sabato 10 aprile 2021

Fiori di pietra per Tijuana - CARAVANSERAI

 

FIORI DI PIETRA PER TIJUANA - CARAVANSERAI

Apri gli occhi e inizia con me questo nuovo giorno. Un modo nuovo di vivere, quando il mattino bisbiglia, mentre il sole si muove con te. Questa via ci appartiene, tutto sta filando secondo i nostri piani. Ecco la mia mano, raggiungila, prendila e conducimi fino alla fine del tempo. Lo hai sentito come un brivido che parte dalla colonna vertebrale. Siamo figli e fratelli, siamo sorelle che provengono da un medesimo seme. Questa nostra via ci appartiene, tutto adesso sta filando secondo il piano segreto. 

Sdraiato sul letto osservo sopra la finestra lo splendore della Via Lattea. La musica irruppe come un mondo di silenzio in fiamme e fuoco, come un assolo di Carlos Santana. Si dice che il limite dell'arte sia la vita umana, che tutto quello che possiamo fare è andare avanti, presentando nuovi modelli di armonia. Il bello dell'arte è che può permettersi di fallire. La maggior parte dell'arte è fallimento permanente. È vero che le cicale cantano, ma è un canto che viene da un altro mondo. È lo stridore dell’invisibile sega che sta tagliando le fondamenta di questo. Ancora e ancora, il grido instancabile delle cicale trafigge l’aria afosa dell’estate, come un ago al lavoro su uno spesso panno di cotone. Cicale, sorelle nel sole, con voi mi nascondo nel folto dei pioppi e aspetto le stelle, diceva Quasimodo. Povero Salvatore, grande poeta, grande sognatore, ma non ha avuto la fortuna né il talento di ascoltare dischi come Caravanserai e Abraxas. Ogni tanto penso a come sarebbe stata la vita di un poeta come Leopardi se avesse ascoltato i Nirvana; avrebbe tratto gioia nel riconoscere i suoi concetti cardine, utilizzati e musicati da un rocker come Springsteen. Li avrebbe di certo apprezzati e saputi valorizzare, essendo un artista con uno sguardo universale, con una visione cosmica. Sappiamo invece da dove traeva ispirazione Carlos Santana coi suoi fidati Gregg Rolie e Mike Carabello. Sappiamo quale crogiuolo fosse San Francisco, chiamata dai santoni beat, Frisco, durante gli anni sessanta. Il misticismo, l'anima latina del rock acido e lisergico, una chitarra fluida e selvatica, che noi tutti sappiamo riconoscere dopo le prime note, quel fraseggio tipicamente blues e latino. Due anime possono convivere, come un fuoco di San Lorenzo, come una lunga, prolungata estate. Di quando il sole non cedeva il passo alla notte, perfino nelle timide sere di settembre, perfino quando gli altri già tornavano ai loro obblighi scolastici. Per noi contava solo la musica. Bastava davvero una chitarra e un bongo per risolvere una serata. Noi non lo sapevamo, ma eravamo ricercatori di mediazione fra l'uomo e il dio Sole. Oh Abraxas, oh mia nomade Regina di Saba! Un assolo di Santana è come un coito prolungato. Un caldo orgasmo acustico in un pomeriggio d'estate. Quando la vita è tutta di là da venire. Quando la sola cosa che più conta è bruciare di vera passione. I primi album di Santana hanno dentro qualcosa di eroico. Poesia di strada, solare e dinamica. La musica vibra, così come il cordone ombelicale di coloro che ascoltano. In fondo tutti, prima o poi, devono abbandonare le proprie valigie di illusioni. Caravanserai sarà per sempre la colonna sonora perfetta di una lontana estate spensierata. Quando ti bastava portare capelli lunghi, basette alla Elvis e una camicia a fiori per essere libero e felice. Wild and innocent: selvatico e innocente. In fondo è giusto avere nostalgia della nostalgia provata? Sì, anche se dicono che non è facile colmarla. Un sentimento troppo lontano, evanescente, eppure di valore. È come il Caravanserraglio per il dromedario, perso tra i suoi blues, tra chitarre e tamburi, tra un pianoforte polveroso e scassato e l’oblio infinito. È la remissione dei peccati che ancora non conoscevamo, ma che stavamo per commettere.  Santana era un sogno a occhi aperti, una chitarra di fuoco. Quella prima fase, che va dal disco di esordio omonimo fino a Moonflower, contiene una miscela esplosiva di emozionanti brani. Colonna sonora istantanea per ogni celebrazione, di vita e ritualità condivisa. Perché ci sono musiche e band che si lasciano apprezzare e comprendere a fondo, in solitaria. Non è il caso dei Santana. È musica comunitaria, fatta di condivisione. È il rito collettivo di un bottellon in Piazza Duomo. La magia di Abraxas, il misticismo di Caravanserai. È la canna fumaria del divertimento e della festa liceale o dell' Erasmus. Per me Santana ha rappresentato l’ultimo stadio del divertimento fine a sé stesso, prima delle responsabilità. Abraxas e Caravanserai sono l'esatto opposto del cartellino da vidimare, della bolletta del gas da pagare, di ogni altra situazione usuale, di un contesto lavorativo. È una vacanza balorda in Spagna, un viaggio esotico a Tijuana. È la calda e fiammeggiante sensazione di Maria. Incandescente e fluorescente miscuglio di suoni, accordi che si rincorrono freneticamente in un botta e risposta tra l’organo di Rolie e la Gibson SG di Carlos. È la Pirámide del Sol di José María Velasco. Tensione spirituale e carnale, sabba ritmico e melodia che trascende il grandioso.

