giovedì 8 settembre 2022

Ascoltando Avalon Sunset

Ascoltando Avalon Sunset (1989)

Dimmi ora, in un mondo senza pietà pensi che sia troppo quello che sto chiedendo? Voglio solo qualcosa a cui attaccarmi. 

Nel corso della sua ricerca musicale e spirituale, approfondita durante gli anni ottanta, Van Morrison arriva sul sentiero di Avalon con matura consapevolezza e con la disciplina della guarigione. È un uomo maturo, un musicista che sa quali corde percuotere e come cercare ispirazione e benessere. Avalon Sunset è la sintesi perfetta e il punto e a capo di un percorso che era iniziato con uno dei dischi più difficili, intensi e meditati della sua già lunga carriera discografica: Common One del 1980. Ricerca spirituale che coincide alla perfezione con quella timbrica e sonora. Questo disco segnerà inoltre una delle più prolifiche e durature collaborazioni tra il cantautore e il tastierista Georgie Fame. Un incrocio di destini quello tra il cantante inglese e Van Morrison che proseguirà per tutto il decennio successivo e oltre. Avalon Sunset si apre con un duetto con la vecchia gloria del rock and roll, Cliff Richards, artista che negli anni cinquanta era stato considerato la risposta inglese a Elvis Presley. Whenever God Shines His Light è la prima traccia di questo album ed è un manifesto programmatico del Van Morrison di questo periodo. Per Jason Ankeny si tratta di un'apertura eccezionale, l'esempio più evidente dell'impegno cristiano del suo autore, sebbene possa essere giudicata come una delle canzoni più importanti di Morrison, lo scopo è quello di fare da testamento di fede, compito in cui riesce piuttosto bene.

Bisogna aprire una parentesi un po' spiacevole e controversa su questo artista irlandese, la cui carriera dopo gli anni settanta ha conosciuto momenti alterni di fortuna commerciale e di considerazione critica, nonostante si tratti di uno dei nomi più importanti nel panorama della canzone popolare d'autore, aspetto che in questa sede ci sentiamo di affermare con convinzione e rinnovata stima. Van Morrison ha trascorso gran parte degli anni '80 accolto con vari livelli di indifferenza commerciale nelle classifiche degli album statunitensi e, con il passare del decennio, è sembrato scivolare nella sorta di status di artista anziano riservato a quel tipo di musicisti con un passato glorioso alle spalle, ma ormai irrimediabilmente discostati dal mainstream. Come si è scoperto, tuttavia, aveva ancora un paio di grandi successi in serbo e forse anche una nuova carriera da proporre, ma di ciò parleremo più diffusamente in separata sede. Le vendite di Morrison hanno iniziato a ravvivarsi con Irish Heartbeat, una collaborazione del 1988 con i Chieftains che ha visto la band lavorare insieme al cantautore su una serie di materiale che, sebbene in gran parte tradizionale, sembrava più fresco e più vitale rispetto ad alcuni capitolo precedenti del Nostro. Ora, sebbene Morrison abbia ripetutamente sottolineato come una stravaganza che non gli appartiene voler discernere qualsiasi tipo di percorso o schema nella sua musica, Heartbeat sembrava annunciare l'arrivo di un Van appena rinvigorito con questo Avalon Sunset.

Pur incorporando ancora elementi della sua produzione meditativa degli anni '80 e il suono influenzato dal jazz che si è insinuato in dischi come Poetic Champions Compose del 1987, Avalon Sunset ha visto Morrison distillare le sue influenze in modo più chiaro e coerente di quanto non fosse sembrato in grado o disposto durante le recenti uscite - non solo durante i numeri radiofonici come i successi "Whenever God Shines His Light" e "Have I Told You Lately", ma nel complesso. Anche nella sua versione meno melodica (il brano recitato "Coney Island") e più nostalgica ("Orangefield"), l'album vantava un senso di vitalità che a volte era andato un po’ perduto nel corso degli anni. Morrison ha generalmente avuto la tendenza ad essere più un fotografo che uno scultore, e Avalon Sunset non fa eccezione. il disco è arrivato rapidamente, con due giorni di prove e altri due riservati per la registrazione, e i critici che avevano resistito agli alti e bassi artistici di Morrison si sono affrettati a sottolineare che l'album avrebbe potuto beneficiare di un approccio più calibrato. Ma a questo punto, tutti sapevano che valeva la pena sopportare i bassi di Morrison per sperimentare i suoi alti - e comunque, preoccuparsi di ogni minimo dettaglio sarebbe stato antitetico al suo approccio artigianale alla musica in generale. Più di ogni altra cosa, Avalon Sunset sembrava presentare l'immagine di un uomo in pace, una posizione che aveva chiaramente lottato per raggiungere durante la sua carriera mentre tentava di conciliare la sua crescente fama - e gli obblighi commerciali che erano parte del pacchetto – con i suoi sforzi per eliminare tutte quelle interferenze esterne e semplicemente giocare. "Questa è tutta un'illusione", ha insistito Morrison quando gli è stato chiesto della sua carriera durante un'intervista del 1987 con Q. "È qualcosa che ti stai inventando: ti stai inventando che io sono un artista che andrà sul palco e metterà in scena questa cosa, quindi è un po' come recitare. Stai prendendo un sacco di cose per scontato. E poi anche il pubblico dà molto per scontato, perché è d'accordo con quel modo di guardarmi. Ma per me, tutto ciò che volevo fare era iniziare a suonare. Era come materiale di livello A, imparare da tutti questi dischi. Era tutta roba molto orientata all'orecchio, non era orientata sulla falsariga di 'Sono una personalità e ho intenzione di mettermi in gioco e indossare questi vestiti.'"

Quella disconnessione, ha spiegato Morrison, derivava dalla sua insistenza spesso ripetuta sul fatto che si fosse dedicato alla musica professionale nello stesso modo in cui chiunque altro inizia una carriera: come un lavoro. "Quando ho iniziato a suonare, sono andato al sindacato e ho detto 'Sono un musicista professionista, dammi una carta'", ha continuato. "Così mi hanno dato una carta, e ho iniziato a suonare in varie band e a trovare lavoro. E questo è tutto. Ma era per la musica stessa, mai per lo spettacolo, anche se questo è entrato in esso. Ed è davvero quello che è stato il mio ingresso il punto era, e questo non è cambiato. Ma penso che sia difficile trovare un modo di fare musica che non abbia tutti questi attaccamenti periferici". 

Come disse allo scrittore Mick Brown nel 1986, "Non ho davvero ambizioni" - il che fa venire la tentazione di chiedersi se Morrison abbia tratto molta soddisfazione dall'entusiastica reazione commerciale ad Avalon Sunset, che includeva alcune delle vendite di album più veloci della sua carriera e un singolo di successo nella Top 20 del Regno Unito. Morrison qui ha realizzato un altro successo contemporaneo con "Have I Told You Lately", che presto avrebbe preso d'assalto le classifiche pop grazie alla bella cover incisa da Rod Stewart.

