive non ha ascoltato il disco durante il periodo della sua pubblicazione. Tuttavia, trattandosi di uno dei lavori maggiori, gli ha dedicato numerosi e attenti ascolti, nel corso degli ultimi diciott' anni. Il giudizio finale è che si tratti di un album unico, le cui qualità sono evidenti già dal primo ascolto, quando l'accompagnamento strumentare del brano di apertura “Fair Play” si erge attraverso suggestive pennellate, rintocchi di pianoforte, contrabbasso e batteria spazzolata. Veedon Fleece è quel vino pregiato che conservi in cantina per una occasione speciale. Va saputo apprezzare, a piccoli sorsi e con la giusta atmosfera. In alcune circostanze questo disco è capace di generare emozioni, energie e scosse, di cui a volte ci si dimentica, durante questo frenetico vivere quotidiano. E' un disco che va ascoltato a volume sostenuto su un impianto stereo adeguato, o in alternativa in cuffia. Ha delle qualità che sono tipiche del jazz, ma al contempo gode dell'immediatezza di certo folk, del cantautorato anni settanta (epoca d'oro!) e perché no, di quel bizzoso rock a cui poche volte viene associato l'autore, malgrado in un primo momento della sua carriera egli abbia contribuito a definire il genere. Quasi impossibile scegliere una o due tracce, delle dieci presenti sull'album. Dovendo fare uno sforzo, la scelta cadrebbe su Fair Play, Bulbs, Cul de sac, Linden Arden Stole the Highlights e la lunghissima You Don't Pull No Punches, But You Don't Push the River, brano che non solo può essere accostato ad Astral Weeks, ma che per certi aspetti lo supera sullo stesso terreno di gioco. Lasciate perdere ogni recensione su questo lavoro e affidatevi a due cose: le vostre orecchie e il vostro cuore. Il resto verrà da solo, se sarete degni di questo capolavoro.

Testo a cura di Dario Greco


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE - 

sabato 20 novembre 2021

Hard Nose the Highway (1973)

Hard Nose the Highway (1973)

 

Il mondo è pieno di selvaggia, ruggente bellezza. Tocca a noi coglierla, sentirla, farla temporaneamente nostra. Solo un attimo di splendente illusione e vacuità. La mia splendida ricompensa in dobloni non sarà il tesoro dei pirati, non sarà uno scrigno pieno di preziosi. Soltanto un attimo prima di scomparire, afferrare quel sottile selvaggio suono mercuriale. Sospinti dal divino soffio di immortalità; questo è quello che cerco, questo è il minimo che voglio accettare, adesso, ora! Fino alla fine del tempo e dello spazio, quando sarò trafitto da una lama rovente, dentro uno scudo d'acciaio. Erica viola, che mi guidi nel cammino perpetuo, nello scorrere inesorabile dell'ultima era, di questo triste stanco mondo!

Il 1973 per Van Morrison fu un anno memorabile. Non solo perché veniva da un periodo di grandi successi che era stato inaugurato tre anni prima con la pubblicazione di Moondance, uno dei suoi best seller, ma soprattutto per via dei live che stata affrontando in quel periodo. Il tutto come ben sappiamo venne immortalato nei due dischi live ufficiali pubblicati nel 1974 dal titolo It's Too Late To Stop Now. Qui possiamo ascoltare come Morrison abbia plasmato una band che risponde al nome di Caledonia Soul Orchestra, gruppo composto da una solida sezione fiati, un quartetto d'archi, chitarra elettrica, basso, piano, organo e batteria: dieci elementi per colorare e supportare il suo leader; un Van Morrison assolutamente stratosferico, in uno stato di forma e di grazia senza precedenti.

