I WON’T BACK DOWN

Dedicato a Tom Petty 


Come canta Bob Dylan: "Otello chiede una coperta. Chiede anche del vino avvelenato. Lei dice che l'ha già bevuto. Raddrizza le cose, ragazzo. Le ciliegie cadono sempre fuori dal piatto." E allora capisci che nessuno sistema davvero niente. Si raccoglie solo quello che cade. Sempre. Ogni cazzo di volta. Devo molto a Tom Petty e non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo. Un uomo basso, magro, biondo, con quella faccia da uno che ne ha viste troppe ma non si è ancora rotto le palle di stare al mondo. Uno che non si è piegato. Mai. I won't back down. Non mi tirerò indietro. Neanche davanti ai cancelli dell'inferno. Soprattutto davanti ai cancelli dell'inferno. E se non capite la differenza tra le due cose, chiudete questa pagina e andate a guardare Amici di Maria De Filippi che è meglio per tutti. Sapete qual è la vera differenza tra me, Elvis, Roy Orbison e Tom Petty? Ce ne sono tante, lo so benissimo, ma vi ho fatto una domanda specifica. La risposta potrebbe essere: loro sapevano sciogliere i cuori di tanti sbandati, mentre tu sai sciogliere solo questa fetta di formaggio cheddar. Non era questo, ma va bene lo stesso. 

La vera differenza è una storia semplice che comincia all'incirca quarant'anni fa. 

Loro incendiavano platee. Io ho spillato le vostre birre costose, ho servito al vostro tavolo dove avevate portato quella strafiga che vi stava già spennarvi vivi con il sorriso sulle labbra, ho risposto alle vostre chiamate insistenti in gabbie fluorescenti che per convenzione avete chiamato call center. Ci sono stato in tutti quei posti. Turno di notte. Luci smorzate come il mio umore. E voi a dormire sonni tranquilli, a sognare mutui e SUV e weekend al mare fuori stagione. Fenomeni. Io invece avevo quindici anni e una camicia di flanella rossa e nera e rock and roll in testa e il mondo che mi aspettava. Il mondo stava già aspettando qualcun altro, ovviamente. Come sempre. Come ogni dannata volta che ti convinci che stavolta sarà diverso e invece è uguale, è sempre uguale, è la stessa storia con personaggi diversi e tu sei sempre quello che pulisce dopo che gli altri hanno fatto festa. Non ho fatto l'Isef. Non sono diventato insegnante di ginnastica. Non sono diventato niente di quello che pensavo. Ho pensato di rompere un muro con un pugno come ha fatto Tom durante le registrazioni di un disco che non lo soddisfaceva — uno che si rompe la mano perché non riesce a fare quello che vuole fare, uno così merita amore incondizionato, non solo rispetto. Io il muro non l'ho rotto. Ho ordinato un'altra birra. Sono tornato a casa con le mani che sapevano di detersivo e la testa che suonava ancora. E poi un giorno metti su Tom Petty. You can stand me up at the gates of hell… E capisci tutto. Non è una canzone per chi sta in tribuna con il bicchiere di plastica e la sciarpa del club e il selfie da mandare agli amici. È per chi lavora in cucina. 

Per chi frigge hamburger a Sala Consilina o Pasadena che è esattamente la stessa cosa anche se non lo sembra. 

Per chi risponde "buonasera, in cosa posso aiutarla" mentre dentro urla in tre lingue. Per chi ha sognato di fare il musicista e ha finito per fare il supporto tecnico. Per chi ha letto troppi libri e visto troppi film e adesso non sa più bene dove sta il confine tra la vita vera e quella che aveva in mente. Tom non scriveva per voi, ricchi di grano e poveri di sale. Scriveva per noi. Per gli invisibili con le scarpe consumate. Per quelli che non hanno mai vinto niente ma non hanno nemmeno chiesto scusa. Per quelli che hanno pensato di cambiare il mondo e hanno cambiato solo marca di sigarette. Il tempio sacro del rock non è la Rock Hall of Fame con le targhe dorate e i discorsi commossi e le lacrime finte. È una stanza umida di provincia. È una radio gracchiante a transistor. È un ragazzo che imita Elvis a una festa di compleanno coi parenti senza sapere che sta scegliendo la sua religione per i prossimi quarant'anni. 

È Gainesville, Florida. È Lamezia, Catanzaro, San Benedetto Ullano. È ovunque ci sia qualcuno che accende uno stereo invece di arrendersi. Ne sanno qualcosa Elvis, Roy Orbison e Tom Petty. 

Inutile dirlo, il mio preferito era proprio questo biondino spiritato che sapeva infiammare le platee con il fraseggio e la cadenza strascicata da uomo del Sud. Quella cadenza che ti entra dentro e non esce più. Quella voce che non chiede permesso. Quel suono di Telecaster (No Strato, No party!) che graffia invece di accarezzare, che spinge invece di lisciare, che ti sbatte contro il muro invece di accompagnarti alla porta con educazione.

Sangue seminole e radici di un'America che è stata territorio di speranze, di quella che Springsteen ha chiamato Land of Hope and Dreams. Il sentimento di ribellione con una causa. Il sogno di libertà post-hippy di un idealismo radicale che non si è mai vergognato di essere tale. Raramente sceso a compromessi con le major. Sempre fedele a se stesso anche quando costava caro. Un pugno nel muro con la mano sbagliata durante le registrazioni. Una rottura. Un disco che poi è uscito lo stesso, perché Tom Petty non si fermava. Non si fermava mai. 

Il giorno che Tom è morto non ho pianto. Avevo già finito le lacrime per cose più stupide. Mi sono seduto. Ho acceso il laptop. Ho letto la notizia tre volte perché non ci credevo. Ho mandato a fanculo il mondo in silenzio. Ho pensato: adesso tocca a noi. Tocca a quelli come noi. Agli invisibili. A quelli con le mani che sanno di detersivo e il cuore che suona ancora. A quelli che sono rimasti in piedi non perché fossero forti ma perché non sapevano come si fa a cadere nel modo giusto. Tom era andato e con lui una parte — quella bella — dei miei venticinque, trenta, trentadue, trentacinque anni. Quei numeri che quando li sommi fanno una vita intera di compromessi e birre spillate e turni di notte e sogni rimandati. Ma anche di concerti visti in posti improbabili. Di canzoni ascoltate a volume troppo alto in macchine con il riscaldamento rotto. Di amici persi e ritrovati e ripersi. Di quella camicia di flanella rossa e nera che non era nemmeno mia ma la indossavo come se lo fosse. 

La terra scotta ancora sotto i piedi. Le scarpe tengono. Abbiamo finito il turno. Metto su la canzone. Volume a palla. Finestre chiuse che i vicini si facciano i cazzi loro. I won't back down. Non è una promessa eroica. Non è un manifesto politico. Non è la colonna sonora di uno spot motivazionale con le montagne sullo sfondo e la scritta "believe in yourself" in corsivo bianco. È una cosa piccola e sporca e necessaria come lavarsi i denti. È restare in piedi quando ti conviene cadere. È non piegarsi quando sarebbe molto più comodo e redditizio farlo. È tornare a casa, togliersi le scarpe consumate, accendere lo stereo e credere ancora, per tre minuti e mezzo, che il rock and roll non sia morto. 

E che nemmeno noi lo siamo. Ancora per un po'.

 DEDICATO A TOM PETTY E ALLO SPIRITO GENUINO DEL ROCK AND ROLL!

Commenti

Post popolari in questo blog

You’ll Never Walk Alone: i cori da stadio nel calcio

Greetings From Amantea

Springsteen festeggia i 50 anni di Born to Run