Voodoo e mistero: frustrazione sessuale che diviene preghiera sensuale, armonica. Quel momento che precede il bagno di mezzanotte, quando la tequila e la sangria potevano scorrere a fiumi, come le note acquose e fluide di Black Magic Woman. Il ritmo, la sensualità del corpo, il samba. Come una roda di Capoeira, un Bacardi invecchiato 8 anni. Come un vestito di versi e note. Una Madonna Nera, nuda e prosperosa. Sublime e subliminale, stesa sopra il mio letto, mortalmente ferito da una bellezza selvaggia e letale. Come un fendente che squarcia la calda notte, vissuta, ma forse è più gusto dire sudata; mentre lo stereo andava da Abraxas a Caravanserai, fino a quello che è sempre stato uno dei miei brani preferiti: Everything's Coming Our Way. Gregg Rolie, Mike Carabello, Gus Rodriguez, Chepito Areas. Mi basta ripetere questi nomi, mi basta osservare questa strana copertina; oltre quarant’anni prima di Doctor Strange, dei caleidoscopici film dell’Universo Marvel, per viaggiare dolce e lento in un samba di colori. Non servono molte parole, basta farsi prendere da questi ritmi, nuovi e ancestrali, acustici e vibranti, elettrici. È un ritmo ossessivo e furioso, giocoso come un carnevale. Sulle tracce e le sensazioni scritte da Kerouac mi muovo danzando, sopra questo letto, di rinunce e di vita. Un sassofonista cosa fa? Fa un bel respiro e poi soffia nel suo strumento, fino a costruire una frase unica con il suo fiato. Così io separo le mie frasi, come fossero respiri diversi della mente. Un disco dei Santana va suonato a tutto volume d’estate, anche se fa freddo, anche se l’inverno sta bussando alla tua porta: tu non lasciarlo entrare. Sbattitene e pensa a quel calore oscuro, a quei riff avvolgenti, a quelle cosce sudate. Regina della Montagna di Rame! Gli spiriti del Fuoco ci guidano in questa notte sempiterna; alla ricerca del fiore di pietra a cui Danilo sta lavorando, nella visionaria opera di Sergei l'ucraino. Stone Flower, La Fuente del Ritmo, ascesa, caduta, rinascita, cambiamento. Abbracciami e ubriacami di magia e spiritualità. Tutto l'amore dell'universo. Future primitive, magia e sensualità. Appena in tempo per ammirare il sole. Eterna carovana di rincarnazione: amore, devozione e resa. È grande spirito che si innalza, oltre la trascendenza di una carovana nomade. Un ritmo latino che sfuma in una notte mediterranea. Abraxas è l’essenza mistica del latin rock. Il manifesto dei deboli e dei poveri in rivolta col mondo e con lo status quo.  


“È ingrato chi nega il beneficio ricevuto; ingrato chi lo dissimula; più ingrato chi non lo restituisce; il più ingrato di tutti chi dimentica.” (Seneca)

 Illustrazione di Elena Artese per il Lunario musicale del Lockdown 

venerdì 5 marzo 2021

Altilia Grimaldi ‘90

 


ALTILIA GRIMALDI '90

Ci sono sere in cui tutto quello che resta da fare è ripercorrere la strada del nostro glorioso passato. Per quelli della mia generazione tutto iniziò durante la torrida estate del '90. Per questo motivo ho deciso di sbloccarvi questo ricordo. Era un afoso e torrido pomeriggio in quel di Altilia. L'Alfa 90 del rappresentante della Pasta Federici inchiodò davanti all'unico bar aperto in zona. Dentro c'erano quattro persone che nonostante la calura erano intente a giocare a scopa. O meglio, due tentavano di giocare, perché gli altri erano troppo presi dalla loro discussione. In radio ormai da qualche giorno non si sentiva altro che il brano scritto da Giorgio Moroder per i mondiali di calcio. Qui da noi era appunto: Notti Magiche, inseguendo un gol, sotto il cielo di un'estate italiana! Edoardo Bennato e Gianna Nannini: il meglio del meglio, in termini di pop rock, per quel periodo. La discussione naturalmente verteva sul tema caldo di quel già caldissimo pomeriggio. Argomento: le scelte tattiche e di formazione del tecnico Azeglio Vicini. 

- Avissa di jocà  Baggio cuù Schillaci. Chiru cazz' i Vialli mi pare 'na minchia muscia cum'a vvuaa!

- Combà tu si ' na picca troppu da 'a Juventus però! Imbece second a mmmia 'stu Mondiali u vincimu sicuuuuruuuu!

Nel bar, oltre al gestore che pare uscito da una canzone di Paolo Conte, ci sono i nipotini, che stanno scegliendo un gelato Sanson, ma vorrebbero anche un pacchetto di patatine Crik Crok, quelle con dentro le figurine Panini dedicate sempre al Mondiale. E' strano come si possa sentire quasi il profumo di questa manifestazione, nonostante gli stadi più vicini, il San Paolo di Napoli e il San Nicola di Bari non siano certo proprio dietro lo svincolo dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria! Eppure c'è quella sensazione di vivere davvero un gran momento, sociale, di progresso economico e di condivisione collettiva. Maruzzu, il gestore del bar, ha un baffo da uomo che ricorda molto il Barone Causio. Anche lui da giovane sognava di calcare un campo di calcio, ma il destino si è contrapposto a tutto questo e ora le partite le segue alla radio, mentre serve da bere ai suoi clienti Birra Raffo e gazzosa.

Il rappresentante della Pasta Federici è un tipo in gamba, tifoso del Napoli e persona abbastanza ironica. Entra e ordina un'aranciata San Pellegrino, giusto per bere qualcosa di dissetante e fresco. Il bicchierino ogni tanto se lo fa pure, ma oggi fa veramente troppo caldo per rischiarlo. E poi non vuole guastarsi la serata. Stasera gioca l'Italia e suo suocero organizza una grigliata di pesce, tanto per stare in compagnia su una di quelle terrazze dove quando piove, non puoi fare altro che attendere l'arrivo della bella stagione, per goderti una serata del genere. E' il pomeriggio del 25 giugno, questa sera si gioca Italia-Uruguay. E l'Italia ha davvero una bella squadra, non si discute. Anche se pure l'Uruguay non scherza ed Enzo Francescoli è proprio un signor giocatore! Il rappresentante scambia qualche chiacchiera con Maruzzu, poi chiede di fare una telefonata, in attesa che il negozio di genere alimentari di Cummà Rusina apra, per fare l'ordinazione della Pasta Federici. In paese prima che arrivasse questo rappresentante si mangiava solo Pasta Reggia, ma in effetti i metodi di persuasione di Ciro Ubaldo Caccamo, hanno convinto senza nemmeno troppa resistenza Cummà Rusina, e quindi ora ad Altilia, chi compra la pasta da lei ha cambiato gusto e cucina solo Pasta Federici! Per il resto non sarà certo un cambiamento epocale. La pasta sempre pasta è! C'è solo da capire se questo cambio di guardia sia dovuto al fascino irresistibile di Ciro Ubaldo Caccamo, dell' acqua di colonia che usa in quantità industriale o del rombo di tuono della sua Alfa 90 grigia, sempre lucidata e impeccabile. Mistero della fede. Ma in fondo a chi importa ora: basta che stasera Vicini si decida a cambiare formazione e a schierare dall'inizio Roberto Baggio e Totò Schillaci

Notti magiche, inseguendo un gol, mentre il suocero cucina una buona grigliata mista di pesce in salsa decisamente italiana!