Da un punto di vista compositivo l'autore, dopo aver pubblicato album come His Band and Street Choir e Tupelo Honey, ottimi lavori e buoni successi commerciali, soprattutto aveva prodotto Saint Dominic's Preview, appena un anno prima rispetto alla pubblicazione di Hard Nose the Highway, le cui sessions avvengono a cavallo tra l'agosto e l'ottobre del 1972. Questo settimo lavoro in studio è un disco diverso, sia in termini di ispirazione, sia dal punto di vista musicale e contenutistico. Si tratta in effetti di un album che si spinge oltre, rispetto a quanto era stato realizzato con gli ultimi quattro dischi. Appare evidente già leggendo i credits, dato che qui troviamo ben due brani non autografi: Bein' Green e la meravigliosa canzone tradizionale Purple Heather. Morrison compone di proprio pugno sei brani, uno diverso dall'altro. Il lavoro inizia col botto dato che l'apertura è affidata all'inusuale Snow In San Anselmo, brano intrigante sorretto dal suggestivo coro a opera della Oakland Symphony Chamber Chorus che si sviluppa su un pattern di batteria quasi swingante. La struttura del pezzo è esemplare quanto efficace. Nelle strofe la band suona in modo minimale ed etereo, mentre nella progressione di accordi crea un effetto stomp sofisticato e straniante. Non a caso è uno dei pezzi meno scontati del catalogo morrisoniano anni settanta. Segue un brano che ha subito conquistato i fan di Van Morrison: la suggestiva ed elegiaca Warm Love. La canzone è sorretta da un arrangiamento fantasioso, brillante ed efficace. La voce di Morrison ci trasporta attraverso questo caldo amore. Chitarre acustiche, flauti, batteria che gioca sulle dinamiche fondamentali. Raramente possiamo sentire un disco così ben prodotto che suona allo stesso tempo con la stessa intensità di un live. L'abilità del Nostro autore di lavorare sugli arrangiamenti è già prodigioso e quando azzecca il riff, la strofa e il chorus giusto, c'è poco da fare e dire. Un altro bel colpo arriva con la title track, posizionata come terza traccia dell'album. Non c'è tempo per farsi lustrare le scarpe quando cerchi di guadagnarti da vivere, afferma il Nostro. C'è solo tempo per produrre grande musica, qui. Wild Children è dedicata alla generazione nata nel secondo dopoguerra che è cresciuta attraverso immagini di antieroi americani come quelli interpretati da James Dean, Marlon Brando, Rod Steiger e il drammaturgo Tennessee Williams. Van Morrison utilizza qui ancora una volta il concetto di Wildness, di cui successivamente si approprierà un altro cantautore talentuoso come il collega statunitense Bruce Springsteen.

The Great Deception secondo il biografo Richie Yorke è "una delle accuse più pungenti da qualsiasi osservatore, per non parlare di un artista rock, della tragica ipocrisia di tanti partecipanti alla sottocultura, in particolare il big-time rock star di questa era. Being Green è la prima composizione non autografa che Van Morrison include in un album Warner Bros. "Era solo un'affermazione che non devi essere sgargiante. Se a qualcuno non piaci solo perché sei una certa cosa, allora forse sta vedendo la cosa sbagliata”, afferma egli stesso.

A proposito di "Autumn Song", memorabile suite di durata importante (oltre dieci minuti!) un critico dirà: "Non posso negare che sia la canzone più funky sugli splendori e gli umori dell'autunno che sia mai passata attraverso le mie orecchie". Senza dimenticare come a livello tematico, diventerà un brano seminale per il Morrison post-settanta. La canzone finale, "Purple Heather" è la tradizionale "Wild Mountain Thyme" scritta da F. McPeake come variante di "The Braes of Balquhidder" di Robert Tannahill, riarrangiata in maniera impeccabile da Van Morrison.

Contribuiscono alla buona riuscita del disco il nucleo di musicisti che è diventato una presenza fissa per gli spettacoli live di Van Morrison. Citiamo almeno Gary Mallaber alla batteria, David Haynes al basso, Jef Labes al piano, John Platania alla chitarra, Jack Schroer al sax, Bill Atwood alla tromba, ma più in generale il tenore degli strumenti presenti in queste sessioni è di livello eccelso.

Il giudizio della critica al disco

L'album ha goduto di ottime recensioni al momento dell'uscita. Per Charlie Gillett "il problema di Hard Nose the Highway è che sebbene la musica sia spesso interessante, non ha una base emotiva convincente. Nonostante la mancanza di ispirazione e di focalizzazione melodica, il disco è attraente da ascoltare. Ma Van Morrison ha fissato standard elevati per sé stesso e Hard Nose the Highway non è all'altezza di loro." Per Stephen Holden "Hard Nose the Highway è psicologicamente complesso, musicalmente irregolare, liricamente eccellente. Profondità liriche più ricche rispetto al solito, maggiormente accessibili rispetto ai suoi predecessori. Il tema principale è la nostalgia, brevemente ma fermamente contrapposta alla disillusione." Secondo Erik Hage, "Hard Nose the Highway sembra aver subito molte critiche inutili - molti commentatori lo considerano il suo album peggiore e meno ispirato - forse perché fa seguito a una sequenza notevole di album: su tutti Saint Dominic's Preview che lo precede e Veedon Fleece che lo seguirà. Tuttavia il disco ascoltato oggi in una prospettiva retrospettiva e storica, appare come un gioiello prezioso e brillante, stupefacente fermo immagine di un’epoca gloriosa e perduta per il pop rock d’autore dell’epoca.

