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A proposito di Nebraska di Springsteen

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Dall’abbondanza di The River alla desolazione di Nebraska Introduzione al saggio critico Quando The River esce nell’ottobre del 1980, Bruce Springsteen è già molto più di una rockstar di successo. È diventato, agli occhi di pubblico e critica, una sorta di cronista morale dell’America della working class, capace di tenere insieme l’energia euforica del rock’n’roll classico con una crescente consapevolezza sociale e narrativa. Il doppio album rappresenta il punto di massima espansione del suo universo: musicalmente variegato, emotivamente sovraccarico, tematicamente oscillante tra festa e disincanto, tra bar rumorosi e cucine silenziose, tra il desiderio di fuga e il peso delle responsabilità. È un disco che contiene tutto, forse troppo. Ed è proprio da questa abbondanza che nasce Nebraska . Come spesso accade nei momenti cruciali delle grandi carriere artistiche, il passo successivo non è l’amplificazione ma la sottrazione. Tra il 1981 e il 1982 Springsteen attraversa una fase di i...

Biopic musicali: Springsteen, Dylan Cash e gli altri

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Perché i biopic musicali non riescono a raccontare i loro artisti Il biopic musicale contemporaneo nasce da un paradosso che raramente viene messo a fuoco in modo critico. Da un lato pretende di raccontare la vita di artisti che hanno costruito la propria grandezza sull’ambiguità, sulla contraddizione, sul mutamento continuo; dall’altro lo fa attraverso una forma narrativa che richiede coerenza, linearità, progressione psicologica e chiusura simbolica. Il risultato è quasi sempre una riduzione: non tanto una falsificazione dei fatti, quanto una semplificazione del senso. Il recente film biografico dedicato a Bruce Springsteen si colloca pienamente dentro questa tensione. È un’opera curata, rispettosa, spesso emotivamente efficace, ma anche profondamente sintomatica dei limiti del genere. Sotto molti punti di vista si può considerare un anti-biopic, motivo per cui lo spunto riflessivo e l'analisi dei film dedicati a musicisti e cantanti, appare ancora più attinente e centrale. Sprin...

E' pura magia, Johnny!

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  E' PURA MAGIA, JOHNNY! Bisogna che gli uomini acquisiscano una visione totale che li accomuni per ottenere risultati. Non basta schioccare le dita a tempo e dire: andrà così, se non c'è una formula magica non riesci a vendere nemmeno una bibita gassata, in questo strano vecchio mondo. Serve qualcosa di più per vivere il tempo, per capire come gira questo motore a ottani, che certe volte non ne vuole proprio sapere di marciare per il verso giusto. È un viaggio onirico di sola andata, quello che conduce al percorso della consapevolezza. Oltre i limiti stessi del tempo, del corpo e delle emozioni. C'è un sogno in questo percorso, c'è un'anima che spinge e poi c’è un prezzo da pagare. Tutti noi siamo sospinti da uno scopo: qualcosa di ancestrale e nobile, che non sappiamo comprendere né spiegare, ma che brucia dentro noi; quegli informi esseri che popolavano un tempo questa terra. È uno scopo: come un bagliore dorato di ciò che dovrebbe essere. È pura magia . Un r...

Bob Dylan negli anni '60: dalle subculture al Black Power

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Viaggio nel decennio d’oro di Bob Dylan, tra svolta elettrica, controculture, teorie delle subculture, Black Panther Party e movimenti neri. Un’analisi tra racconti e memoria personale che mostra come l’artista sia diventato un simbolo capace di attraversare politica, stili giovanili e trasformazioni sociali. Bob Dylan negli anni Sessanta dalle subculture al Black Power tra rivolte e immaginari politici Gli anni Sessanta non rappresentano soltanto il decennio in cui Bob Dylan rivoluziona il linguaggio della canzone, ma anche una fase cruciale in cui la sua figura diventa un punto di intersezione tra movimenti giovanili, subculture emergenti e tensioni politiche sempre più radicalizzate. Analizzare il ruolo di Dylan in questa costellazione richiede una prospettiva che superi la semplice storia della musica, perché le sue canzoni e il suo personaggio sono diventati segni, stili e codici riconoscibili da comunità molto diverse fra loro: dal folk revival bianco progressista del Greenwich V...

You’ll Never Walk Alone: i cori da stadio nel calcio

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You’ll Never Walk Alone: storia sociologica dei cori da stadio nel calcio Il canto è la forma più immediata attraverso cui una comunità calcistica si racconta, si riconosce e si rinnova. È un gesto antropologico, un rituale collettivo in cui la voce supera il singolo individuo e diventa massa sonora, vibrazione che definisce l’identità di un gruppo. I cori da stadio, spesso descritti come semplice folklore o rumore di fondo, rappresentano invece una lente preziosa con cui osservare dinamiche sociali, stratificazioni culturali e trasformazioni collettive. La curva diventa un laboratorio antropologico a cielo aperto, uno spazio dove si costruiscono appartenenze e si rinegoziano tradizioni. È il luogo dove la musica incontra la sociologia, perché il coro da stadio non è mai solo canto, ma un atto performativo che definisce chi appartiene e chi no. Il fenomeno ultras, con le sue ritualità, i suoi linguaggi e le sue estetiche, incarna questa tensione tra individuo e collettività, mostrando ...

Good As I Been to You, Nebraska e Real Gone: il cuore nudo dell'America

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Into the Great Wide Open: il cuore nudo della canzone americana d'autore Nel cuore inquieto dell’America del dopoguerra, quando le strade sembravano spalancarsi come promesse e le città ribollivano di un’energia nuova e irriducibile, tre artisti emersero come voci imprescindibili di un Paese che cercava ancora di capire se stesso. Bob Dylan, Tom Waits e Bruce Springsteen non appartengono alla Beat Generation per collocazione anagrafica o cronologica, eppure ne sono figli spirituali. Nel loro modo di raccontare il mondo, negli angoli che scelgono di illuminare, nelle ferite che provano a rimarginare cantando, aleggia la stessa fame di libertà che animò Jack Kerouac mentre riempiva di parole i taccuini consumati dei suoi viaggi. È come se ogni chilometro percorso dal protagonista di On the Road avesse a un certo punto deviato verso le loro canzoni e lì si fosse fermato, trovando finalmente una casa. Kerouac, con il suo stile febbrile e viscerale, insegnò che la vita non va soltanto ...