A parte la scomoda etichetta di burbero, il Nostro qui appare stranamente felice, rilassato e appagato. Forse non il top per un autore i cui picchi massimi sono arrivati durante il tormento e la flagellazione del proprio Io interiore, come possiamo ascoltare attraverso capolavori che rispondono a titoli come Astral Weeks, Veedon Fleece, Into the Music, Common One e quello più vicino ad Avalon Sunset, in termini temporali: No Guru, No Method, No Teacher. Avalon Sunset guarda invece a dischi come A Sense of Wonder, Poetic Champion Compose e forse Beautiful Vision, ma con maggior fortuna e un esito commerciale per una volta positivo e propositivo. Ben vengano dischi come questo per un artista che avrebbe meritato di certo maggior fortuna, critica e commerciale a nostro giudizio.


(Testo a cura di Dario Greco)



- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE -

lunedì 22 agosto 2022

Ascoltare l'autunno con Van Morrison


Listen to Autumn: ascoltare l'autunno con le canzoni di Van Morrison

 "È ormai da sette anni che non mi sono più mosso di casa. I miei amici di città si meravigliano tutti, perché non vado più a far loro visita come un tempo. Pensano che io stia diventando acido e asociale. Certi dicono che sono ormai una specie di vecchio misantropo ammuffito, mentre, in ogni caso, la verità è che sto semplicemente a guardia del mio vecchio e ammuffito camino. Perché è stato deciso insieme, da me a dal mio camino, che io e il mio camino non ci arrenderemo mai."

(Herman Melville)

L’autunno è principalmente due cose: contemplazione e conservazione. La contemplazione che ti fa osservare e amare un tramonto in tutti i suoi dettagli di integrità e di perfezione.

L’aria, dopo l’afa e i clamori dell’estate si fa più rarefatta, e in questa atmosfera si purifica. Ernst Jünger dice che in autunno le forme acquistano una plastica maturità , e se la primavera è pittrice, l'autunno è scultore. L’intento di Van Morrison, nella sua contemplativa e dispersiva Autumn Song è di cristallizzare il momento, fare di un atmosfera un percorso cognitivo prima che narrativo ed emozionale. Il suo misticismo è fatto di piccole cose essenziali, un fuoco caldo, castagne arrostite, una pace infinita e sconfinata. Anche il filosofo danese Kierkegaard era un fervente sostenitore della stagione autunnale, ai suoi occhi la più bella perché è il periodo migliore per osservare il cielo.

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo: consapevolezza e conservazione. E la vita degli uomini pare fatta di cicli, di stagioni. Ogni momento è concepito per essere vissuto e assaporato semplicemente per ciò che rappresenta. L’animo atlantico e contemplativo di Van Morrison è capace di farci viaggiare con l’immaginazione, e conoscendolo come uomo di buone letture egli citerebbe a riguardo Yeats e Wordsworth, oppure Eliot e Joyce.

C'è una sorta di fertile tristezza ch'io non voglio evitare, ma che, anzi, cercherò ardentemente. Essa diviene concretamente gioiosa per me perché impedisce alla mia vita di cadere nel banale. Il tordo lancia le sue note serotine dal folto dei pini. Ammiro la moderazione di questo maestro, il suo canto non ha nulla di tumultuoso. Egli eleva una vena di melodia pura e inimitabile, con tutto il cuore, tutta la vita, tutta l'anima sua, e poi tace per dar modo all'ascoltatore e a sé stesso di goderla appieno, e poi un'altra e un'altra ancora, a intervalli regolari. Guardate gli alberi, spogli o fruscianti di brune foglie secche, tranne i sempreverdi, con i germogli chiusi ai piedi delle foglie. Guardate i campi rossastri e appassiti e vani, erbe e carici coi colmi secchi e scoloriti. Questo è il rapporto che ci lega alla natura in questo momento: siamo queste piante. Anche noi ora non abbiamo più sapore, né verde, né colore.

Tornate a casa nella freschezza della notte, poco dopo arriverà qualche amico. Ora non avete voglia di unirvi alla folla: adesso è tempo di ascoltare la canzone d’autunno.

Ovunque un individuo si separa dalla folla per andare per conto suo c'è un bivio, anche se i viandanti che vanno sulla strada maestra potranno solo scorgere un vuoto nella palizzata. La Natura non fa rumore. L'urlo della tempesta, il fruscio della foglia, il picchiettio della pioggia non disturbano, v'è in essi un'armonia essenziale ed inesplorata, sostiene Thoreau nei suoi diari.

Sulle pagine di Rolling Stone, Stephen Holden scriveva, a proposito di Autumn Song, che i suoi dieci minuti sono la perfetta dimostrazione del dono naturale che Van possiede per la creazione di momenti musicali basati sulla meditazione. Procedendo in accumulo con il potere emozionale, sprigionato attraverso un impressionistico flusso di coscienza. Non solo testuale ma anche musicale. Proprio come Bill Evans, il pianista jazz, la musica è elemento essenziale su cui basare la tavolozza delle sensazioni. E’ sorprendente come un musicista 28enne dimostri tanta consapevolezza e capacità di astrazione. Ancora una volta, Van Morrison ci riporta alla mente le sue visioni astrali, anche se in chiave semplificata. Conservazione, memoria, stato d’animo.

Ho scoperto la musica di Van Morrison durante una burrascosa primavera dell’anima. L’ho meglio scandagliata e sviscerata in una rovente estate bucolica di ricerca introspettiva. Ma il momento in cui davvero ho capito, se così si può dire, la sua musica e il suo stato d’animo, è stato durante l’autunno di 13 anni fa. Veedon Fleece, del ’74 è probabilmente uno dei cinque dischi che ho più amato e consumato negli anni. Ascoltare Van Morrison vuol dire, per me, fare i conti con la temperatura emotiva del proprio cuore. Non ci sono strumenti per valutare in maniera più precisa il suo approccio musicale. Chi conosce bene questo autore, sa che la sua produzione migliore è sempre stata legata ad una certa ricerca mistica, spirituale.

I suoi capolavori si chiamano Astral Weeks, Moondance e Into The Music. Tutto quello che il cantautore irlandese ha realizzato dal suo secondo lavoro (Astral Weeks) in poi, fino alla seconda metà degli anni ottanta, è degno di essere ascoltato e valutato con attenzione.

Bisognerebbe chiedere a Lester Bangs, che su Astral Weeks ha scritto probabilmente una delle pagine più importanti dedicata alla musica d’autore. Lungi da me toccare adesso un capolavoro simile. Quelle sono otto canzoni con un carattere così intimo che, a tratti, hai paura di ferirle se le ascolti troppo, come scrive giustamente Carlo Nalli. Un disco fondamentale che ha segnato una generazione e creato uno standard per molti cantautori che sono venuti dopo; assieme al lavoro di Tim Buckley, è probabilmente il contributo più alto e nobile a quello che poi diventò un genere a parte all’interno del songwriting anglofono.