Testo a cura di Dario Greco


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE - 

venerdì 19 novembre 2021

Saint Dominic's Preview (1972)

"Saint Dominic's Preview" (1972) 


Ascoltare il leone che risiede nella nostra anima. È possibile unire il dinamismo di Moondance e il lirismo di Astral Weeks? Ecco la formula vincente, almeno in teoria, di Saint Dominic’s Preview. Sesto lavoro in studio da solista, ma quinto disco con l’effettivo controllo artistico, dato Blowin’ in your Mind! (album d’esordio) vedeva Bert Berns nelle vesti di produttore- supervisore- arrangiatore ed esecutore.

Berns, pur avendo un ruolo chiave nella carriera di Van Morrison, fu un personaggio ingombrante, il quale a differenza di Bob Johnston (noto producer di Bob Dylan) non si limitava a dirigere il lavoro, restando dietro le quinte. Pretendeva di avere la parola finale su ogni questione, sia essa di tipo artistico e non. La sua triste morte avvenuta prematuramente all’età di 38 anni, fu una liberazione per la carriera del suo protetto, il quale difficilmente avrebbe realizzato un disco come Astral Weeks. Dopo questo esperimento, artisticamente riuscito in pieno, Morrison adotterà però un metodo di lavoro diametralmente opposto, producendo album come Moondance e soprattutto His Band and the Street Choir. Il passo successivo fu invece Tupelo Honey (1971), il quale pur contenendo brani dalla durata superiore ai sei minuti, è un disco in grado di puntare dritto al nocciolo delle canzoni. Qui si nota la capacità dell’autore di realizzare brani killer come il pezzo di apertura, Wild Night è uno dei migliori hits, a livello commerciale, mai scritti da Van Morrison. Adesso, fare meglio rispetto ad Astral weeks, a Moondance e a Tupelo Honey, sarebbe una impresa difficile per ogni autore, anche per le qualità indiscusse dello stesso Morrison. Eppure è qui che vediamo quali sono le capacità del cantautore, specialmente per quel che riguarda la scrittura, gli arrangiamenti, le esecuzioni e la produzione in studio di registrazione.

E, non a caso, Saint Dominic’s Preview, pubblicato durante l’estate 1972, rientra nel novero dei gioielli assoluti di Van Morrison, malgrado all’epoca della realizzazione non saranno in tanti ad accorgersene. Vediamo come la scelta di combinare brani ritmati e brevi come la scattante Jackie Wilson Said (I’m in Heaven When You Smile), Redwood Tree e I Will Be There, con canzoni più liriche e prolisse come Listen to the Lion, Almost Independence Day e la title track, risulterà alla lunga uno dei marchi di fabbrica dell’Irlandese. Così quello che in teoria poteva essere un disco agile e breve, per durata e per contenuti, diventerà quasi il sequel di quel Masterpiece che lo anticipò nel 1968.

Registrato a San Francisco al Wally Heider Studio, al Pacific High Studio e ai Columbia Studio, Saint Dominic’s Preview viene prodotto da Van Morrison in collaborazione con Ted Templeman. Tra i musicisti che partecipano alle incisioni citiamo il sassofonista, Jack Schroer, che seguiva in quel periodo Morrison sia in studio che dal vivo, il batterista Gary Mallaber e i tastieristi Mark Jordan e Tom Salisbury. Quest’ultimo sarà responsabile anche degli arrangiamenti di alcuni brani contenuti nell’LP. Salisbury ha collaborato con artisti del calibro di Stevie Wonder, Herbie Hancock, Boz Scaggs, Richard Davis e Jerry Garcia.  Anticipando un capolavoro come Veedon Fleece, Saint Dominic’s Preview esplora alcune sonorità che sono proprie della black music, citando fin dal titolo, artisti come Jackie Wilson e Ray Charles. Van Morrison elegge The Genius tra le sue principali influenze musicali, sia per quel che riguarda la composizione, così come per le esecuzioni vocali e di attitudine sonora. Nel tempo questo lavoro diventerà una delle pietre miliari per l’autore, con brani capaci di entrare nella hit parade e temi che ispireranno altri autori: si pensi a come Springsteen e Bob Seger studieranno questa miscela per farla propria. Senza dimenticare l’omaggio di Richard Price, scrittore che nel suo cult book The Wanderers citerà il disco come fonte di ispirazione. Lo stesso vale anche per il cinema che ha più volte utilizzato il brano di apertura Jackie Wilson Said per creare la giusta atmosfera di jungla metropolitana.   

