A proposito di Autogrill di Guccini
Autogrill di Francesco Guccini mostra un perfetto meccanismo narrativo in versi: un mini-racconto cinematografico capace di elevare una banale sosta autostradale a dramma dell’interiorità e della sospensione esistenziale. Al centro della composizione non c'è un evento reale, ma l’anatomia di un’illusione vissuta come totale fuga mentale. L’autogrill cessa di essere un mero punto di ristoro e si trasforma nel non-luogo sociologico e metafisico per eccellenza, un limbo fuori dal tempo simile a un episodio di Ai confini della realtà, in cui l’identità del protagonista si dissolve assumendo i tratti dello Straniero di Albert Camus. La narrazione imposta la scena attraverso un violento contrasto tra la dimensione intima del poeta e la freddezza standardizzata dell’ambiente. Fin dall’inizio, con la ragazza dietro al banco che mescola «birra chiara e Seven-up» mostrando un «sorriso da fossette e denti» da pubblicità, Guccini introduce l’elemento dell’artificio. Il volto della barista non ...