Ascoltare l’autunno è uno stato d’animo, per Verlaine paragonabile a dei lunghi singhiozzi di violino, che feriscono il cuore con un monotono languore. Si tratta di un “moto” per vivere in modo corretto una dei periodi più intensi e necessarie dell’essere umano. In autunno cadono le foglie e con le foglie anche i capelli. When The Leaves Come Falling Down, canterà sempre Van Morrison nel 1999, diverse stagioni dopo Autumn Song. In Back on Top trova spazio un'altra canzone dedicata all'autunno. Si tratta del brano Golden Autumn Day, memorabile chiusura che avviene attraverso una lunga, ispirata meditazione di sei minuti e mezzo.

Sono stati mentali, che il Nostro è sempre riuscito a sintetizzare e a comprendere. Autumn Song è una canzone lieve, a tratti malinconica, a tratti gaudente. Non si tratta di una malinconia compatta e opaca, ma di un velo di particelle minutissime d'umori e sensazioni, un pulviscolo d'atomi come tutto ciò che costituisce l'ultima sostanza della molteplicità delle cose, per citare Italo Calvino. Un inno pastorale, un canto bucolico e sereno di un uomo che aveva trovato la sua dimensione e il suo karma tra gli elementi essenziali della natura. Quasi un’anticipazione di quello che sarà il suo Bringing it all back home l’anno successivo con Veedon Fleece.

Van Morrison è stato uno dei più grandi cantori in musica dell'autunno. E serve coraggio, tanto romanticismo e tanta cocciutaggine per saper cantare davvero l’autunno, quando si è giovani. E’ un po’ come osservare un tramonto in solitudine, tramortisce e ghermisce, specialmente l’animo inquieto che come il regista inglese John Schlesinger sta scappando via dalla pazza folla.

Ci sono alcune canzoni di Van Morrison che hanno il potere di rigenerare i pensieri, e questo è dovuto anche alla loro struttura melodica e musicale. Autumn Song, ad un ascolto distratto può apparire come un brano banale, fiacco. Eppure quei 10 minuti hanno la forza della leggerezza, che come dice Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane va associata con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso.

Nell’agosto del 1973 un 28enne Van Morrison, già maturo e consapevole dava alle stampe Hard Nose the Highway, disco intenso e ispirato, soprattutto nella scrittura, dove spiccano due classici morrisoniani come Warm Love e Wild Children, e dove è possibile sentire la lunga suite di Autumn Song.

Non si è mai arreso Van Morrison nella sua vita. La musica, il misticismo e una ricerca musicale costante lo accompagnano da più di 40 anni. Artista schivo, a tratti burbero, forse solo poco adatto alle luci della ribalta e dello show business, ha sempre preferito il palco come estensione del proprio Io, coltivando una miriade di interessi differenti.

"Io e il mio camino, due vecchi fumatori dalla chioma grigia, abitiamo in campagna. Quando accolgo i miei amici nella stanza sul retro resto in piedi accanto al mio camino, che risulta essere il vero padrone di casa. Non ho niente da obiettare per questo. In presenza dei miei superiori credo di saper stare al mio posto."

(Herman Melville)


Divagazioni morrisoniane

Un'idea di Dario Greco

(2015)

lunedì 15 agosto 2022

Poetic Champions Compose (1987)

 


Poetic Champions Compose (1987)

 

Se vana è stata la ricerca d'amore, perché allora non "lasciarsi andare al mistero", affidarsi alla consolazione propria di ogni dimensione indeterminata, ci suggerisce il poeta laureato George Ivan. 

Dopo il capolavoro del 1986 No Guru, No Method, No Teacher, considerato dalla critica uno dei suoi migliori album del decennio, se non di sempre, con Poetic Champions Compose Van Morrison ritrova i sapori che hanno reso la sua musica unica, calda e appassionata. Un modus operandi che per chi sa ascoltare crea una connessione univoca e diretta con l'anima stessa dell'interlocutore, come solo pochi artisti sono stati capaci di fare, lungo una carriera così ricca e variegata. Qui troviamo gli elementi tipici della sua svolta avvenuta ormai vent'anni prima. La musica è un mix di brani midtempo e uptempo con un forte sapore jazz e pop classico. Quest'uomo non è solo qualcuno attento al blues/R&B, come possiamo notare in questo album sta chiaramente portando davanti a sé i frizzanti sapori orchestrali pop/jazz di Nat King Cole e Burt Bacharach. Pianoforte, sax, armonica e chitarra sono suonati in questo disco proprio dal nostro autore. Si parte subito con uno strumentale di grande atmosfera jazz con la lussureggiante "Spanish Skies", perfetto per una serata in un locale elegante o semplicemente per fare da colonna sonora durante una passeggiata in una calda serata al chiaro di luna con una persona cara. Sullo stesso registro sonoro si muove il brano "Celtic Excavation", che rappresenta non a caso l'anima e il cuore di questo lavoro in studio.  Ci sono molti dei suoi classici brani soul celtici mid-tempo in "The Mystery", "Queen Of The Slipstream", "I Forgot That Love Existed", "Give Me The Rapture" e "Allow Me". Queste canzoni hanno tutte più un groove di tipo jazz/nightclub di qualsiasi altra cosa con arrangiamenti più influenzati dal folk, rispetto all'album precedente.

Un vero e proprio aggiornamento della produzione del suono classico che Van ha reso così caratteristico per sé stesso durante gli anni '70. La versione di "Sometimes I Feel Like A Motherless Child" che il cantautore propone è una bellissima espressione della gioia e del dolore dell'isolamento personale. L'arrangiamento del brano è realizzato con un crescendo ostinato e impressionista, che lascia quasi senza fiato l'ascoltatore. "Alan Watts Blues" è una delle canzoni più ritmate con quel leggero sapore jazz-pop-funk. In qualche modo, ricorda alcune musiche dallo stile simile a Common One. C'è poi "Did You Get Healed?" coinvolgente e spassosa, ti resta appiccicata per giorni e giorni, se si sa ascoltare con orecchie attente. Brano godibile sorretto da un ritmo che si muove tra gospel e soul, per merito dell'apporto delle voci femminili che fanno da coro. Poetic Champions Compose è l'esempio perfetto di come lavorava il suo autore durante gli anni ottanta, con produzioni musicalmente forti e ricche in termini sonori. Tutte le canzoni dell'album sono in grado di condurci verso un'univoca esperienza musicale, con il loro suono fluido e la profondità dell'anima.