Da un’intuizione di Alessandro Aloe

domenica 21 febbraio 2021

Riascoltando A period of Transition




Riascoltando A period of Transition (quarant’anni dopo)

Ci sono dischi che vengono collocati per questioni di convenzione e di fretta in modo approssimativo. Le motivazioni sono spesso molteplici e intrinseche, dettate da tempi, modi e concetti sbagliati o anacronistici. Tra questi lavori, sovente vi finiscono anche prodotti di buona levatura, come nel caso di questo A period of Transition di Van Morrison. Disco che ha un solo peccato originale: arrivare dopo una sequenza di titoli capolavoro che rispondono al nome di Astral Weeks, Moondance, Saint Dominic’s Preview, Veedon Fleece e del live It’s too late to stop now. La critica e il pubblico non diedero la giusta attenzione a un lavoro dove il sound, gli strumenti e il mood macinano bene sin dai primi accenni di You Gotta Make It Through the World. Dichiarazione di intenti che si traduce in un approccio estremamente black in stile Motown. In cabina di regia, oltre che alle tastiere, siede assieme allo stesso Van Morrison, quel grande talento che è stato Dr. John. L’apporto del pianista di New Orleans è più che evidente in tutte le tracce di questo lavoro, ma la cosa più incredibile e impressionante è la mimetica adottata nella scrittura da Van Morrison. L’irlandese mai come in questo caso, si appropria dei suoni pulsanti del funk, del soul e del jazz, che erano stati la cifra stilistica di enorme impatto e successo commerciale di lavori come Talking Book, What’s Going On e Super Fly. Il lavoro di dinamiche basato sulla regola di vuoti e pieni, rende il suono di A period of Transition unico nel canone morrisoniano. Dr. John definirà il disco come a real spiritual sound. C’è qualcosa di estremamente profondo e concettuale in queste incisioni. Un robusto e grasso R&B che deve qualcosa al discorso inaugurato poco tempo prima dal Billy Preston di The Kids & Me. Un suono ricco, che trasuda voglia di muovere le gambe, come era d’uso all’epoca. Sarebbe interessante poter accedere a un archivio video e fotografico dell’epoca. Il look di molti session man e musicisti, ci direbbe sicuramente qualcosa di valido e interessante, sull’atmosfera che determinava le incisioni di questi lavori. Mi spiego meglio: A Period of Transition non è Gumbo e non è certo un successo come Song in the Key of Life, ma è un atto dovuto e programmatico, visto che i suoni sono cupi, tutti basate su doppie e triple tastiere e suoni graffianti ma compatti. Eppure con poca fantasia provate a immaginare You Gotta Make It Through the World inserita in una soundtrack di un film di Quentin Tarantino con Samuel Jackson che fa uno sproloquio sull’apporto dei turnisti alla realizzazione di un capolavoro di casa Motown. Il lavoro effettuato dai fiati è saporoso di Stax e dona un colore caldo e d’impatto. La migliore definizione per questo disco è univoca: spirituale. E’ chiaro che Dr. John e Van Morrison stavano cercando di ritrovare le origini in un tipo di musica che conoscevano bene, che volevano in qualche modo omaggiare. Un disco come A period of Transition oggi verrebbe certamente salutato dalla critica come un mezzo capolavoro. Un lavoro certamente di genere, dove emerge forse un po’ di mestiere, ma meritevole di essere ascoltato e suonato a tutto volume. La potenza del tiro di It Fills You Up esplode ancora una volta ed è merito, oltre che della sezione ritmica, in grande spolvero, dei fiati, dell’armonica e dei cori. Qui la linea di basso trasuda potenza e la batteria disegna un cerchio di fuoco dentro cui muoversi in scioltezza. Questo è solo un preludio, buono per gli spettacoli live, visto che il bello deve ancora venire. The Eternal Kansas City, pezzo unico nel canone morrisoniano, è la vera gemma di questo disco. Basterebbe questo brano per chiudere ogni discorso e decretare che questo disco è da rivalutare a pieni voti. Non un capolavoro, ma nemmeno quel lavoro di solo mestiere e di pochezza di idee, di cui si era scritto con sciatteria al momento della sua uscita nel 1977. Uno degli artefici di questo suono è sicuramente il batterista Ollie E. Brown, che già aveva suonato nei dischi di Billy Preston e soprattutto in quelli di Sly and the Family Stone. Van Morrison, come da tradizione, infila una sfilza di nomi celebri nei suoi testi, da Charlie Parker a Count Basie, da Lester Young a Jimmy Witherspoon. Oggi viene semplice accostare questo splendido brano al film (quasi omonimo) di Robert Altman del 1996 interpretato da Jennifer Jason Leight e Harry Belafonte. Sorpresa, sorpresa! Alla chitarra c’è anche un altro musicista Motown: Marlo Henderson, che ha suonato, tra gli altri con Ray Charles, Buddy Miles e Stevie Wonder. Ad aggiungere valore fusion ci pensa poi il basso di Reggie Mc Bride, session man utilizzato ancora una volta da Stevie Wonder, ma anche da Herbie Hancock, Al Jarreau, John Lee Hooker e B.B. King. Van Morrison è ispirato e spiritato come non mai, mentre intona il gioioso volo dei pellicani in Flamingos Fly. Il disco si avvia alla sua conclusione con due brani di ottima fattura come Heavy Connection e Cold Wind in August

Disco breve e anomalo, nel canone morrisoniano, che rende meglio nelle vesti di autore cantautore, ma che qui si diverte e fa divertire con questo miscuglio di black music uscito però per una label come Warner Bros. Ultima nota sull’arrangiamento dei fiati romantici di Heavy Connection. Anche il fraseggio del Nostro è qualcosa di epico, un brano decisamente evocativo che profuma di anni settanta fino al midollo.