La critica militante "al lavoro"

Per Erik Hage è uno degli album più forti nel canone morrisoniano perché sembra adattare e incorporare tutte le lezioni e le scoperte del ricco periodo di evoluzione che lo ha preceduto, aprendo contemporaneamente a nuovi orizzonti sonori. In definitiva, l'impatto cumulativo è sotto molti punti devastante. Stephen Holden sottolinea come la coesistenza di due stili differenti, sullo stesso disco, risulti rinfrescante. Si completano a vicenda sottolineando la notevole versatilità dell'immaginazione musicale del suo autore. Probabilmente è il disco più ambizioso mai pubblicato da Van Morrison fino a quel momento. I ritmi, che alternano tempi doppi e tripli, sono condotti in modo esemplare, attraverso armonie mediorientali e molteplici trame chitarristiche esotiche. Un lavoro che si basa sulla forza delle canzoni; raccolta intrigante e diversificata, che riunisce i fili disparati del recente lavoro del cantante, in un unico pacchetto.

Le canzoni di Saint Dominic’s Preview

"Listen to the Lion" è una canzone di undici minuti che inizia con un'apertura dolce, prima che Morrison improvvisi in stile Scat, imitando il ruggito di un leone, man mano che il brano progredisce e di sviluppa. A livello tecnico ed emozionale, è una performance vocale che rimane ineguagliata tra i suoi contemporanei. Brian Hinton descrive in questo modo il brano: "Siamo tornati nel territorio di Astral Weeks, uno shuffle guidato dal basso e Van perso nel suo universo poetico. Eppure qui la sua voce corre rischi più selvaggi; ringhia, emettendo un rantolo quasi di morte, alternato a ruggiti selvaggi".

La title track, "Saint Dominic's Preview" è stata composta dopo aver visto un annuncio per una veglia di pace che si sarebbe tenuta nella chiesa di St. Dominic a San Francisco. La canzone è scritta nello stile del "flusso di coscienza" come era già avvenuto in maniera più esplicita, con le canzoni di Astral Weeks. I testi della canzone si riferiscono a diverse fasi della vita di Morrison: "il camoscio che pulisce tutte le finestre" (l'adolescenza) e "la casa discografica ha pagato il vino" (il suo status attuale di star della pop music). Erik Hage lo definisce "espansivo e innovativo, sottolineando come la musica di Morrison sia in continua espansione ed evoluzione. "Almost Independence Day" è tanto semplice da un punto di vista musicale, quanto intrigante, grazie al botta e risposta tra le chitarre e il Moog. Come Listen to the Lion che la precede, è un brano che supera i dieci minuti di durata, motivo per cui la critica lo giudicherà, a ragion veduta, musicalmente audace e personale. Erik Hage descrive la canzone come "un pezzo d'atmosfera e un precursore di alcuni suoi lavori anni ottanta (in special modo, Common One), in cui tutta la sua ragion d'essere diventa il tentativo di ispirare stati meditativi nell'ascoltatore". Parlando di questa canzone, Morrison ha detto a Ritchie Yorke: "Non era mia intenzione voler scrivere un sequel di 'Madame George'. Però la canzone mi piace. Tutto è stato registrato dal vivo tranne per la frase del sintetizzatore Moog. Ho chiesto a Bernie Krause di fare questa cosa “stile Chinatown” e poi sono entrato con la parte alta perché stavo pensando a draghi e fuochi d'artificio. È stato un brano tutto svolto attraverso questo flusso di coscienza.”

