martedì 3 dicembre 2019

Considerazioni finali su Western Stars

Considerazioni sul "progetto Western Stars" (dopo aver visto il film)

"Camilla Lopez se n'è andata, il deserto l'ha inghiottita. Può essere che qualcuno l'abbia tirata su e l'abbia portata in Messico. Può darsi che sia tornata a Los Angeles e sia morta in una stanza polverosa. Quello che so io è che è sparita, che il cane è sparito, e nulla ne è rimasto a parte la sua storia che vi voglio raccontare." 
(John Fante, Ask the dust)

Sapete cosa non mi convince del Bruce Springsteen attuale? Intendo quello che va dall'autobiografia passando per Broadway fino a Western Stars. Il fatto che stia lavorando con ostinazione a demolire quel personaggio, che egli stesso aveva contribuito a creare. Senza che nessuno glielo abbia chiesto, in fondo... La differenza con Bob Dylan o con altri autori come Neil Young, Van Morrison e Tom Waits, consiste proprio in questo aspetto: nessun grande autore ha impiegato oltre 15 anni per creare un personaggio per poi adoperarsi nella sua stessa demolizione. Specialmente Bob Dylan, il cui confronto appare inevitabile, ha sempre creato dischi e situazioni a tempo determinato. Anche il tanto vituperato periodo gospel, non durerà più di due anni e qualche mese, per fare un esempio... Springsteen è andato avanti per la sua strada, per lunghissimo tempo. Ma adesso vorrebbe tirare le fila, per riconsiderare la sua stessa mitologia. Ed è proprio questo il limite e l'inevitabile errore, a nostro avviso.

Alla gente, ai fan di Bruce Springsteen interessa davvero poco, contano le storie, i personaggi, la mitologia. Almeno da Born in the Usa in poi, visto che già aveva messo da parte il poeta della strada raccontato nei primi episodi giovanili, quelli musicalmente più audaci come The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle e lo stesso Born to run. In passato aveva aggiornato e condotto i suoi protagonisti verso altre piste, a una dimensione più matura. Ora però c'è solo l'uomo, spogliato da ogni fardello, con tutte le rughe e le cicatrici, ben in evidenza. Ogni fardello che lui stesso e solo lui, si era caricato sulle spalle. Springsteen ha saputo creare un personaggio in un momento di grande disillusione e nichilismo, ecco perché ha funzionato, ecco a che cosa è servito. 

Il viaggio prosegue, verso le stelle dell'ovest, probabilmente, come diceva un comico italiano, ad ovest di Paperino. Sembra un personaggio creato dalla penna fertile e ferita di John Fante, questo nuovo Bruce Springsteen, più Townes Van Zandt che Glen Campbell. Proprio ora, mentre sugli schermi abbiamo visto The Irishman, con gli amici De Niro, Scorsese e Pacino, impegnati nell'arduo confronto con la terza età. Soprattutto avevamo visto, qualche settimana prima, Once Upon a Time in... Hollywood di Quentin Tarantino, regista italo-americano a cui certe tracce di Western Stars sembrano in parte ispirate, almeno a livello di atmosfera, visto che i temi ricordano alcune cose "minori" del cineasta di Knoxville, anche lui stregato dalla figura dei cowboy e dei B-movies anni sessanta e settanta di Sergio... Corbucci. 

Analisi del disco Western Stars (dopo la visione del film omonimo) 

Con canzoni del "calibro" di The Wayfarer, Sundown, Stones, There Goes My Miracle e la stucchevole nenia ispirata alla filastrocca Frère Jacques, qui chiamata con il suggestivo titolo autografo di Moonlight Motel, Western Stars (il film) si candida seriamente come uno dei peggiori progetti artistici di Bruce Sprigsteen in assoluto (gli altri due erano stati Human Touch e Working on a Dream) dopo aver già infilato in sequenza Chapter & Verse e Springsteen on Broadway. E' un vero peccato perché con maggior cura e qualche ripensamento del caso, poteva essere davvero un buon disco, dato che nella sua prima parte, cioè dall'apertura di Hitch Hikin’ che si rifà a Fiore di maggio di Fabio Concato, proseguendo per Sleepy Joe's Café (una rielaborazione in salsa guacamole profumosa di tex-mex di un suo scarto anni settanta, quella Seaside Bar Song) e soprattutto con la title track, brano depresso andante, a livello testuale, che però si avvale di un'orchestrazione davvero efficace, perché utilizza elementi tipici del canone morriconiano, rielaborato qui da professionisti come Jon Brion. Il problema è un altro: non si vede e non si sente il tocco del suo autore, in quasi nessuna traccia del disco, fatte eccezioni per le splendide Tucson Train, summa del Bruce Springsteen Sound e ancora di più dei due capolavori del disco: Drive Fast (The Stuntman) e soprattutto Chasin'Wild Horses, che rappresenta l'ossatura e il cuore di questo progetto. Il disco poteva anche chiudersi dopo la breve, ma pregevole Somewhere North of Nashville. Giudizio rimandato a data da destinarsi, cioè a quando Bruce Springsteen si dedicerà a produrre un disco in compagnia di Steven Van Zandt e soci. 

Oggi Bruce Springsteen pur diventando anche lui uguale a tutti gli altri, in quel mondo di Vecchi Giganti che stanno crollando a pezzi, pezzo per pezzo, resiste. Sopravvive a se stesso, al suo Mito, alla sua Storia. Ma a che prezzo e soprattutto, che senso ha, ora, tutto ciò?

"C'è un posto su un tratto di strada dove nessuno viaggia e nessuno va e l’impiegato dice che uno di questi giorni qui intorno due giovani probabilmente potrebbero scomparire.Tra il fruscio delle lenzuola, una sonnolenta stanza d'angolo nell'odore di muffa di fiori appassiti e ore di pomeriggio pigro al Moonlight Motel."

(Bruce Springsteen, Moonlight Motel)


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