     Ad avercene oggi di dischi come A period of Transition.



martedì 16 febbraio 2021

Il fantasma della polvere

Il fantasma della Polvere

(L'abitatore della soglia)

Ci sono momenti in cui tutto quello che desideri è restare sdraiato su un letto, mentre fuori il clamore reclama una pausa ristoro dal vociare disturbante di chi ha voglia di bruciare e di fare baldoria. Tu invece desideri solo un momento di intima comunione. Per te la differenza la farà il singolo momento, quel single malt che risiede in ciascuno di noi. È qualcosa di ascetico che ti porta il più delle volte a sbagliare percorso, volontariamente, come quando ti aggiri ramingo e furtivo nella notte che avvolge ogni pensiero utile. Ma tu non hai pensieri utili da quando sei nato. Eri spinto da passioni, eri sostenuto dalla fede, dallo Spirito. Non quello legato alla religione. Non quello degli uomini di buon senso, di comunione. Ogni volta che vedo gente che si raduna che risponde a una chiamata, sento che c’è qualcosa di finto, di artificioso. Ho bisogno di misticismo, di entrare in una dimensione. Di chiamata che attende una risposta e non cade nel vuoto, nel dimenticatoio. Ora sono qui, fermo con lo sguardo rivolto verso il cielo e attendo la risposta dal mio fantasma della polvere. Egli ha tante doti, ma la più importante è quella di condurmi in una dimensione altra, verso le barriere d’Ercole del mio spirito. È il blues che vige in ciascuno di noi. È la chiamata spirituale, quella autentica. È troppo presto per il riposo, così come per l’azione a tutti i costi. La mente vaga ancora nella cruda poesia del tempo, di questo spazio.

Cambia il tuo pensiero e cambierà idea. Non è un mistero quando puoi vedere chiaramente. Vibrante a una frequenza più alta. Riempi il tuo scopo mentre svolgi la vita ogni giorno. Capire cosa significa vedere chiaramente, sì! Il fantasma della Polvere provvederà quando ti sentirai giù. Collegati anche tu, non comprare quello che sta succedendo. Realizzare il tuo scopo mentre svolgi la vita ogni giorno.

Non reco offesa a nessuno dei miei antichi avi, non cerco nemmeno il loro perdono e chiedo venia tutti se sono alla ricerca di una risposta, di qualcosa di vero e tangibili qui, mentre mi affaccio a fatica dalle tenebre che hanno invaso la mia dimora. Sono nella mia tana e non cerco rifugio e non ho ristoro. Cerco l'abitatore della soglia in compagnia di un disco soul di Van Morrison da Belfast. Oh, Dweller On The Threshold! Cerco l’abitatore della soglia in compagnia della mia anima inquieta. Leggo Edward Bulwer-Lytton, il quale designa un'indefinita entità soprasensibile, erroneamente identificata come il male che dimora in ciascuno di noi. Ma è solo la radice profonda di una sensazione che oggi qualcuno chiama thriller, che un tempo era nel blues e nella sensazione di malinconia innata negli esseri senzienti e sensibili. L'abitatore della soglia è il mio spirito e mi conduce alla verità del mio profondo Io. Stiamo entrando nel territorio accidentato della teosofia, ma non ci sono altre soluzioni per uscire da questo baratro infinito in cui siamo sprofondati. Invoco tutti gli spiriti dei miei antenati e non faccio distinzione, voglio schierare sul campo ogni forza possibile, siano anche maligne, siano anche folletti dispettosi ma cazzuti e pieni di baldanza. Sto ascoltando il mio gatto nero che miagola in questo giorno senza luce, in questo gioco dove chi perde accede a un nuovo livello. E non ci sono vaccini che possono darci sollievo dalla pazzia del nostro cuore pulsante. La speranza è data da questa incrollabile fede dettata dall'incapacità di soccombere, quando lo spirito che la ospita è accolto in un nuovo corpo. Mi rivolgerò allora all'uditore silente, oh Astrale creatura, mio signore, mio spirito della Polvere, chiedo udienza, chiedo perdono. Abbandono la soglia di attenzione, abbandono l'uscio e mi lancio in questa nuova avventura, pieno di speranza, pieno di livore e di rancore, necessario per sopravvivere e per andare avanti.

Senti l'angelo del presente nel potente fuoco di cristallo. Sollevami, consuma la mia oscurità. Fammi viaggiare ancora più in alto mentre attraverso il terreno in fiamme. Fammi scendere in acqua, lascia che la grande illusione affoghi.

 Davanti a me si aprono visionari squarci di misticismo. She Gives Me Religion. Panteismo naturale. C'è un’irriducibile similitudine tra il mondo e l’esperienza che abbiamo. C'è un leone sulla strada, c'è un demone sfuggito, ci sono un milione di sogni passati, c'è un panorama rapito, ora la bellezza si nasconde e la vedo togliere le tende. Non vorrei, ma poi ancora, forse posso. Oh, se solo potessi trovarti stanotte, mio signore, mio spirito guida, fantasma della Polvere. Adesso si sta facendo tardi. Tardi per il riposo, tardi per l'azione. Tardi per vagare ancora a lungo nella cruda poesia del tempo e dello spazio. Non è né giorno né notte. È l'alba che viaggia a brevi onde al battito delle ali di un albatro. I suoni che mi giungono sono attutiti, rimbombanti, smorzati, come se i travagli dell'uomo si svolgessero sott'acqua. Sento la marea che si ritrae ma non ho paura di essere risucchiato, sento le onde che sciabordano ma non ho paura d'affogare. Cammino tra i relitti e i rottami del mondo, ma i miei piedi non sono contusi. Non c'è limite al cielo né divisione tra terra e mare. Mi muovo tra chiusa e orifizio con piede instabile, che scivola. Non annuso niente, non odo niente, non vedo niente, non avverto niente. Supino o prono, di fianco come il granchio o a spirale come un uccello, tutto è beatitudine vellutata e indifferenziata. L'abitatore della soglia mi condurrà alla verità del mio profondo Io, adesso.