Testo a cura di Dario Greco


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE -

Tupelo Honey (1971)

 

Tupelo Honey (1971)


Non hai bisogno di mettere alla prova il nostro amore: prendi tutto il the del mondo, mettilo in una grande borsa di tela marrone, naviga attorno ai sette mari e quando sarai tornata io avrò composto per te una nuova ballata. Tupelo Honey è il quinto lavoro in studio di Van Morrison e rientra sicuramente tra i dischi migliori, per qualità di scrittura, composizione e per il suono chiaro e pulito che lo caratterizza negli episodi più rilevanti. Oggi il disco viene ricordato da molte riviste specializzate e ha ricevuto l’apprezzamento da molti colleghi e amici del cantautore nordirlandese. Non è un caso se la title track sia stata coverizzata da artiste come Cassandra Wilson e Dusty Springfield, negli anni. Bob Dylan ha espresso grande approvazione per il brano, affermando che: Tupelo Honey è sempre esistita e Van Morrison è stato il vaso e il veicolo terreno per farla conoscere al mondo. Greil Marcus ha definito la canzone come una sorta di odissea" che evoca Elvis Presley e che si tratta del numero più bello dell'album. Tutto troppo bello per non essere vero".

Nonostante queste “parole al miele” di critici e colleghi illustri, Van Morrison affronta la stesura e la realizzazione di questo disco come una vera sfida creativa. Dopo aver esplorato l'anima nordica ottenendo il plauso della critica con i suoi sforzi più recenti, ha pensato di incidere un album country per il suo quinto LP. Sebbene abbia rinunciato a quell'idea dopo essersi trasferito nella West Coast, ha dovuto affrontare una decisione ancora più grande: cosa fare per mettere insieme un nuovo gruppo di musicisti ora che aveva messo migliaia di miglia tra sé e il suo equipaggio normale. Con il sassofonista Jack Schroer e sua moglie Ellen, i soli reduci dalla precedente band, Morrison inizia a assemblare il materiale nuovo, coinvolgendo successivamente un folto gruppo di musicisti già noti per aver collaborato con il cantautore irlandese. Ricordiamo tra gli altri Connie Kay e Gary Mallaber alla batteria. Tra le nuove aggiunte c'era un trio di musicisti della Bay Area che in seguito sarebbe diventato molto familiare in ambito rock: il produttore Ted Templeman (Doobie Brothers), Ronnie Montrose e John McFee il quale si unirà in seguito proprio ai Doobie Bros. Così dopo aver abbandonato l'idea di un album country, il Nostro si affida su materiale già composto, tranne per uno-due pezzi. Tra questi c’è la nuova "You're My Woman". Consolidando la sua reputazione per il comportamento assai volubile, Morrison ha sottoposto Templeman a una prova del fuoco, chiedendo a tutti di tenere il suo passo, provando poco e cercando di ottenere il massimo attraverso le prove improvvisate e selvagge. Stranamente il risultato finale è uno dei dischi più pacifici e con un suono molto coeso e brillante. Un modus operandi che anche altri colleghi stavano adottando, uno su tutti Neil Young che nel suo libro “Il sogno di un hippie” racconta di come fu necessario far stancare il proprio batterista durante delle session notturne per ottenere il giusto sound con uno dei suoi primi brani simbolo: Helpless.

Tupelo Honey si è rivelato un successo immediato per Morrison alla sua uscita, nell'ottobre del 1971. L’album include uno dei suoi più grandi singoli di successo, "Wild Night". Per gli ascoltatori tradizionali desiderosi di ascoltare di più del lato bucolico della sua personalità musicale, Tupelo ha offerto una raccolta di brani capaci di fotografare uno strano idillio bucolico, caratterizzato da quella felicità domestica screziata dal sole raffigurata sulla copertina dell'album. Naturalmente, come fu poi desideroso di sottolineare, niente di tutto ciò rifletteva necessariamente la sua realtà. "La foto è stata scattata in una stalla e io non vivevo lì", brontolò Morrison. "Siamo andati lì e abbiamo scattato la foto e ci siamo separati. Molte persone sembrano pensare che le copertine degli album siano la tua vita o qualcosa del genere". Nonostante gli abbia procurato un successo di pubblico e il plauso unanime della critica, l’autore non è mai stato timido nell'esprimere la sua distanza emotiva dall'album. Per quanto ostinatamente insistesse nel fare musica a modo suo e seguire il suo percorso creativo a volte imperscrutabile, non era immune da obblighi contrattuali o pressioni commerciali, e in seguito avrebbe riconosciuto che le decisioni che portavano a queste particolari sessioni non erano quelle che lui stava dietro. "Non ero molto contento di Tupelo Honey. Il lavoro era composto da canzoni che erano rimaste fuori dai lavori precedenti e che non eravamo riusciti a usare. Non era molto fresco. Era un intero gruppo di pezzi che erano in giro da un po'. In effetti stavo davvero cercando di fare un album country e western."