"Poetic Champions Compose" è un disco musicalmente dolce, vario, amico del jazz d'atmosfera come del folk celtico, ma tematicamente arduo ed intensissimo, ritratto di un uomo perennemente ai confini dell'alienazione, consumato dalla malattia d'amore e alla ricerca di una rivelatoria guarigione, vero marchio di fabbrica in termini tematici per Van Morrison. Ha ricevuto recensioni generalmente positive da parte della critica, lodandone l'aspetto musicale e sonoro. Per Johnny Rogan nel disco "si avverte un impegno a creare uno stile più contemplativo di musica" e ciò che emerge è un intenso senso di estasi, purificazione e rinnovamento di Morrison. Il disco era stato pensato come un lavoro esclusivamente strumentale in chiave smooth jazz, salvo poi avere un ripensamento e modificarne l'approccio fino a raggiungere l'editing finale, dove comunque emergono tre composizioni prive di testo come "Spanish Steps", "Celtic Excavation" e "Allow Me". Fiachra Trench scrive l'arrangiamento per archi e legni su "The Mystery", che tratta un tema principalmente spirituale. L'album contiene due canzoni d'amore che hanno avuto una popolarità duratura, "Queen of the Slipstream" e "Someone Like You". L'unica canzone non scritta da Morrison è "Sometimes I Feel Like a Motherless Child", qui eseguita in modo impeccabile e magistrale. Don McLeese del Chicago Sun-Times ha affermato che la maggior parte delle canzoni "potrebbe essere classificata come musica d'atmosfera. Ma gli stati d'animo musicali sono raramente così sublimi". Un ottimo esempio di musica pop/jazz/celtic basata su superbe esecuzioni vocali e strumentali, catturate in modo che si possa riflettere una realtà sonora di forte tensione e impatto lirico. Disco caldo e potente, rappresenta uno dei suoi momenti salienti fotografando al meglio gli anni '80 secondo Van Morrison.

Testo a cura di Dario Greco


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE - 

giovedì 4 agosto 2022

Ascoltando Hymns to the Silence

Jack Kerouac e la Beat Generation secondo Van Morrison

Ci sono dischi che ti sollevano quando sei in uno stato d'animo negativo. Ci sono album che ti danno la forza e l'energia per tirare avanti. E poi ci sono dischi che ti arricchiscono a livello spirituale, intimo, quasi come degli inni sacri. Van Morrison oltre che un pluristrumentista è un autore sensibile e dotato, che non ha mai nascosto la sua passione autentica per il jazz, il folk e il blues. Oltre all'aspetto più squisitamente sonoro e musicale, emerge tra le sue canzoni una propensione per la poesia classica, romantica e per autori più attuali come Jack Kerouac. Kerouac caposcuola del movimento Beat assieme al suo amico Allen Ginsberg, è stato un modello d'ispirazione per alcuni dei più prolifici e dotati cantautori degli ultimi 60 anni. Pensiamo ad esempio all'influenza esercitata su Bob Dylan, ma anche sugli stessi Bruce Springsteen e Tom Petty. Eppure è stato proprio Van Morrison a rendergli omaggio e a tributargli la giusta importanza, attraverso i solchi di alcuni dei suoi pregevoli lavori. In particolare tra il 1982 e il 2016 con i dischi Hymns to the Silence, Beautiful Vision e Keep Me Singing.

Ma se un'intera generazione di sognatori, vagabondi, hipsters e beaknik ha dedicato una porzione del proprio tempo al culto della lettura dell'opera completa di Jack Kerouac, Van Morrison è stato capace di avvicinarsi alla sensibilità dello scrittore di Lowell meglio di tanti altri. Un'influenza mai nascosta, basti leggere con attenzione le liriche di On Hyndford Street, ma se vogliamo un po' tutte le canzoni scritte in modo fluido, secondo le regole promosse proprio dalla poetica dei beat che tanto ha influenzato il mondo musicale e contro culturale che Van Morrison si è ritrovato a vivere durante le sue sortite in California e a Woodstock. La citazione all'opera The Dharma Bums, I vagabondi del Dharma, romanzo scritto da Kerouac nel 1958 è un attestato di stima e di vicinanza poetica tra il cantautore di Belfast e lo scrittore americano.

A proposito di Jack Kerouac, Morrison dirà: "Ci sono tre libri molto importanti per me. Un paio mi sono stati regalati da un lavavetri: uno era The Dharma Bums di Jack Kerouac; l'altro era il Buddismo Zen di Christmas Humphreys. E il terzo era La nausea di Jean-Paul Sartre. Sono stati i tre libri che mi hanno influenzato di più. Di Dharma Bums l'elemento che mi ha più colpito è stata la spontaneità della scrittura e il modo in cui si stava svolgendo. E vedi che anche Kerouac era nel Buddismo Zen, quindi quella era la connessione. Era molto, molto musicale, come una lunga improvvisazione. La sua scrittura in realtà aveva molto a che fare con il jazz, perché era quello che stava ascoltando in quel momento - ed è quello che ha preso anche me."

Oggi riascoltiamo proprio questo grande capolavoro che risponde al nome di Hymns to the Silence, doppio album uscito nel 1991, lavoro che si avvale della collaborazione di ospiti d'eccezione come Paddy Moloney (The Chieftains) e Dr. John, accreditato con il vero nome di Malcolm John Rebennack Jr . Ventunesimo lavoro in studio, fotografa un autore in un particolare momento di ispirazione e di influenza mistica e spirituale. Ed è proprio in questi frangenti che il cantautore nordirlandese ha mostrato le sue migliori qualità: una particolare propensione per tematiche solenni, dove l'spirazione è saldamente legata alla tradizione musicale celtica. 

La critica acclama il disco come uno dei lavori maggiori di un maturo Van Morrison, quasi a chiudere il cerchio inaugurato con Common One e proseguito con Inarticulate Speech of the Heart e soprattutto con No Guru, No Method, No Teacher, capolavoro del 1986. 

In una recensione apparsa su Time, Jay Cocks ha dichiarato: "Hymns focalizza e ridefinisce i temi di Morrison nel corso della sua lunga carriera, un po' come una retrospettiva museale già in corso. Si immerge profondamente nell'autobiografia, nella speculazione spirituale e nella mitologia blues per i suoi temi". Elysa Gardner ha scritto che nonostante la presenza di brani di influenza mistica come "Take Me Back" e "Pagan Streams", Morrison si appropria di una varietà di stili musicali in canzoni sia gioiose che commoventi su un album che "trabocca della passione costante che continua a rendere Morrison affascinante ". Alec Foege invece sostiene che la sua musica è più eclettica della totalità degli album degli anni '80 di Morrison, mentre i testi dimostrano che può conciliare la sua fede cristiana con temi più mondani, consentendo "una ricerca dell'anima piacevolmente individualista".