Sollevami, consuma la mia oscurità quando la notte sale io uscirò dall'oscurità per entrare nella luce. Canto un inno secolare mentre l'alba finirà questa notte. E il fantasma della Polvere provvederà oltre la luce. Il fantasma della Polvere provvederà oltre il bianco. Oltre la sfera dell’ordine, raziocinio e libertà personale.

Fine

[Illustrazione di Elena Artese, testo di Dario Greco]


sabato 30 gennaio 2021

Tangled Up In Blue

 


Tangled Up In Blues Revisited (About the song)

Non è facile scegliere una canzone capace di rappresentare al meglio i 29 anni di una persona. Indipendentemente da chi sia il soggetto, o la soggetta. Variabilmente all'approccio e all'attitudine, sono cazzi amari, ma la vita non è sempre dolce, nemmeno se fai il pasticciere Trotzkista con la licenza di uccidere.

Perché si parla di una delle linee d’ombra inevitabili, come una lama rugginosa che scava, come un riff violento degli Stones: la chitarra che commenta abilmente le scene di un gangster movie alla Scorsese. Nello stesso modo, per me è molto difficile scegliere, anche se mi vedo costretto a farlo. Il disco è Blood on the tracks, la canzone sarà Tangled up in blue. Fin qui tutto regolare, non fosse che per una questione di maniacale perfezionismo e dovere filologico, verso chi ancora non ha interrotto la lettura, devo motivare perché proprio un verso, perché questo verso mi trasmette al contempo: inquietudine, rabbia, speranza, prospettive di vita. Ambivalente oltretutto, visto che posso utilizzarlo per andare avanti, per tornare indietro e ovviamente per incespicare. Cosa che riesce meglio a un numero sempre maggiore di persone. E’ ineluttabile, in una misura esponenziale, possiamo dire. Ora, se una persona scrive, e lo fa spinto da una certa motivazione, è normale rimanere impigliato, nel goffo tentativo di dissimulare convinzioni. Un punto di vista, un dettaglio, una sorta di illuminazione, si spera. 

Domandiamoci allora perché le migliori letture e le pagine più belle vengano realizzate e assorbite durante il momento più buio, quando cede la resistenza, quando ti accovacci nel tuo piccolo giaciglio, avviluppato nella tristezza, in quella malinconia che per forza di cose, sarà adamantina color magenta. Si arriva a un punto in cui il colore è musica, le parole sono immagini e tutto si mescola bene, come un long drink, come un amabile fine settimana trascorso in compagnia di un’amica, quel gruppo di persone che puoi chiamare casa. Ho scritto finora questa piccola antologia con una precisa metrica, di notte, quando le forze mi venivano meno. Così sono riuscito meglio ad abbandonarmi alla malinconia, al ricordo di ciò che è stato, nel bene e nel male, giusto e sbagliato, seguendo una certa idea, di racconto, di prosa. Scelgo in questa occasione una precisa partitura e inizio da un verso. 

Questo:

Così ora sto tornando di nuovo indietro, devo raggiungerla in qualche modo. Tutte le persone che conoscevamo sono un'illusione per me ora. Alcuni sono matematici altre sono mogli di carpentieri. Non so come sia iniziato tutto non so cosa facciano delle proprie vite, ma io sono sempre sulla strada diretto verso un altro incrocio.

Ora, io non so se avete dimestichezza con il modo di suonare la chitarra di Dylan, con la sua metrica e il fraseggio. Posso solo assicurarvi che in questo brano, qualunque esecuzione voi prendiate, il Nostro non perde un colpo. Mi spiego: non sto parlando da un punto di vista tecnico, lì sappiamo bene che si tratta di un autore a cui è sempre piaciuto prendersi qualche libertà espressiva. Intendo a livello emozionale. E non è affatto una giustificazione, perché bisogna essere davvero ottusi o fatti di ghiaccio per non considerare in un lavoro del genere l’elemento e l’apporto emozionale. Basta ascoltare la versione naked del brano per ricredersi. Parliamo di un autore ispirato ai massimi livelli, oltre le barriere di un chitarrista scambiato frettolosamente per menestrello capace di fare il busker e vagabondare per le vie innevate di New York City. 

Questa volta Bob Dylan decide di fare sul serio e di mettere sul piatto tutto i mezzi di cui dispone. Inclusa la riscrittura, inclusa la possibilità di riconsiderare una registrazione cristallizzata e forse più adatta per descrivere il contesto. Però l’imponderabile e imprevedibile concetto di tempo, spazio e fiuto per l’arte, colpiscono ancora una volta, lasciando il segno. È veramente un altro punto di vista, aggrovigliato nella tristezza. C’è un sentore di sangue in bocca, come se avessi beccato un pugno dritto sui denti, e forse è così, forse invece si tratta di canzoni di redenzione che raccontano di una Terra straniera e desolata più che promessa, di un Tempo vissuto, forse immaginato. Tangled up in blue è quel tipo di brano dove l'autore, da solo, con una band di accompagnamento, in studio, o dal vivo, corre i maggiori rischi. Rischi verso sé stesso, verso gli affetti che aveva tentato per lungo tempo di proteggere. Senza riuscirci. Perché funziona così, tu cerchi di difendere qualcuno, qualcosa, ma in realtà è da te stesso che dovresti proteggerli. Specialmente se la tua componente migliore, quella principale, è autodistruttiva e quindi lesiva. Possono essere le metriche musicali, può essere una tela, può essere sicuramente un foglio bianco come questo o quello che stai visualizzando ora. Per circa 25 anni ho provato rispetto e timore reverenziale verso autori di cui non sapevo poi molto, lo stesso dicasi per scrittori, registi e poeti. Eppure il vero timore è quello che sperimentiamo nei confronti di noi stessi, dei nostri alti ideali, della coerenza. Mi resi conto che c’era qualcosa di distorto in tutto questo, molto presto, e ho tentato per lungo tempo di sfuggire, a me stesso e al mio giudizio rigoroso, avviluppato nella tristezza. Come un cardellino che si dimena e che batte le ali contro vento, in un freddo giorno di pioggia, qui nella campagna irlandese, dove mi trovo proprio ora, in questo momento, mentre sto ascoltando la canzone, senza skippare i brani che non mi piacciono, ma abbondando di repeat-one, quando il pezzo è uno della prima triade, quando ad esempio si sta cantando di un rifugio, un riparo dalla tempesta che infuria, impazza, contro il morire della luce. Davvero bella questa! Non vediamo la luce del sole da circa tre settimane; scarpe usate eppur bisogna andare! Bisogna pedalare, verso quella scoscesa rupe, verso la collina di Hollyhill, col Blues di Marri Again! Del resto la pausa per fare colazione nella spaziosa canteen è solo tra due ore e mezza: se mi dice bene ci saranno quelle salsicce che mi piacciono tanto! E allora, di cosa mi dovrei lamentare, se ieri sono stato in un locale a jammare con ragazzi provenienti da mezza Europa. Proprio io, che non sono mai stato un vero bassista. Forse non importa, forse ci siamo capito lo stesso, e anche loro avevano qualcosa da farsi passare, un dolore, un dispiacere, un momento di nostalgia, avviluppato nella tristezza