La critica esprime un giudizio positivo

Tupelo Honey è stato ben accolto dalla critica dopo l'uscita dell'album. Jon Landau ha scritto su Rolling Stone: "Tupelo Honey è l'esempio di come il suo autore sia capace di dare un'atmosfera precisa all'album, andando oltre rispetto alla semplice raccolta di singoli brani. Tutto qui appare perfettamente integrato e calibrato. servirebbero più dischi come questo, secondo Village Voice che lo elegge tra i migliori album del 1971, al quarto posto. Per Johnny Rogan invece "Tupelo Honey non è un capolavoro, ma è stato un notevole miglioramento rispetto al lavoro precedente di Morrison. In un momento in cui l'élite del rock era sedotta dai lamenti d'amore e dalle steel guitar del country rock, Morrison è emerso con un lavoro che offriva una patina romantica piena di sentimento senza scadere in banali sentimentalismi. Di diverso avviso il critico Erik Hage il quale ritiene che Morrison sia ormai diventato così bravo e famoso, da poter evitare critiche costruttive, dato che il lavoro appare banale e caratterizzato da arrangiamenti tutt'altro che ispirati. Strano questo commento, anche perché Hage non era certo tra i detrattori dell'artista irlandese, ma tant'è! 

Eppure Tupelo Honey resta dopo quarant’anni dalla sua pubblicazione una delle vie d'accesso più popolari al lavoro di Morrison, e se non è necessariamente il primo disco nominato nelle discussioni sui suoi migliori album, di solito fa parte del lotto dei primi dieci-dodici dischi. Tuttavia, per l'artista come sempre lungimirante e critico sulla propria opera, rappresenta una deviazione sbagliata che preferirebbe non rivisitare e, come i fan avrebbero presto scoperto, era interessato a esplorare panorami musicali ben oltre il suono del momento.


(Testo a cura di Dario Greco)



- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE - 

giovedì 18 novembre 2021

His Band and the Street Choir (1970)

 


His Band and the Street Choir (1970)

 

Franz Kafka diceva: "L'amore non è un problema, come non lo è un veicolo: problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada." È la primavera del 1970 e l’artista cavalca un meritato successo ottenuto con il suo terzo lavoro: il best seller Moondance. Sull’onda dell’entusiasmo entra in studio per lavorare al suo quarto disco, His Band and the Street Choir, che verrà pubblicato il 15 novembre 1970. In questo LP troviamo un singolo d’apertura come Domino, che fino a quel momento sarà il suo più grande successo commerciale, come 45 giri. La canzone è stata una risposta diretta di Morrison ai dirigenti discografici della Warner Bros., che gli avevano chiesto di produrre alcuni altri successi radiofonici. In generale, la mentalità del Morrison che entra in sala di incisione è decisamente più alternativa. Decide di registrare un LP a cappella, che sarebbe stata una mossa audace dopo il successo commerciale di Moondance. Lui, sua moglie all'epoca Janet Rigsbee e quattro musicisti, lasciarono la loro casa di Woodstock, New York, dove viveva Morrison, per trasferirsi a New York City. Sfortunatamente le sessioni non andarono come aveva pianificato Morrison. Due dei suoi compagni di band lo convinsero a portare le loro mogli per aggiungere armonie agli arrangiamenti vocali - una mossa che Morrison in seguito disse che aveva rovinato tutto. Chissà come sarebbe suonato Street Choir senza una band di supporto. Ad ogni modo, l'album è oggi uno dei migliori sforzi di Morrison e realizza pienamente l'atmosfera soul e R&B che era congeniale all’autore di questa fase artistica.