Riascoltando oggi il doppio, nonostante le legittime distanze, è difficile trovare dei limiti e dei difetti, proprio in virtù di un discorso musicale polifonico, approfondito e appassionato che l’autore sa trasmettere all’opera. Canzoni per certi versi paragonabili alle ballate ipnotiche stile Astral Weeks, dove il timbro stilistico morrisoniano emerge attraverso un incidere sognante. Si pensi ad esempio a quella forte presenza dell’armonica, a quei mantra ossessivi costituiti sulla reiterazione di alcune parole per dare maggiore suggestione alle canzoni. È un disco che se ascoltato con la giusta attenzione, può donare luce ed energie nuove, proprio come era in grado di fare Jack Kerouac attraverso le sue migliori pagine, quando la Musa andava a trovarlo nelle notti solitarie dedicate alla scrittura. Come diceva Bob Marley: mi aiuterai a cantare questi inni di libertà, questi canti di redenzione? Nel caso di Morrison si tratta invece di un vero inno al silenzio. Un paradosso? Probabile, ma di certo si tratta di  una filosofia di vita zen, spirituale e mistica, capace di tracciare una coordinata che passa da Belfast per arrivare fino alla provincia statunitense, proprio dove Jack Kerouac si è battuto nell'eterno conflitto che stabilire il confine tra arte, scrittura e vita scapestrata. Quell'eccitante filosofia del mollare tutto e partire senza una meta precisa. Un'ideale che molti rocker e bluesman come Van Morrison sono stati capaci di perseguire, probabilmente con maggiore fortuna rispetto al Poeta di Lowell.

Ci vorrebbero più dischi come Hymns to the Silence, in questo 2021 di nostra vita. Ne siamo fermamente convinti.


Testo a cura di Dario Greco 


NB: l'articolo è stato scritto e pubblicato per la prima volta il 5 novembre 2021. 


Divagazioni Morrisoniane
Un'idea di Dario Greco

mercoledì 3 agosto 2022

Ascoltando Moondance

Moondance (1970)

Scrivere di un disco come Moondance potrebbe sembrare facile, un po' banale, a tratti scontato.

Entriamo in effetti in quel territorio noto ai critici di mestiere, gente che non è mai stata tenera nei confronti della produzione discografica di artisti come Bob Dylan, Neil Young e ovviamente il Nostro Van Morrison non sfugge a questo tipo di logica. Ricordo che proprio mentre stavo scoprendo quelli che sarebbero diventati i miei artisti preferiti lessi una cosa del genere a proposito di "Love and Theft" di Dylan: "Siccome il compito di questo libro è quello di proporre un ascolto critico, chi scrive non si accoda al generale entusiasmo, anzi, come tutti gli ultimi dischi di quasi tutte le vecchie glorie del rock come Neil Young, Van Morrison, Paul Simon e Paul McCartney, neanche questo di Dylan è un bel disco, con buona pace dei più fedeli cultori del suo mito." L'autore era Cesare Rizzi per la collana Atlanti Musicali Giunti, a cura di Riccardo Bertoncelli. Ora, non nascondo che all'epoca di Van Morrison conoscessi solo alcuni dei suoi più grandi successi, più che altro legati alla visione di film e documentari come An American Werewolf in London di John Landis e The Last Waltz di Martin Scorsese (e successivamente anche I Tenenbaum di Wes Anderson). Faccio questa premessa per dire che sì, bisogna sempre proporre un ascolto critico, nei limiti del possibile, ma trovo davvero incomprensibile applicare l'idea di critica musicale dei vari Fabretti, Scaruffi, Rizzi e Bertoncelli. Specialmente perché poi ogni critico ha il suo scheletro nell'armadio stile "So cosa hai fatto". Bertoncelli sembra un personaggio uscito da Caro diario di Moretti, quando il protagonista si reca in casa del critico per rileggergli tutte le cazzate scritte negli anni su film americani di dubbio gusto estetico (almeno secondo Moretti). Nello stesso modo mi piace pensare a Bertoncelli impallinato da qualche giovane talentuoso per uno dei suoi delitti perfetti: ne cito uno solo a caso, "Una vita da mediano - Ligabue si racconta". Proprio così. Chissà se in quel caso il compito fosse differente rispetto a quello di proporre un ascolto critico, vero Mister Riccardo Jones?

Ma sto decisamente divagando. Ormai il fantasma di Lester e quello di Cuzzo (Stefano Cuzzocrea) si sono impossessati della mia mente e mi tocca tornare in me, se voglio davvero provare ad analizzare Moondance. In effetti basterebbe evitare di leggere certe cose per la propria salute mentale e ascoltare semplicemente i dischi. Moondance è il terzo album in studio per Van Morrison ed è stato pubblicato il 27 gennaio 1970 dalla Warner Bros Records, dopo il "flop" di Astral Weeks, disco che fortunatamente diventerà prima di culto, poi sarà completamente rivalutato e considerato un assoluto capolavoro nel canone dell'autore irlandese. Ora però siamo nel 1969 e Morrison deve cercare di riparare al danno, motivo per cui si trasferisce nello stato di New York con sua moglie e inizia a scrivere le canzoni per Moondance. Qui incontra i musicisti che in seguito prenderanno parte alle sessioni, che si svolgeranno durante l'estate dello stesso anno. L'album ha visto Morrison abbandonare le composizioni folk jazz di Astral Weeks a favore di canzoni composte in modo più formale, che ha scritto e prodotto interamente da solo. Il suo ritmo vivace e la musica blues/rock erano lo stile per cui sarebbe diventato famoso nel tempo. La musica incorpora suoni soul, jazz, pop e folk irlandese nelle canzoni sulla ricerca del rinnovamento spirituale e della redenzione a contatto con la natura, la musica, l'amore romantico e l'autoaffermazione.

Moondance è stato un immediato successo, sia a livello di critica che commerciale. Ha contribuito a stabilire Morrison come uno dei principali artisti della musica popolare, mentre molte delle sue canzoni sono diventate punti forti della radio FM nei primi anni '70. Tra i dischi più acclamati della storia, Moondance si colloca spesso nelle liste dei più grandi album della storia del rock. Nel 2013, l'edizione deluxe rimasterizzata dell'album è stata un ulteriore successo commerciale; ma andiamo a vedere come si compone il disco e quali sono i tratti e gli aspetti degni di nota che lo caratterizzano.

Il lato A di Moondance

Il lato A del disco si apre con una sequenza di brani per cui Van Morrison viene sempre ricordato dalla critica rock militante, per aver creato una delle migliori facciate di tutti i tempi, sotto il punto di vista compositivo, qualitativo e creativo. La sequenza comprende i seguenti brani: And It Stoned Me, Moondance, Crazy Love, Caravan e Into the Mystic. Se non le conoscete, un po' vi invidio. Si tratta di un'esperienza a metà tra l'anima, la carne e il suono che solo in quel periodo poteva essere realizzato e messo su disco. Nel '69 Dylan era in fase Nashville Skyline, i Beatles non esistevano più e Neil Young aveva da poco rilasciato il suo primo album dal titolo omonimo. Van Morrison aveva già alle spalle la sua carriera come leader dei Them, ma soprattutto aveva già inciso due dischi, uno di successo e uno che sarebbe entrato di diritto nella storia della musica.

Eppure il merito della sua fortuna lo si deve in larga parte a questa prima facciata di Moondance.

Dal primo beat di batteria della traccia di apertura, And It Stoned Me, "Moondance" fa capire qual è il suo compito e la missione da portare a termine: essere sobri, concisi e adatti ai gusti radiofonici di quel momento storico. Ed è per il suo autore un ritorno a un sound più rock/jazz/blues. Pur conservando parte dell'atmosfera eterea del suo album precedente, And It Stoned Me, inizia con una canzone piacevole, orecchiabile e radicata nella reminiscenza. Con lo sguardo indietro alla pura gioia della giovinezza che Van ha celebrato in Brown-Eyed Girl, ma con il sentimento dell’amicizia a rimpiazzare egregiamente quello dell’amore giovanile. In poche parole: un brano calmo che celebra l’esuberanza. Venendo alla title track, Moondance, è chiaro il motivo per cui questo pezzo è rimasto per oltre cinquant’anni come uno dei maggiori successi del suo autore. Tiene il passo con una qualsiasi delle grandi canzoni jazz, per merito della band condotta dalla batteria di un percussionista come Gary Mallaber, che qui si esibisce in una convincente prova dove fa utilizzo delle spazzole, dal basso di John Klinberg che simula il battito di cuore di uno spasimante, dal pianoforte essenziale ma al contempo virtuoso di Jef Labes e dalla chitarra di John Platania, coi suoi armoniosi accordi jazzati. Ma tutto questo non sarebbe comunque sufficiente se non ci fosse la prova vocale di Morrison a reggere e a garantire ulteriore qualità e autorevolezza al pezzo. Brano che oggi conosciamo come uno standard pop-jazz, ma che è di fatto uno dei marchi di fabbrica del canone morrisoniano. La prova vocale di Morrison è sostenuta poi dalla sezione fiati che contempla il flauto di Collin Tilton e il sax di Jack Schroer. Crazy Love è una canzone che omaggia Ray Charles, sia nel testo che nella musica. Cantando in una gamma più alta, la dolcezza della voce di Morrison ricorda per certi versi quella di Smokey Robinson. Questo è un delizioso omaggio al puro incanto. La canzone gronda semplicemente un'anima dolce ed è splendida nella sua esecuzione e nella composizione minimale. Il brano successivo, Caravan, è una delle canzoni più contagiose che possiate mai ascoltare. Con la sua enfasi sui tempi pari, attira e ammalia, con un Morrison che qui si abbassa a livello vocale, costruendo un’architettura sonora che in seguito avrebbe fatto scuola (vedi Bob Seger, Springsteen, Costello e Mellencamp) e che costringe l’ascoltatore al movimento. Fatto curioso, nel suo libro 31 canzoni, lo scrittore inglese Nick Hornby, definisce la sua versione live come brano perfetto da suonare al proprio funerale! In effetti anche in questa prima versione studio, la canzone ci da un po’ l’effetto di poter andare avanti ancora per qualche minuto. Il testo è ipnotico, quanto enigmatico e leggenda vuole che Morrison l’abbia composta in una casa in legno dove per uno strano fenomeno acustico era in grado di sentire una radio che si trovava molto lontana rispetto all’abitazione. Protagonista del brano è una ragazza zingara che fa parte di una carovana. Il tema gitano da questo punto in poi diventerà frequente nelle composizioni di Van Morrison, specialmente tra il 1970 e il 1972, quando inciderà appunto il brano Gypsy. Conclude il lato A una delle canzoni più memorabili scritte da Van Morrison: Into the Mystic, definita non per niente come il punto più alto dell’intero lavoro. Il lavoro che compie l’autore è straordinario, sorprendente, eppure al contempo coeso e funzionale. Qui infatti troviamo un mix convincente tra un canto marinaresco, un’ode alla natura e alla spiritualità diligentemente condotto su una melodia funky e al contempo eterea. Fosse finito così il disco, sarebbe già stato più che sorprendente, invece prosegue ancora con altre cinque tracce. Non possono competere con il primo lato, ma anche Come Running, These Dreams of You, Brand New Day, Everyone e Glad Tidings, fanno il loro egregio lavoro.

Considerazioni finali

È possibile far convivere Bob Dylan, Ray Charles, Frank Sinatra, The Band, il folk irlandese e i canti dei marinai in un unico disco? Moondance pare essere la miglior risposta possibile a questo assurdo quesito. Gli interessi lirici di Van Morrison su Moondance sono quindi incentrati su ballate per marinai e strane processioni gitane. "Into the Mystic" è una traccia così ipnotica e rassicurante che secondo un sondaggio condotto dalla BBC alla fine degli anni '90 diventa un must per i chirurghi da ascoltare mentre operano i loro pazienti. L’autore però sembra non attribuire tutta questa importanza al brano, commentandolo così: "Immagino che la canzone riguardi semplicemente l'essere parte dell'universo". "Realizzare i sogni se lo vogliamo", canta Van Morrison nella penultima traccia dell'album, "Everyone". Per il cantante di Belfast, il lungo sogno che si avvera sarebbe diventato un continuo Comma 22, anche perché essere famosi non è poi così fantastico per il processo creativo", avrebbe detto egli stesso durante un’intervista del 2015. Moondance di Van Morrison, nonostante il tempo scorra, rimane uno dei suoi più luminosi e stellari lavori in studio. Alcuni di questi brani sono a livello unanime riconosciuti come autentici classici e capolavori, difficilmente replicabili anche dal suo stesso autore. Forse non sono proprio le canzoni più conosciute a livello popolare, ma il loro fascino e la naturale bellezza, hanno brillantemente superato la prova del tempo. Per un autore non sempre commercialmente appetibile, questo è sinonimo di successo e di longevità artistica, escludendo il concetto di bellezza, magia e di un linguaggio poetico che raramente abbiamo ascoltato in musica.

Testo a cura di Dario Greco


- OTTO DIVAGAZIONI MORRISONIANE -   

martedì 2 agosto 2022

Ascoltando Tupelo Honey

 

Tupelo Honey (1971)


Non hai bisogno di mettere alla prova il nostro amore: prendi tutto il the del mondo, mettilo in una grande borsa di tela marrone, naviga attorno ai sette mari e quando sarai tornata io avrò composto per te una nuova ballata. Tupelo Honey è il quinto lavoro in studio di Van Morrison e rientra sicuramente tra i dischi migliori, per qualità di scrittura, composizione e per il suono chiaro e pulito che lo caratterizza negli episodi più rilevanti. Oggi il disco viene ricordato da molte riviste specializzate e ha ricevuto l’apprezzamento da molti colleghi e amici del cantautore nordirlandese. Non è un caso se la title track sia stata coverizzata da artiste come Cassandra Wilson e Dusty Springfield, negli anni. Bob Dylan ha espresso grande approvazione per il brano, affermando che: Tupelo Honey è sempre esistita e Van Morrison è stato il vaso e il veicolo terreno per farla conoscere al mondo. Greil Marcus ha definito la canzone come una sorta di odissea" che evoca Elvis Presley e che si tratta del numero più bello dell'album. Tutto troppo bello per non essere vero".

Nonostante queste “parole al miele” di critici e colleghi illustri, Van Morrison affronta la stesura e la realizzazione di questo disco come una vera sfida creativa. Dopo aver esplorato l'anima nordica ottenendo il plauso della critica con i suoi sforzi più recenti, ha pensato di incidere un album country per il suo quinto LP. Sebbene abbia rinunciato a quell'idea dopo essersi trasferito nella West Coast, ha dovuto affrontare una decisione ancora più grande: cosa fare per mettere insieme un nuovo gruppo di musicisti ora che aveva messo migliaia di miglia tra sé e il suo equipaggio normale. Con il sassofonista Jack Schroer e sua moglie Ellen, i soli reduci dalla precedente band, Morrison inizia a assemblare il materiale nuovo, coinvolgendo successivamente un folto gruppo di musicisti già noti per aver collaborato con il cantautore irlandese. Ricordiamo tra gli altri Connie Kay e Gary Mallaber alla batteria. Tra le nuove aggiunte c'era un trio di musicisti della Bay Area che in seguito sarebbe diventato molto familiare in ambito rock: il produttore Ted Templeman (Doobie Brothers), Ronnie Montrose e John McFee il quale si unirà in seguito proprio ai Doobie Bros. Così dopo aver abbandonato l'idea di un album country, il Nostro si affida su materiale già composto, tranne per uno-due pezzi. Tra questi c’è la nuova "You're My Woman". Consolidando la sua reputazione per il comportamento assai volubile, Morrison ha sottoposto Templeman a una prova del fuoco, chiedendo a tutti di tenere il suo passo, provando poco e cercando di ottenere il massimo attraverso le prove improvvisate e selvagge. Stranamente il risultato finale è uno dei dischi più pacifici e con un suono molto coeso e brillante. Un modus operandi che anche altri colleghi stavano adottando, uno su tutti Neil Young che nel suo libro “Il sogno di un hippie” racconta di come fu necessario far stancare il proprio batterista durante delle session notturne per ottenere il giusto sound con uno dei suoi primi brani simbolo: Helpless.

Tupelo Honey si è rivelato un successo immediato per Morrison alla sua uscita, nell'ottobre del 1971. L’album include uno dei suoi più grandi singoli di successo, "Wild Night". Per gli ascoltatori tradizionali desiderosi di ascoltare di più del lato bucolico della sua personalità musicale, Tupelo ha offerto una raccolta di brani capaci di fotografare uno strano idillio bucolico, caratterizzato da quella felicità domestica screziata dal sole raffigurata sulla copertina dell'album. Naturalmente, come fu poi desideroso di sottolineare, niente di tutto ciò rifletteva necessariamente la sua realtà. "La foto è stata scattata in una stalla e io non vivevo lì", brontolò Morrison. "Siamo andati lì e abbiamo scattato la foto e ci siamo separati. Molte persone sembrano pensare che le copertine degli album siano la tua vita o qualcosa del genere". Nonostante gli abbia procurato un successo di pubblico e il plauso unanime della critica, l’autore non è mai stato timido nell'esprimere la sua distanza emotiva dall'album. Per quanto ostinatamente insistesse nel fare musica a modo suo e seguire il suo percorso creativo a volte imperscrutabile, non era immune da obblighi contrattuali o pressioni commerciali, e in seguito avrebbe riconosciuto che le decisioni che portavano a queste particolari sessioni non erano quelle che lui stava dietro. "Non ero molto contento di Tupelo Honey. Il lavoro era composto da canzoni che erano rimaste fuori dai lavori precedenti e che non eravamo riusciti a usare. Non era molto fresco. Era un intero gruppo di pezzi che erano in giro da un po'. In effetti stavo davvero cercando di fare un album country e western."

La critica esprime un giudizio positivo

Tupelo Honey è stato ben accolto dalla critica dopo l'uscita dell'album. Jon Landau ha scritto su Rolling Stone: "Tupelo Honey è l'esempio di come il suo autore sia capace di dare un'atmosfera precisa all'album, andando oltre rispetto alla semplice raccolta di singoli brani. Tutto qui appare perfettamente integrato e calibrato. servirebbero più dischi come questo, secondo Village Voice che lo elegge tra i migliori album del 1971, al quarto posto. Per Johnny Rogan invece "Tupelo Honey non è un capolavoro, ma è stato un notevole miglioramento rispetto al lavoro precedente di Morrison. In un momento in cui l'élite del rock era sedotta dai lamenti d'amore e dalle steel guitar del country rock, Morrison è emerso con un lavoro che offriva una patina romantica piena di sentimento senza scadere in banali sentimentalismi. Di diverso avviso il critico Erik Hage il quale ritiene che Morrison sia ormai diventato così bravo e famoso, da poter evitare critiche costruttive, dato che il lavoro appare banale e caratterizzato da arrangiamenti tutt'altro che ispirati. Strano questo commento, anche perché Hage non era certo tra i detrattori dell'artista irlandese, ma tant'è! 

Eppure Tupelo Honey resta dopo quarant’anni dalla sua pubblicazione una delle vie d'accesso più popolari al lavoro di Morrison, e se non è necessariamente il primo disco nominato nelle discussioni sui suoi migliori album, di solito fa parte del lotto dei primi dieci-dodici dischi. Tuttavia, per l'artista come sempre lungimirante e critico sulla propria opera, rappresenta una deviazione sbagliata che preferirebbe non rivisitare e, come i fan avrebbero presto scoperto, era interessato a esplorare panorami musicali ben oltre il suono del momento.


Testo a cura di Dario Greco



DIVAGAZIONI MORRISONIANE
Un'idea di Dario Greco

lunedì 1 agosto 2022

Ascoltando Hard Nose the Highway


Hard Nose the Highway (1973)

Il mondo è pieno di selvaggia, ruggente bellezza. Tocca a noi coglierla, sentirla, farla temporaneamente nostra. Solo un attimo di splendente illusione e vacuità. La mia splendida ricompensa in dobloni non sarà il tesoro dei pirati, non sarà uno scrigno pieno di preziosi. Soltanto un attimo prima di scomparire, afferrare quel sottile selvaggio suono mercuriale. Sospinti dal divino soffio di immortalità; questo è quello che cerco, questo è il minimo che voglio accettare, adesso, ora! Fino alla fine del tempo e dello spazio, quando sarò trafitto da una lama rovente, dentro uno scudo d'acciaio. Erica viola, che mi guidi nel cammino perpetuo, nello scorrere inesorabile dell'ultima era, di questo triste stanco mondo!

Il 1973 per Van Morrison fu un anno memorabile. Non solo perché veniva da un periodo di grandi successi che era stato inaugurato tre anni prima con la pubblicazione di Moondance, uno dei suoi best seller, ma soprattutto per via dei live che stata affrontando in quel periodo. Il tutto come ben sappiamo venne immortalato nei due dischi live ufficiali pubblicati nel 1974 dal titolo It's Too Late To Stop Now. Qui possiamo ascoltare come Morrison abbia plasmato una band che risponde al nome di Caledonia Soul Orchestra, gruppo composto da una solida sezione fiati, un quartetto d'archi, chitarra elettrica, basso, piano, organo e batteria: dieci elementi per colorare e supportare il suo leader; un Van Morrison assolutamente stratosferico, in uno stato di forma e di grazia senza precedenti.

Da un punto di vista compositivo l'autore, dopo aver pubblicato album come His Band and Street Choir e Tupelo Honey, ottimi lavori e buoni successi commerciali, soprattutto aveva prodotto Saint Dominic's Preview, appena un anno prima rispetto alla pubblicazione di Hard Nose the Highway, le cui sessions avvengono a cavallo tra l'agosto e l'ottobre del 1972. Questo settimo lavoro in studio è un disco diverso, sia in termini di ispirazione, sia dal punto di vista musicale e contenutistico. Si tratta in effetti di un album che si spinge oltre, rispetto a quanto era stato realizzato con gli ultimi quattro dischi. Appare evidente già leggendo i credits, dato che qui troviamo ben due brani non autografi: Bein' Green e la meravigliosa canzone tradizionale Purple Heather. Morrison compone di proprio pugno sei brani, uno diverso dall'altro. Il lavoro inizia col botto dato che l'apertura è affidata all'inusuale Snow In San Anselmo, brano intrigante sorretto dal suggestivo coro a opera della Oakland Symphony Chamber Chorus che si sviluppa su un pattern di batteria quasi swingante. La struttura del pezzo è esemplare quanto efficace. Nelle strofe la band suona in modo minimale ed etereo, mentre nella progressione di accordi crea un effetto stomp sofisticato e straniante. Non a caso è uno dei pezzi meno scontati del catalogo morrisoniano anni settanta. Segue un brano che ha subito conquistato i fan di Van Morrison: la suggestiva ed elegiaca Warm Love. La canzone è sorretta da un arrangiamento fantasioso, brillante ed efficace. La voce di Morrison ci trasporta attraverso questo caldo amore. Chitarre acustiche, flauti, batteria che gioca sulle dinamiche fondamentali. Raramente possiamo sentire un disco così ben prodotto che suona allo stesso tempo con la stessa intensità di un live. L'abilità del Nostro autore di lavorare sugli arrangiamenti è già prodigioso e quando azzecca il riff, la strofa e il chorus giusto, c'è poco da fare e dire. Un altro bel colpo arriva con la title track, posizionata come terza traccia dell'album. Non c'è tempo per farsi lustrare le scarpe quando cerchi di guadagnarti da vivere, afferma il Nostro. C'è solo tempo per produrre grande musica, qui. Wild Children è dedicata alla generazione nata nel secondo dopoguerra che è cresciuta attraverso immagini di antieroi americani come quelli interpretati da James Dean, Marlon Brando, Rod Steiger e il drammaturgo Tennessee Williams. Van Morrison utilizza qui ancora una volta il concetto di Wildness, di cui successivamente si approprierà un altro cantautore talentuoso come il collega statunitense Bruce Springsteen.

The Great Deception secondo il biografo Richie Yorke è "una delle accuse più pungenti da qualsiasi osservatore, per non parlare di un artista rock, della tragica ipocrisia di tanti partecipanti alla sottocultura, in particolare il big-time rock star di questa era. Being Green è la prima composizione non autografa che Van Morrison include in un album Warner Bros. "Era solo un'affermazione che non devi essere sgargiante. Se a qualcuno non piaci solo perché sei una certa cosa, allora forse sta vedendo la cosa sbagliata”, afferma egli stesso.

A proposito di "Autumn Song", memorabile suite di durata importante (oltre dieci minuti!) un critico dirà: "Non posso negare che sia la canzone più funky sugli splendori e gli umori dell'autunno che sia mai passata attraverso le mie orecchie". Senza dimenticare come a livello tematico, diventerà un brano seminale per il Morrison post-settanta. La canzone finale, "Purple Heather" è la tradizionale "Wild Mountain Thyme" scritta da F. McPeake come variante di "The Braes of Balquhidder" di Robert Tannahill, riarrangiata in maniera impeccabile da Van Morrison.

Contribuiscono alla buona riuscita del disco il nucleo di musicisti che è diventato una presenza fissa per gli spettacoli live di Van Morrison. Citiamo almeno Gary Mallaber alla batteria, David Haynes al basso, Jef Labes al piano, John Platania alla chitarra, Jack Schroer al sax, Bill Atwood alla tromba, ma più in generale il tenore degli strumenti presenti in queste sessioni è di livello eccelso.

Il giudizio della critica al disco

L'album ha goduto di ottime recensioni al momento dell'uscita. Per Charlie Gillett "il problema di Hard Nose the Highway è che sebbene la musica sia spesso interessante, non ha una base emotiva convincente. Nonostante la mancanza di ispirazione e di focalizzazione melodica, il disco è attraente da ascoltare. Ma Van Morrison ha fissato standard elevati per sé stesso e Hard Nose the Highway non è all'altezza di loro." Per Stephen Holden "Hard Nose the Highway è psicologicamente complesso, musicalmente irregolare, liricamente eccellente. Profondità liriche più ricche rispetto al solito, maggiormente accessibili rispetto ai suoi predecessori. Il tema principale è la nostalgia, brevemente ma fermamente contrapposta alla disillusione." Secondo Erik Hage, "Hard Nose the Highway sembra aver subito molte critiche inutili - molti commentatori lo considerano il suo album peggiore e meno ispirato - forse perché fa seguito a una sequenza notevole di album: su tutti Saint Dominic's Preview che lo precede e Veedon Fleece che lo seguirà. Tuttavia il disco ascoltato oggi in una prospettiva retrospettiva e storica, appare come un gioiello prezioso e brillante, stupefacente fermo immagine di un’epoca gloriosa e perduta per il pop rock d’autore dell’epoca.


Testo a cura di Dario Greco



- DIVAGAZIONI MORRISONIANE - 
Un'idea di Dario Greco