(Continua)


sabato 23 gennaio 2021

La lunga estate di Neil Young


 La lunga estate di Neil Young (Lunario musicale del lockdown)

Adesso ho quasi finito di leggere l'autobiografia di Neil Young. Ne esco emotivamente e spiritualmente arricchito. Senza troppi paragoni, era da tempo, che non leggevo qualcosa di così vero, sincero e appassionato.

Tratto da una pagina del mio diario, 23 luglio 2017

Aspettammo che il sole scendesse, prima di uscire di casa. Il caldo durante quell'estate era quasi insopportabile, di giorno, ma anche alla sera. Era un po' come stesse per arrivare la fine del mondo, o meglio l'inizio della fine. Però c'era una radio che se ne fregava e suonava molto forte un pezzo rock. È come sostiene anche Bob Dylan: c'è solo un artista che suona così forte, quando alzi al massimo il volume dello stereo e dell'emotività. Uno di quelli che sembrano fregarsene, del tempo, degli anni che se ne vanno senza salutare, senza lasciare traccia, almeno apparente. C'è una chitarra indomita e c'è una recalcitrante sezione ritmica che tira dritta, stanotte, in questo momento. Basta prestare la giusta attenzione, mentre vi girate una sigaretta artigianale. Neil Young è l'imperatore di questo oscuro sogno che stiamo vivendo e attraversando. Un vecchio pazzo che ancora riesce a comunicare meglio di chiunque altro il vero senso della musica, per una generazione persa di bambini sognanti e di ragazze che sembrano abbiano smesso di crederci. Ma non ha importanza, c'è il vecchio pazzo Neil Young a farlo per noi, a suonare la sua chitarra a un volume spropositato, perché serve energia e passione, serve una camicia di flanella, su cui asciugare lacrime e sudore, anche se inizia a fare troppo caldo, ma è una questione di stile. Il rock nella migliore delle ipotesi è una musica imperfetta per gente scoppiata che cerca di condensare in un riff di chitarra il senso del vero, della propria vita. Ci si può ritrovare a bagnarsi in un fiume malvagio o a dormire con angeli caduti senza fissa dimora. L'importante è sentire ancora una band che spinge e che ci tiene svegli al motto di Keep on Rockin’ in the free world. Per me Neil Young è come una radio senza paura che suona in questa notte tremenda che stiamo vivendo, di giorno, nei nostri sogni e più spesso anche negli incubi. Ci vuole coraggio per guadare un fiume, ma ancora di più per attraversare una notte indenni, mi piace immaginare il buon vecchio Neil suonare ancora, sotto la sua veranda, con una buona chitarra e qualcosa da bere e da fumare. C'è sicuramente uno o due cagnoni a fargli compagnia, nelle praterie dell'anima, da ultimo mohicano, da ufficiale della cavalleria del rock, un esercito di legionari e di vecchi reduci e combattenti che venderà cara la pelle, come è giusto che sia, come sta già facendo da troppo tempo. Sarà forse un raccolto lunare, sarà questa lunga estate in cui ogni cosa mi fa pensare a lui, dai libri che leggo, alle canzoni che ascolto, finanche ai film che proiettano in questo piccolo cinema di periferia. Scorrono immagini di un Paese grande, ma in ginocchio, coi sogni infranti, con la poetica hippie di chi sente il peso del tempo e il dolore di cicatrici interne, difficili da cauterizzare, almeno non senza un bel bicchiere di whisky. Beviamolo insieme e trascorriamo un'altra notte ascoltando un buon disco di Neil Young. Facciamolo perché ci sono luci che non si possono spegnere e ci sono falò che resteranno per sempre nella nostra memoria, perché sono marchiati a fuoco come il suono di una chitarra acustica suonata con sentimento, nella notte. Mentre qualcuno si è già arreso, a causa del suo cuore vigliacco e arrendevole. Non fartene una colpa se non riuscirai a terminare questo mio racconto. Quando la notte chiama, possono restare svegli solo i ribelli, i sognatori e le teste di cazzo. E io come Neil Young appartengo a tutte e tre le categorie. Non è una questione di scelte o di preferenze. Ci sono dischi e artisti che non si scelgono, ed è stato così per quanto riguarda lui. Non ho alcuna memoria di quando ho sentito per la prima volta la sua voce, ma la canzone era di certo Helpless, e di certo ero scalzo e faceva caldo. Ma non era ancora estate, era una primavera ruggente, come un leone a caccia di storie, come un coyote che si aggira senza paura, in cerca di un prezioso bottino. Per me il bottino era scoprire il segreto con cui Neil Young scriveva certe ballate, voce e piano, come Only love can break your heart. Sono passati molti anni e finalmente ho capito che non ci sono segreti che tengono e che nessuno sa scrivere canzoni voci e piano come Neil Young, quando ha il cuore spezzato a causa di una dolce signorina riluttante. Puoi trovarti sulla costa tirrenica, stanotte, o sull'altopiano della Sila, puoi fare rientro a Fuscaldo o essere un falco della notte di Rota Greca, ma a un certo punto dovrai deciderti e far suonare Neil Young, con una canzone forse anche scontata, ma forse no. Ci sono tante canzoni adatte a questo momento, ma dipende soprattutto da te, dal tuo stato d'animo, accogliere o meno la poesia genuina e ruspante di una chitarra come questa, di un giro di accordi che ti porta dalle parti di Harvest e Heart of Gold oppure di un brano arcaico ed eterno come For the Turnstiles.

L’essenza demolitrice è la sua vera potenza: Il detonatore tonico, il succo di frutta che ti disseta e ti imprigiona inchiodandoti in un'estate senza pioggia: primavera dell'anima che non osa cedere il passo alla fresca rugiada autunnale. E anche se il poeta ha scelto ottobre, il bardo usa le note umide e calde del sudore per suonare un steel guitar per apostrofare le onde del cuore in una torrida giornata di agosto. Il tempo è presente. La connessione 3G latita su questa terra baciata dal sole e dal vento. È la chitarra gentile di Mike, Neil e George a farmi compagnia. Non ci sono motivi per essere tristi, visto che domani sarà ancora festa. Si leverà il sole e avremo un altro motivo per sperare. In tutto quello che davvero vogliamo desiderandolo, in questa pace dei sensi e dei segni. Su in quella casa dell’Ontario, il fuoco si sta spegnendo e la mano invoca il riposo del guerriero che ha dedicato anche la notte a squarciare sé stesso. A mettere a nudo, ce ne fosse bisogno, la sua nuda anima vagante in una notte infinita.  Questo Great Slave Lake, viene messo a ferro e fuoco dalla lunga mano dell'uomo; egli sa solo lucrare, avendo smesso per sempre di contemplare e ricercare verità e bellezza. Hanno vinto i cattivi e io sto al gioco, perché il mio compito è quello di assecondare i desideri dei gamblers. Da queste parti nessuno prenderebbe sul serio ciò che pensa un web writer di periferie silenziose. Difficile tradurre la lingua del dolore, figuriamoci rendere un blues in parole scritte. Sono consapevole che tutto questo porterà davvero a poco e soprattutto a pochissimi. Non di meno cedo, non di meno indietreggio. Non ora, almeno. Ci sarebbe tanto di cui parlare e confessare e io fin qui sento di non averlo fatto bene, o meglio, ho sempre scelto di rintanarmi, tra certe pagine bianche, ma c’è una chiave e una serratura pronta a farmi tornare nel baratro, nell’oscurità. Erano forse i raccolti della cantina, erano memorie piantate già nel suolo? Siamo scesi, è vero, l’ascensore aveva una lettera, C come cripta. Il segnale però non era così evidente, non era chiaro, almeno per me. È come ha detto una volta un tipo, riferito alla musica, o meglio al rock and roll. Il rock and roll è autentico, non è posato, non è certo innocuo e non c’entra un cazzo con i soldi e con tutto il resto. Il resto sono solo cazzate. È come il vento, la pioggia, il fuoco e come questi stramaledetti dischi di progressive rock, che io ho qui davanti, e che mi stanno rendendo pazzo. È la perfezione, è qualcosa di impalpabile, come una bambola di porcellana, come un elemento che è sempre esistito nella vostra casa. La musica è il mio demone, il mio meraviglioso fardello, lo porterò fino alla fine di questi giorni. È un fardello, un fardello che brucia da due lati, che in pochissimo tempo cancella tutto, la mente, le storie, questo libro, ogni cosa. Anche i migliori fuochisti potrebbero scottarsi per l’eccessivo peso in questione. La gente invecchia, dimentica, diventa egoista e sparisce nel buio. La fiammella tende dapprima a tremolare, si piega, danza quasi, poi inevitabilmente smette di essere. 

Il rock and roll non ha bisogno di posate, stoviglie e tovaglioli. Il rock and roll è un coltello a serramanico con la punta ben affilata sempre pronta a colpire sempre adatta a squarciare in due la tua candida pelle e la tua mente da poeta di periferie silenziose.

"I bei tempi stanno arrivando, lo sento dire dappertutto. I bei tempi stanno arrivando, certo che se la stanno prendendo comoda." (Neil Young) 

domenica 17 gennaio 2021

Marano Street Blues (Un racconto jazz)

Marano Street Blues 

È mezzanotte. Sabato sera e sono da solo ad ascoltare The Gerry Mulligan Quartet mentre sorseggio un bicchiere di cognac Martell. Cerco di darmi un tono da scrittore colto e raffinato. Metto una vestaglia, ma mi provoca l'orticaria e sento un forte odore di naftalina nell’aria, che si spande e copre l'incenso al sandalo e il buon sapore del cognac. Mi viene da smadonnare, ma per fortuna il baritono di Mulligan mi copre bene e tutto quello che i miei vicini sentono e vedono non è altro che un ridicolo individuo old fashion, mentre si annoia dandosi un tono.

Del resto il mestiere di scrivere è proprio questo: osservare, provare, ascoltare. Il piano segue la sezione ritmica e io mi sono già spogliato e cambiato, perché inizia a far freddo anche in questa tana, che ho allestito come se fossi un orsetto lavatore pronto per il letargo. Al posto del barattolo di miele verso tre dita di cognac e sono pronto a fare serata. Ho voglia di pescare nel mio carnet, anche perché nel guardaroba c'è solo una giacca di velluto a costine con le toppe, che risale al periodo in cui frequentavo i concerti jazz qui in zona. Bei tempi, eh! Ma chi se li ricorda? Io mi ricordo forse le canzoni. Ricordo qualche pezzo sparso, accenno di serata e il momento migliore, quando si spengono le luci e i musicisti salgono sul palco. Il resto è pura magia. Il jazz non è solo arte di improvvisazione, è uno stile di vita basato sul disagio, il rancore e l'inadempienza. Vi sembra facile, vi sembra comodo, accomodatevi voi su un palco spoglio e senza pubblico. Fatevi tagliare voi i capelli da un rigattiere recalcitrante, che di malavoglia esegue le vostre indicazioni. Il jazz è una sedia di legno scomoda, che cigola nel momento del bisogno, nel momento meno opportuno. È un disco di Cecil Taylor, che non riesci a trovare la sera in cui finalmente hai deciso di invitare quella rossa mozzafiato. Lei naturalmente si presenta con un vestito da schianto e l'ultimo problema di cui ti dovresti preoccupare ora è che scopra che come cuoco non sei granché. Per il vino hai chiesto al tuo amico fanatico e non hai badato a spese. Questo ti fa onore, specialmente in tempi di crisi come questi, pensi tra te e te. Ti salverà la scelta del disco, ti salverà l’Eterno Quartetto, perché si sa, niente è più seducente e ospitale di uno strumento a fiato. Lo sanno tutti, anche quelli che non vogliono darsi un tono da scrittore finto parigino in una mansarda a Marano Marchesato.

E tu ci sei stato un po' di tempo, quindi lo sai bene. Del resto l'atmosfera possono farla anche un piccolo faretto, una lampada e una candela profumata, di quelle che costano poco. Perché sì, sarai anche un vero appassionato di jazz, di vino e di formaggio, ma resti un tipo un po’ taccagno. Gli amici non a caso ti avevano soprannominato “Camillu u coccotrillu” e non è certo perché hai il braccio anatomicamente breve. Anche se ti piace pensarlo, non è così. Ti ricordi quel concerto di Wayne Shorter, che bell'atmosfera e che sound! C'era un po' di gente che conoscevi e poi sei andato via insieme agli altri, verso casa di quella vostra amica, di cui ti sfugge il nome. Ora però ti sei distratto, hai divagato e non riesci più a ritrovare il filo del discorso. Pensi che potresti aver fatto una figura miserabile. Per fortuna non dovrà vederti in vestaglia e non saprà mai se sei bravo a letto oppure no. Non adesso, questa è una serata esplorativa dove siete solo due giocatori di poker che si studiano. Potresti tirar fuori quel divertente aneddoto su Paolo Conte, conosciuto a Firenze in una calda estate di 18 anni fa, oppure di quella sera in cui l'autista di Tony Bennett ti stava per stirare, perché eri troppo ubriaco e non conoscevi bene i vicoli di Perugia. Cavolo, quelle scalinate sembravano infinite e lei era davvero carina con quel vestito! E aveva ragione, ne valeva la pena, nonostante fosse tardi. Il Sullivan’s: un pub piuttosto tipico, ma dentro c’era davvero un pezzo di Gotha della scena jazz, tanto che a un certo punto ti saresti aspettato che qualcuno dicesse: -Sì, ma tu che cavolo c’entri qui? Un impostore! Tanto per cambiare, tanto per confermare la regola del calabrotto in trasferta. Ma ti diceva bene, al solito. E al solito i pazzi si annusano, si riconoscono e fanno lega. C’era ‘sto tipo di Roma sulla cinquantina, che non apprezzava granché quella specie di Jam Session. Ahò, ma questo sta’ a fa’ scale?! Disse a un certo punto rivolgendosi a te. Diglielo un po’, ma che stai a fa’! Sta a fa’ ‘e scale! Anvedi! Bel siparietto, ma di quei tempi era la norma. Come quando a Roccella beccavi John De Leo dei Quintorigo e invece di fargli i complimenti per la carriera e per la performance, lo rimproveri dicendogli che il monologo cyberpunk non ti era piaciuto per niente. Bei tempi, eh! Non liberi e fieri come i primi novanta, ma nemmeno austeri e sciapi come ora… ma stiamo divagando!

Eppure stavolta ti dice bene, non è affatto una persona antipatica, si sta rivelando una bella conversazione finora, se solo fossi meno impacciato, meno distratto: se solo non fossi tu! Non devi bruciarti tutte le carte ora, tieniteli per il prossimo appuntamento i racconti di Umbria Jazz, di quando il servizio d'ordine ti stava cacciando in malo modo al concerto di Van Morrison, di quella ragazza siciliana, conosciuta per caso alla stazione Santa Maria Novella. Piano Train: avete parlato di passione, del fatto che Nighthawks At The Diner di Tom Waits avesse influito sulla vostra strana adolescenza in un buco di provincia nelle notti d’inverno, sognando di essere protagonisti silenti di una tela di Edward Hopper, persi nel proprio blues. Davvero buffo come si possano aprire parentesi, che ricordano da vicino un romanzo tardivo di Calvino. Il Paese però era ancora selvaggio, un po’ ruggente, certamente magniloquente, ma c’era ancora quella voglia di conoscersi, di svelarsi, a poco a poco, in certi ambiti, per i veri patiti e malati… di blues, di jazz e cantautori americani. I believe in you. La passione musicale sboccia all’improvviso e all’improvviso ti ritrovi invischiato in un altro stile di vita, manco fosse la New York cantata nei poemi beat. Certo, se poi ascolti Tom Waits, la confusione e l’equivoco potrebbe crearsi. Ma che male c’è? On A Foggy Night!

Sembra passato un secolo, ma in effetti è da un po' che non ascoltavi Gerry Mulligan e vedi che bello: l'atmosfera, il cognac e un incenso al sandalo possono scaldare questa tana da orsetto lavatore, che vuole darsi un tono da viveur poeta maledetto e appassionato di jazz. Che poi qualcuno sarebbe così gentile da spiegarmi perché tutti questi luoghi comuni sul jazz, sulle ragazze rosse dai capelli ricci, con le borse di cuoio vintage? Perché io onestamente non l'ho mai capito. Ma tanto ormai sembra di vivere in un film di Paolo Sorrentino venuto male. Eppure basterebbe un po' di immaginazione, per ritornare a quell'istante in cui ti sei avvicinato alla musica di John Coltrane, Duke Ellington e Charles Mingus. Ed eri ancora un metallaro che andava in giro col giubbotto nero di pelle, il codino e un paio di stivali alla Clint Eastwood. Il jazz però, nonostante quest’aura mitica, è una musica schiva e raramente inospitale.

I know, Don't Know How, vero Mr. Mulligan?

Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due. Il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo. I sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga. E la canzone andava avanti sempre più affondata nell'aria. (Paolo Conte)

Dario “Orsacchiotto” Greco


Illustrazione di Luca Merli