"Domino" è il tributo al pioniere del rock 'n' roll Fats Domino, che rimane un punto di rifermento per muovere e scuotere il bacino. Lo stesso modus operandi è alla base di un altro hit come "I' ve Been Working", caratterizzato da una strumentazione compatta e minimale che si regge sopra un prodigioso rullante di batteria. Mentre "Domino" è stato il singolo più importante dell'album, His Band and the Street Choir include anche "Blue Money", che è arrivato al numero 23 della classifica di Billboard mentre cavalca una melodia honky-tonk. Originariamente doveva chiamarsi Virgo's Fool, ma la Warner optò per un titolo più accessibile ed esplicativo. La critica ha elogiato la musica registrata durante le sessioni per il suono libero e rilassato, ma i testi sono stati considerati semplici rispetto a quelli del suo lavoro precedente. His Band and the Street Choir è stato accolto bene come era già successo a Moondance, che lo precede di appena nove mesi. "Domino" rimane il singolo di maggior successo della carriera solista del suo autore.

Le registrazioni erano iniziate con una sessione demo in una piccola chiesa a Woodstock, che non aveva lo scopo di produrre il lavoro finale. Durante il suo corso Morrison ha lavorato su materiale avanzato dai suoi due album precedenti con brani che non aveva mai eseguito in studio prima ("Crazy Face" e "Give Me a Kiss"), così come due strumentali.  Per la nuova band Morrison richiama tre musicisti che avevano registrato già con lui su Moondance: il sassofonista Jack Schroer; il chitarrista John Platania e il bassista John Klingberg. Anche il trio di cori di Emily Houston, Judy Clay e Jackie Verdell è tornato a cantare in "If I Ever Needed Someone". Il polistrumentista Dahaud Shaar si è unito alla His Band e allo Street Choir; era un veterano del tour Moondance, anche se non aveva suonato nell'album. Il tastierista Alan Hand si unì al gruppo di lavoro alla fine del mese di aprile, sostituendo Jef Labes, che aveva lasciato la band e si era trasferito in Israele prima della fine dell'anno. Completa la formazione Keith Johnson che qui suona l’Hammond e la tromba.

"I'll Be Your Lover, Too" è stato ispirato dal matrimonio di Morrison e Planet. Questa ballata acustica ha un tempo moderato di 4/4, con una battuta di 5/8 prima che arrivi la voce. "Blue Money" è un pezzo pieno di giochi di parole e riflette la situazione finanziaria di Morrison, parlando di una modella, probabilmente sua moglie. "Sweet Jannie" è un blues in dodici battute, dedicato all'amore giovanile e nostalgico. Clinton Heylin il suo biografo è convinto che sia stato scritto sui ricordi dell'infanzia di Morrison quando frequentava la scuola domenicale in quel di Belfast.

Ken Brooks sostiene che il testo di “Street Choir” faccia riferimento ad alcune canzoni di Curtis Mayfield come Move On Up. La traccia presenta in primo piano la tromba di Keith Johnson e l'armonica di Morrison. Brian Hinton ha descritto i testi come perversamente amari, mentre Jon Landau ha scritto che "Street Choir" è una delle canzoni più belle del canzoniere morrisoniano facendo leva sulla sua innata energia, sulla poetica potenza lirica di cui era dotato. Per il cantautore Elvis Costello His Band and the Street Choir è uno dei 500 album essenziali da possedere, mentre "Street Choir" è una delle sue canzoni preferite. Di opinione contraria però è lo stesso autore: "Da qualche parte lungo la linea ho perso il controllo di quell'album. Preferirei non pensare a quell'album perché non significa molto in termini di dove mi trovavo, anche se l'album ha venduto bene e sono contento di questo. Qualcun altro ne ha preso il controllo e ha ottenuto la copertina e tutta quella robaccia mentre ero sulla costa occidentale. Sapevo cosa stava succedendo, ma era come se non potessi fermarlo. Avevo rinunciato ai miei affari. Le cose non sono andate benissimo, ma credo possa succedere. Bisogna sempre guardare avanti.”

His Band and the Street Choir merita un punto in più (in termini di rivalutazione critica) se si considera il fatto che è la tappa mediana tra Moondance e Tupelo Honey, nonché il terzo capitolo se si vuole considerare Astral Weeks, come primo album di una possibile "trilogia". Fratelli di strada (e di Band) per un corale Moondance, in chiave minore.

(Testo a cura di Dario Greco)


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE -